“L'importanza
dell'istanza metafisica diventa ancora più evidente se si
considera lo sviluppo che oggi hanno le scienze ermeneutiche
e le diverse analisi del linguaggio. I risultati a cui questi
studi giungono possono essere molto utili per l'intelligenza
della fede, in quanto rendono manifesti la struttura del nostro
pensare e parlare e il senso racchiuso nel linguaggio. Vi
sono cultori di tali scienze, però, che nelle loro indagini
tendono ad arrestarsi al come si comprende e come si dice
la realtà, prescindendo dal verificare le possibilità della
ragione di scoprirne l'essenza. Come non vedere in tale atteggiamento
una conferma della crisi di fiducia, che il nostro tempo sta
attraversando, circa le capacità della ragione? Quando poi,
in forza di assunti aprioristici, queste tesi tendono ad offuscare
i contenuti della fede o a negarne la validità universale,
allora non solo umiliano la ragione, ma si pongono da se stesse
fuori gioco. La fede, infatti, presuppone con chiarezza che
il linguaggio umano sia capace di esprimere in modo universale
— anche se in termini analogici, ma non per questo meno significativi
— la realtà divina e trascendente. Se non fosse così, la parola
di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio umano, non
sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L'interpretazione
di questa Parola non può rimandarci soltanto da interpretazione
a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione
semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione
di Dio, ma soltanto l'espressione di concezioni umane su di
Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi” (Fides
et ratio 84).
Il lavoro di preparazione della presente relazione
ha felicemente incrociato la pubblicazione dell’enciclica
di Giovanni Paolo II Fides et ratio, che mi sembra offrire
spunti di riflessione di notevole rilevanza in ordine all’argomento
che stiamo per affrontare proprio in quanto tipica tematica
di frontiera tra teologia e filosofia e quindi al confine
tra la fede e la ragione, che con felice metafora il Papa
chiama “le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza
verso la contemplazione della verità” (FR 1).
Particolarmente significativo in ordine alla nostra trattazione
risulta il n. 84 dell’enciclica (situato nel cap. VII:
“Esigenze e compiti attuali. Le esigenze irrinunciabili
della parola di Dio”), che ho voluto porre come esergo
della relazione. Qui, muovendo certamente contro corrente
ed offrendo preziose indicazioni per il percorso del pensiero
credente, il Papa ribadisce l’importanza dell’istanza
metafisica per l’intellectus fidei, proprio allorché
questi si accinge al confronto con le problematiche sollevate
dall’ermeneutica e dalla filosofia del linguaggio e
con le soluzioni in tali ambiti proposte. L’arduo compito
(cf FR 85) che il Santo Padre affida al pensiero credente
consiste – per quanto riguarda la nostra problematica
– nel non demordere dal riferimento ad un orizzonte
di senso, nonostante il fascino di quei tentativi che, nell’attuale
contesto filosofico-teologico, indurrebbero a limitare l’esercizio
della ragione al campo, certamente ampio ed anch’esso
imprescindibile, dei significati. L’indicazione contenuta
nell’enciclica certo non ci vuole inerti ripetitori
di quanto ivi enunciato, ma profondamente impegnati in un
lavoro intellettuale che sia insieme rigoroso e stimolante,
comunque faticoso, nella ricerca di formulazioni che abbiano
il coraggio di attivare un serrato confronto con le istanze
culturali e filosofiche del nostro tempo senza nulla togliere
alla radicale vocazione metafisica che il sapere della fede
comporta. Un modesto tentativo in questa direzione vuol essere
il mio contributo a questo Convegno lateranense, di cui qui
cercherò di offrire una sintesi didatticamente fruibile
(e per questo mi scuso con i colleghi presenti), rimandando
al testo che verrà pubblicato negli atti per ulteriori
approfondimenti, l’adozione di un linguaggio più
tecnico e pertinente, nonché il necessario supporto
di documentazione che un argomento così delicato e
complesso esige.
Gli studenti che non hanno definitivamente archiviato
nel dimenticatoio del proprio subconscio quanto appreso nel
corso di teologia fondamentale (qualora fosse toccata loro
la cattiva sorte di svolgerlo col sottoscritto) avranno facilmente
percepito come l’impianto formale (impalcatura) di quanto
sto per proporre, contenuto nello schema distribuito, di fatto
ripropone gli elementi strutturali (modificandone l’ordine)
di quel corso: momento contestuale – momento epistemologico
– momento fondativo. Ciò non accade per caso, né per una strana
“fissazione” di chi vi parla, bensì dalla lucida consapevolezza
relativa al carattere teologico-fondamentale che la trattazione
di questo tema esige, proprio in quanto da un lato si tratta
di un tipico argomento di frontiera, dall’altro chiama in
causa i fondamenti stessi del nostro teologare. Non basta
quindi risalire ad un impianto teologico-dogmatico, bensì
occorre – sia pure rimanendo nel (e partendo dal) proprio
ambito epistemologico, che è l’intelligenza della fede, incontrare
la filosofia innanzitutto, ma anche eventualmente altri settori
del sapere (come la linguistica, la semeiotica ecc.) per situare
in un quadro non ingenuo e preconfezionato la problematica
stessa. Naturalmente un ruolo decisivo nella trattazione sarà
quello riservato alla sezione fondativa, dove appunto le buone
intenzioni vengono messe a dura prova nell’impatto con i contenuti
cui il titolo si riferisce.
Ø
Elementi
contestuali: il ritorno del “simbolo” come antidoto (“postmoderno”)
alla razionalità sistematica espressa dalla modernità compiuta.
Il contesto culturale generale, e filosofico in particolare,
in cui siamo chiamati a riflettere, ci consente di registrare
elementi che possono risultare particolarmente fecondi per
il nostro tema, ma che richiedono anche un adeguato atteggiamento
critico con la relativa assunzione di precise cautele, tutt’altro
che marginali per una corretta trattazione in chiave teologica
dell’argomento. Se la modernità compiuta aveva, insieme al
mito del progresso, innalzato la razionalità sistematica a
baluardo pressoché inattaccabile del cammino dell’uomo nella
storia, l’attuale momento di passaggio, che impropriamente
si denomina “post-moderno”, consente di rilevare una sorta
di rivincita del pensiero simbolico sulla ragione concettualmente
sistematica e sui suoi esiti ideologici. Lì e allora lo splendore
del concetto era chiamato a rischiarare ogni angolo oscuro
presente non solo nella coscienza, ma anche nel subconscio,
e quindi a redimere il mistero dal suo stesso contenuto di
trascendenza, qui e ora in fantasma simbolico riprende corpo
e consistenza inchiodando la ragione illuminata alle proprie
responsabilità storiche e rimettendo in circolo quanto la
saccenteria della cosiddetta ragione adulta aveva sprezzantemente
relegato nell’irrazionale, e quindi nell’infra o sub umano.
Recenti lavori, nei quali non manca
la ricostruzione storiografica, sia in campo filosofico che teologico [due esempi fra i tanti la recente
raccolta di saggi curata da Sergio Givone sul pensiero simbolico
e il volume dei colleghi napoletani sulla conoscenza simbolica]
testimoniano il preponderante interesse culturale verso l’universo
simbolico, con il quale il sapere della fede non può non confrontarsi.
C’è ad esempio chi teorizza la credibilità della Rivelazione
in ambito teologico fondamentale in riferimento all’evidenza
simbolica e delle sue istanze e connotazioni teologiche [C.
Greco in Intellectum revelationis]. Il “guadagno” può certo
essere rilevante ai fini di una corretta impostazione del
nostro argomento, a condizione che non ci si dimentichi di
assumere alcune cautele nei confronti di posizioni e correnti
di pensiero che la rivincita del simbolico ha recentemente
prodotto o richiamato in causa.
Occorrerà allora in primo luogo prendere
le distanze da una concezione meramente funzionalistica e
convenzionalistica del linguaggio, che si esprime non solo
attraverso teorizzazioni filosofiche ed epistemologiche più
o meno elaborate, bensì in quelle forme della cultura diffusa
veicolata dal linguaggio dell’informatica e delle telecomunicazioni,
dove sembra paradossalmente affermarsi sempre più la convinzione
secondo cui “solo ciò che è virtuale è reale”: «[…] è il contesto
[virtuale], con i suoi metamessaggi, che determina la “natura”
dei messaggi scambiati (gioco, comando, finzione, narrazione),
i quali dunque non hanno valore assoluto”, ciò fa sì che «in
questo mondo informatizzato, i concetti vengano sottoposti
a una revisione continua e asistematica, di tipo non più globale
ma locale, e s’intrecciano in una complessa e multiforme ecologia
che tende ad appiattire e disperdere le informazioni, a spezzettare
le idee in un mosaico dove quasi tutte le tessere sono interessanti
ma nessuna è importante. La conoscenza viene investita da
questa trasformazione animata dal mito dell’onniscienza e
attuata dai sistemi informazionali: da sistematica e organica,
la cultura diviene pletorica e frammentaria, si alimenta dell’enorme
capacità delle banche dati e dell’illimitata velocità degli
elaboratori. Non più apprendere, dunque, ma documentarsi,
non più studiare ma consultare, non più organizzare il sapere
intorno a concetti e idee di fondo, ma accumulare dati relativi
a parole chiave» [Giuseppe O. Longo, Il nuovo Golem. Come
il computer cambia la nostra cultura, Laterza, Roma-Bari 1998,
31 e 22].
Riflettere,
ancora preliminarmente sulle conseguenze che l’affermazione
neotestamentaria posta come titolo del nostro convegno: “Un
solo Dio e Padre di tutti…” (Ef 4,6) potrebbe comportare qualora
venisse interpretata in senso radicalmente convenzionalistico
e virtuale, può in qualche modo renderci consapevoli dei rischi
che tale prospettiva comporta. Il volto paterno di Dio potrebbe
assumere le sembianze inquietanti del “grande fratello” di
orwelliana memoria.
Un secondo elemento contestuale, che
contribuisce a renderci guardinghi, è costituito dalla deriva
decostruzionista (il nihilismo sul versante semeiotico), che
la metaforologia, teorizzata da alcuni autori, non solo produce,
ma assume come esito inevitabile. Particolarmente istruttiva
la querelle, che ha come sfondo il pensiero heideggeriano
ed ermeneutico, fra il Derrida de “La mythologie blanche”
e il Ricoeur de “La métaphore vive”, che ci trova schierati
naturalmente dalla parte di quest’ultimo. Jacques Deridda
avrebbe posto a esergo del suo libro “La voix et le phénomène”
un’espressione di Edmund Husserl: «Un nome pronunciato davanti
a noi ci fa pensare alla galleria di Dresda e all’ultima visita
che vi abbiamo fatto: giriamo per le sale e ci arrestiamo
davanti a un quadro di Teniers che rappresenta una galeria
di quadri. Supponiamo inoltre che i quadri di questa galleria
rappresentino a loro volta dei quadri che a loro volta rappresentino
delle iscrizioni che fosse possibile decifrare, ecc.». Se
il padre della fenomenologia sembra indicare un punto di approdo
al cammino visivo del visitatore della galleria, non così
il pensatore francese, il cui percorso si può descrivere con
la metafora dell’eterno rimando che l’immagine labirintica
suggerisce e contiene: «[…] serie infinita (perché circolare)
di scritture, che alludono costantemente a un “fuori” del
pensiero: un altro testo, un’altra parola, che la filosofia
non può mai qualificare e nominare, che essa non può presentare
o rap-presentare» (C. Sini). La circolarità dell’eterno rimando
rinvia a quella dell’eterno ritorno, che ne costituisce il
grembo e l’origine, del resto, nell’annunciare l’avvento del
nihilismo, Friedrich Nietzsche pretendeva di designare con
questo nome e descrivere la parabole dei prossimi (rispetto
al suo) due secoli della cultura occidentale.
In tale prospettiva la metafora di Dio-padre
svelerebbe soltanto la necessità di un eterno rimando ad un
originario fantasticamente assunto, tale da impedirci di sostenere
la deriva dell’insensato, che invece rappresenta il nostro
tragico destino. Con l’aiuto dell’analogia e col sostegno
di una metafisica autentica si può tentare di riscattare la
metafora da questa ossessiva circolarità, senza sminuirne
il fascino ed attenuarne il rimando, piuttosto potenziandolo
e valorizzandolo.
Un terzo elemento contestuale al quale
serenamente contrapporci, ma non senza prima lasciarci adeguatamente
interpellare, è costituito dall’ormai pervasiva critica all’onto-teologia,
che il pensiero heideggeriano si è fatto carico di elaborare
e che notevoli settori della riflessione filosofica e teologica
post-heideggeriana rischiano di assumere con eccessiva disinvoltura.
Bersaglio dichiarato di tale critica sono di fatto la metafisica
e la teologia in quanto figure del pensiero rappresentativo
che oggettivizza l’Essere, dimentica la differenza, si esprime
in forme idolatriche da cui l’esistenza autentica è chiamata
a liberarsi tramite il ritorno al pensiero aurorale e l’ascolto
della parola poetante, laddove il poeta canta il sacro e il
sacro è “la traccia degli dei fuggiti”. Nel contesto del neo-paganesimo
heideggeriano la metafora del padre finisce col situare la
figura del Dio paterno in un pantheon di enti che trovano
la loro verità e la loro autenticità nel rimando all’Essere,
che continua a fuggire ad ogni presa rappresentativa. Perché
non ci illudiamo quanto a possibile recuperi del pensiero
heideggeriano nell’orizzonte della “filosofia cristiana” (sintagma
dal filosofo decisamente rifiutato) basterà richiamare l’esergo
alla sezione dei Beiträge zur Philosophie (vom Ereignis),
dedicata all’ultimo Dio: “Il totalmente Altro contro quelli
già stati – soprattutto contro Quello cristiano”. La critica
all’onto-teologia resta comunque un’autentica provocazione
per il pensiero credente, capace, se criticamente accolta,
di purificare il percorso metafisico da quelle tendenze oggettivanti
e calcolanti che finirebbero col decretarne la morte. Significativo
da questo punto di vista un giudizio di Wolfhart Pannenberg:
“La teologia cristiana deve augurarsi e accogliere con favore
il fatto che la filosofia prenda di nuovo sul serio, come
un compito del pensiero contemporaneo, la sua grande tradizione
metafisica. Certo un simile rimando alla metafisica oggi viene
ammesso solo raramente dai teologi. Tuttavia esso risulta
già dal fatto che la dottrina teologica su Dio, senza il riferimento
di una metafisica, cade in mano a un soggettivismo kerygmatico
o alla demitizzazione, e spesso a tutt’e due. Un nuovo riavvicinamento
alla metafisica difficilmente può realizzarsi, senza che si
affrontino gli argomenti su cui si basava la tesi della fine
della metafisica” [L’idea di Dio e il rinnovamento della metafisica,
lezioni napoletane 1987].
Ø
Elementi
epistemologici.
La
dimensione e il momento epistemologico della teologia fondamentale
vengono chiamati in causa, in primo luogo, allorché
la riflessione sui termini “metafora” e/o “analogia”
viene rapportata alle modalità concrete attraverso
cui il sapere della fede è chiamato ad esprimersi.
A titolo esemplificativo si può qui richiamare la querelle
sorta intorno alla figura della “teologia narrativa”,
che un precedente convegno della nostra facoltà ha
affrontato in una relazione. L’adozione incondizionata
e radicale del linguaggio metaforico comporterebbe l’assunzione
di moduli espressivi di tipo prevalentemente letterario, sicché
il teologo dovrebbe trasformarsi in uno scrittore di letteratura,
adottando generi letterari che a tale forma del sapere fanno
riferimento. Dovrebbe pertanto essere precluso il lavoro teologico
a chi non risultasse dotato di un congruo talento letterario,
meglio ancora poetico, dato che la poesia costituisce il luogo
in cui la metafora nasce e si esprime al meglio. Certo un
testo teologico letterariamente ben scritto sarebbe forse
più fruibile e comporterebbe meno reazioni traumatiche
nel malcapitato lettore, ma rischierebbe di snaturare la dimensione
scientifica del sapere della fede, che invece emerge con forza
proprio nel momento in cui la teologia adotta come propria
struttura portante l’analogia nelle sue varie forme
e possibilità conoscitive. In questo senso il teologo
è chiamato a riflettere sulle metafore attraverso le
quali l’esperienza credente si esprime, piuttosto che
a inventare metafore e produrre letteratura. Se poi avesse
la capacità di prodursi in tal senso non dovrà
dimenticare che la sua professione è prevalentemente
quella di chi si occupa di “scienza” (M. Weber),
preoccupandosi più della valenza speculativa e veritativa
delle sue asserzioni che non della capacità di catturare
con espedienti letterari e retorici (= effetti speciali)
l’attenzione dell’interlocutore (lettore o uditore
che sia). In questo senso la spietata critica al “languore
teologico” (veramente lui parla di “teologia languida”,
recentemente espressa da Pino Colombo, mi sembra non solo
opportuna ma doverosa.
Una
ulteriore riflessione a carattere epistemologico generale,
ma strettamente connessa al nostro tema, mi viene suggerita
dalla convinzione – espressa e documentata ampiamente
altrove – relativa al carattere non-autoreferenziale
del sapere teologico. Se da un lato corollario di una teologia
non-autoreferenziale sarà la capacità di stabilire
adeguate connessioni (= legami) con l’extra-teologico
e con quanto precede e segue l’esercizio di tale sapere,
d’altro canto, proprio in relazione alla figura della
metafora, la non-autoreferenzialità della teologia
incrocia la necessità di richiamare ed assumere quello
che Paul Ricoeur ha definito il “postulato della referenza”
(ne La metafora viva), come espressione della dimensione veritativa
e speculativa di tale figura retorica. La “referenza”
pone il linguaggio in rapporto circolare con l’essere,
e tale rapporto rende possibile coniugare la dimensione linguistica
con quella gnoseologica, sicché il dire diventa anche
un sapere: «Kant ha scritto: “Bisogna che qualcosa
esista, perché qualcosa appaia”, noi [= Ricoeur]
diciamo: “Bisogna che qualcosa esista, perché
qualcosa sia detto”. Questa proposizione fa della realtà
la categoria ultima a partire dalla quale il linguaggio nel
suo complesso può essere pensato, anche se non conosciuto,
come l’esser-detto della realtà». Il sano
realismo che il sapere credente fa proprio, ci ricorda che
il nostro credere riguarda la realtà di ciò
che le formule esprimono, non gli enunciati stessi: “actus
autem credentis non terminatur ad enuntiabile, sed ad rem”
(S. Th. II/II, 1, 2, ad II).
Ø
Elementi
fondativi.
¨
L’evento della parola come
luogo originario di espressione del mistero
Il nostro riflettere sul linguaggio
relativo alla paternità divina non potrà allora non proporsi
di situarsi in un orizzonte di filosofia del linguaggio capace
di dar conto del rapporto parola/cosa, significato/senso,
espressività/alterità, immanenza/trascendenza (contro ogni
teoria dell’eterno rimando); quindi pensare la metafora in
prospettiva non decostruzionista; infine assumere e contribuire
ad elaborare una teoria dell’analogia capace di resistere
e reagire alle critiche rivolte all’onto-teologia.
In
tal senso il linguaggio verrà concepito non solo come un prodotto
dell’uomo e della società, bensì come una realtà che ci precede,
ci avvolge (Heidegger ne parla metaforicamente come della
“casa dell’essere”) e ci seguirà in un orizzonte di tradizione
vivente, dove recettività e creatività sono chiamate ad esercitarsi
in un rapporto imprescindibile e fecondo. Sicché non possiamo
parlare, se non abbiamo mai sentito parlare: la parola viene
a noi prima che possa di nuovo dipartirsi da noi e in questo
suo originario donarsi è capace anche di orientare il nostro
cammino. Accanto al tema della Tradizione, la riflessione
teologica e filosofica sul linguaggio, evidentemente incrocia
ed include la fondamentale tematica della Rivelazione. Questa
va declinata non solo nella sua dimensione storico-escatologica,
bensì anche in quella cosmico-antropologica, proprio allorché
si è chiamati, come noi oggi, a riflettere sulla metafora
della paternità di Dio. A questo livello, infatti, si può
mostrare come l’automanifestazione di Dio in Gesù Cristo,
irrompendo nella storia, porti a compimento l’anelito umano
e cosmico, che la poesia e il pensiero pre-cristiani avevano
espresso.
¨
La
metafora del padre.
Basterà
richiamare alcune testimonianze dalle quali emerge la vitalità
estetica e religiosa della metafora del padre applicata all’Assoluto
trascendente. Il pensiero teologico e filosofico – attraverso
l’assunzione dell’analogia – sarà chiamato a prendere le distanze
da questa originaria vitalità, per coglierne in profondità la
valenza speculativa e in questo distanziamento, piuttosto che
uccidere, gli toccherà in sorte l’ingrato compito di addormentare
la metafora, purché non dimentichi di risvegliarla al momento
giusto. Del resto vale appunto per la figura metaforica, il
Leitmotiv che Ricoeur ama ripetere a proposito della conoscenza
simbolica e che percorre come un ritornello le pagine della
sua abbondante produzione: “il simbolo dà a pensare”. Possiamo
allentare per un attimo la presa del rigore speculativo per
ascoltare un significativo dialogo, che Antonio Skármeda ha
saputo inventare fra Neruda e il postino, proprio intorno alla
metafora:
Postino
[=P]: Don Pablo?
N:
Metafore, diamine!
P:
E cosa sarebbero?
Il
poeta posò una mano sulla spalla del ragazzo.
N:
Per spiegartelo più o meno confusamente, sono modi di dire
una cosa paragonandola con un’altra.
P:
Mi faccia un esempio.
Neruda
guardò l’orologio e sospirò.
N:
Be’, quando dici che il cielo sta piangendo, cos’è che vuoi
dire?
P:
Semplice! Che sta piovendo, no?
N:
Ebbene questa è una metafora.
P: E perché se è una cosa così semplice, ha un nome così complicato?
N:
Perché gli uomini non hanno nulla a che vedere con la semplicità
e la complessità delle cose. Secondo la tua teoria, una cosa
piccola che vola non dovrebbe avere un nome lungo come farfalla.
Pensa che elefante ha lo stesso numero di lettere di farfalla,
ed è molto più grande e non vola
Conclude
Neruda esausto. Con un ultimo scampolo di energia gli indicò
la rotta per la caletta. Ma il postino ebbe la baldanza di
dire
P:
Come mi piacerebbe essere poeta!
[…]
N:
Ho riaperto perché sospettavo che tu fossi ancora qui.
P:
È che stavo pensando
Neruda strinse le dita al gomito del postino e lo condusse
con fermezza fino al lampione a cui aveva appoggiato la bicicletta.
N:
E per pensare rimani fermo? Se vuoi diventare poeta, comincia
a pensare camminando […]. Ora te ne vai alla caletta pedalando
lungo la spiaggia, e mentre osservi il movimento del mare
puoi metterti a inventare metafore.
P:
Mi faccia un esempio.
N:
Ascolta questa poesia: “Qui, nell’isola, il mare, e quanto
mare, Esce da sé a ogni istante. Dice di sì, di no, di no
[…]. Che te ne pare?
P:
Strano.
N:
Strano. Sei un critico severo.
P:
No, don Pablo. Non è la poesia che è strana. Strano è come
io mi sentivo mentre lei recitava la poesia.
N: Mio caro Mario, vedi di svegliarti un po’, perché non posso
passare tutta la mattina ad ascoltare le tue chiacchiere.
P:
Come posso spiegarmi? Quando lei recitava la poesia, le parole
andavano di qua e di là.
N:
Come il mare, allora!
P:
Sì, ecco, si muovevano come il mare.
N:
E questo è il ritmo.
P:
E mi sentivo strano, perché con tutto quel movimento mi veniva
il mal di mare.
N:
Il mal di mare
P:
Certo! Ero come una barca cullata dalle sue parole.
Le
palpebre del poeta si scollarono lentamente.
N: Come una barca cullata dalle mie parole.
P:
Sicuro!
N:
Lo sai cos’hai fatto, Mario?
P.
Cosa?
N:
Una metafora.
P:
Però non vale, perché mi è venuta così, per caso.
N:
Non c’è immagine che non sia casuale, figliolo.
Mario
si portò la mano al cuore, e cercò di controllare una prepotente
palpitazione che gli era salita fino alla lingua e lottava
per esplodergli tra i denti. Arrestò il passo, e roteando
un dito impertinente a pochi centimetri dal naso del suo illustre
cliente, disse:
P: Lei crede che tutto il mondo, voglio dire tutto il mondo,
con il vento, i mari, gli alberi, le montagne, il fuoco, gli
animali, le case, i deserti, le piogge…
N:
Adesso puoi già dire “eccetera”.
P:
gli “eccetera”! Lei crede che il mondo intero sia la metafora
di qualcosa?
Neruda
spalancò la bocca, e il suo mento robusto parve distaccarsi
dal volto.
P:
È una stronzata quella che ho domandato, don Pablo?
N:
No, davvero no.
P:
Però ha fatto una faccia così strana.
N:
No, il fatto è che mi sono messo a pensare.
La metafora del padre con riferimento
alla divinità nasce – mi riferisco in rapporto
all’orizzonte culturale occidentale cui apparteniamo -
in ambito greco-pagano a livello poetico per esprimersi anche
a livello filosofico. Mi limiterò ad alcuni riferimenti
piuttosto noti, in quanto ad essi fanno riferimento anche gli
esegeti, stabilendo opportuni confronti fra i testi neotestamentari
e l’ambiente storico-culturale delle origini cristiane.
Ø
Testimonianze
della poesia pre-cristiana:
-
“Zeus padre degli uomini e degli dei” (Iliade I, 554).
-
“Dal tuo sangue siamo nati” (Eschilo, I sette contro Tebe, 141-142).
-
“Cominciamo da Zeus, che mai noi uomini lasceremo non pronunciato:
di Zeus infatti sono piene tutte le strade e tutte le piazze,
tutti noi abbiamo bisogno di Zeus. Di lui infatti siamo progenie
[...]
Salve,
Padre, grande meraviglia, grande soccorso degli uomini, tu
e la tua prima discendenza” (Arato, Fenomeni 1-16).
-
“Gloriosissimo tra gli immortali, dai molti nomi, sempre onnipossente,
Zeus, principio della natura, che tutte le cose con legge
governi, salve!
È
giusto infatti che tutti i mortali si rivolgano a te, poiché
da te siamo nati, avendo in sorte l'immagine di Dio,
noi soli fra quanti esseri mortali
vivono e si muovono sulla terra” (Cleante, Inno a Zeus, SVF
I, 537).
Ø
Testimonianze
della filosofia:
“Trovare il creatore [poietes]e
padre di questo universo è laborioso e dopo averlo
trovato esprimerlo per tutti non è possibile”
(Timeo 28c).
- L'uomo è “una pianta
non terrena, ma celeste, che l'anima solleva verso la sua
parentela verso il cielo” (Timeo 90a).
“Una certa parentela [syngeneia]
spinge l'uomo verso il suo connaturale (cioè Dio) e
lo porta ad onorarlo e a credere in lui” (Leggi, X,
899d).
Il
tema della paternità divina nel Nuovo Testamento verrà affrontato
in un'apposita relazione, qui basterà richiamare i tre luoghi
in cui alla parola greca pater si affianca il termine aramaico
abbá [= Mc 14,36 – Rm 8,15 – Gal 4,6]. In particolare il testo
di Mc 14,36, che appartiene alla preghiera del Getsemani, da
un lato mostra il contesto eucologico il cui la metafora di
Dio Padre si esprime, dall'altro impedisce un'interpretazione
dell'amore paterno di Dio in termini di languore romantico,
che darebbero adito alla sacrosanta critica di Sequeri al romanticismo
teologico. Il rapporto col padre dice insieme confidenza e tenerezza,
ma anche la necessità di compiere il suo volere, sicché il volto
paterno di Dio è anche quello della sua volontà, che si esprime
e va attuata spesso nell'asprezza (termine böhmiano) e nella
fatica della croce. Come sostiene J. Gnilka nel suo commento
al testo marciano, quella che in origine era una forma espressiva
infantile (= abbá), all'epoca di Gesù veniva usata già come
allocuzione sia per lo status enphaticus (= il Padre), come
pure per la formula "mio e nostro padre", ma solo
in rapporto al padre terreno. “L'allocuzione Abbá deve però
essere vista come un elemento specifico del linguaggio di Gesù,
non limitata solamente a una particolare preghiera. Se l'Abbá
si incontra esclusivamente in questo passo della passione, ciò
depone a favore dell'immagine di Gesù che la prima comunità
ha conservato. Essa potrebbe corrispondere all'atteggiamento
con cui egli è entrato nella passione” e quindi indicare insieme
confidenza e difficoltà nell'accingersi a compiere la volontà
del Padre.
Quanto
al contenuto della metafora di Dio-padre va comunque altresì
precisato che il linguaggio teologico dovrà aver premura di
operare un adeguato discernimento, onde escludere l'applicazione
di fuorvianti meccanismi di sostituzione o di proiezione (cf
K Abraham, Psicanalisi del mito) rispetto alla paternità divina
(cf saggio di Ricoeur sulla paternità alla fine de Il conflitto
delle interpretazioni: “La paternità dal fantasma al simbolo:
1. La figura del padre in una economia del desiderio – 2.
La figura del padre in una fenomenologia dello spirito – 3.
La dialettica della paternità divina”). Piuttosto si tratta,
ancora una volta spinti dalla parola di Dio, di attivare la
dinamica della fondazione così come viene suggerita dalle
parole della lettera agli Efesini cap. 3 in cui si trova (unica
volta nel NT) il termine paternità:
[13]Vi
prego quindi di non perdervi d'animo per le mie tribolazioni
per voi; sono gloria vostra.
[14]Per questo, dico, io piego le ginocchia davanti
al Padre,
[15]dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra
prende nome,
[™x oá p©sa patri¦ ™n oÙrano‹j kaˆ ™pˆ gÁj Ñnom£zetai]
[16]perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua
gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito
nell'uomo interiore.
[17]Che
il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati
e fondati nella carità,
[18]siate
in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza,
la lunghezza, l'altezza e la profondità,
[19]e
conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza,
perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.
[20]A
colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo
domandare o pensare, secondo la potenza che già opera in noi,
[21]a
lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni,
nei secoli dei secoli! Amen.
Quanto
al senso del linguaggio metaforico a partire proprio dal suo
utilizzo nelle Scritture, ci sembra interessante riprendere,
naturalmente interpretando, quanto Tommaso afferma in S Th.
I, 1, 9 ("utrum sacra Scriptura debeat uti metaphoris"),
dove l'Aquinate con interessante scambio semantico parla insieme
del linguaggio biblico (= sacra Scriptura) e del linguaggio
teologico (= sacra doctrina), come ad es. alla fine del sed
contra dove dice: "Ergo ad sacra doctrina pertinet uti
metaphoris"). Tale uso risulta in ultima analisi giustificato
da un duplice ordine di considerazioni. In primo luogo si
tratta di esprime il sovrasensibile attraverso il sensibile,
sicché la metafora risponde proprio a questa esigenza umana
di utilizzare un linguaggio incarnato, anche quanto si tratta
delle realtà più sublimi. Interpretando e forzando il senso
di tale dimensione sensibile della conoscenza possiamo proseguire
la riflessione sostenendo che di fatto il ricorso al linguaggio
metaforico conferisce una coloritura affettiva (sensibile
anche in questo senso) alle verità che esprime. In tale orizzonte
ermeneutico si comprende come non sia la stessa cosa dire
che "il cielo sta piangendo" o semplicemente affermare
che "piove". In secondo luogo il linguaggio metaforico
risulta particolarmente significativo in ordine all'espressione
della realtà divina, in quanto lascia il mistero nella sua
alterità e nella sua trascendenza, senza violarlo e pretendere
di possederlo. A questo proposito Tommaso cita opportunamente
il corpus dyonisiacum per affermare che "radius divinae
revelationis non destruitur propter figuria sensibiles quibus
circumvelatur, sed remanet in sua veritate; ut mentes quibus
fit revelatio, non permittat in similitudinibus permanere
sed elevet eas ad cognitionem intelligibilium [...]. Magis
enim manifestatur nobis de ipso (= Deo) quid non est, quam
quid est: et ideo similitudines illarum rerum quae magis elongatur
a Deo, veriorem nobis faciunt aestimationem quod sit supra
illud quod de Deo dicimus vel cogitamus".
¨
L’analogia del padre (il sonno della
metafora) tra esercizio della ragione creata e messa in atto
della ragione redenta.
Nel momento in cui si cerca di
svelare il nocciolo speculativo che la metafora contiene e
di fornire consistenza "metafisica" e teologica
al suo messaggio, ecco che ci si imbatte in quello che con
felice espressione platonica (assunta da Virgilio Melchiorre
come un ritornello) è stato chiamato “il più
bello dei legami”: “Ma non è possibile
che due cose sole si compongano bene senza una terza: bisogna
che in mezzo vi sia un legame che le congiunge entrambe. E
il più bello dei legami è quello che faccia,
per quant’è possibile, una cosa sola di sé
e delle cose legate: ora l'analogia compie questo in modo
bellissimo” (Timeo 31 ca).
Il
dibattito teologico intorno all'analogia, sul quale a lungo
ha pesato la famosa stroncatura barthiana, relativa all'analogia
entis, che sarebbe una “invenzione dell'Anticristo”, nella
misura in cui coltivasse la pretesa di conoscere Dio al di
fuori della Rivelazione, sembra al momento potersi sviluppare
in forma più pacata ed in questo senso più produttiva in ordine
ai possibili esiti teoretici della questione stessa. Da un
lato naturalmente va considerato il contesto in cui si esprime
il rifiuto barthiano, che intende prendere posizione intorno
al dilemma “la Parola o l'esistenza” cui poteva pervenire
il lettore della prima edizione della Kirchliche Dogmatik,
rifiutando l'antinomia ed optando decisamente per il primo
termine. All'unico possibile centro della fede che è Cristo
Signore non si può opporre l'esperienza umana, né intesa in
senso metafisico, né interpretata in forma esistenziale; in
entrambi i casi essa diviene il luogo in cui si esprime l'Anticristo,
ma lo stesso tentativo di rappresentare la Rivelazione tramite
un’ellisse a due fuochi correlati e contrapposti (Parola ed
esperienza umana) finirebbe col portare acqua al mulino dell'Anticristo.
La teologia cattolica rivendicherebbe “[...] il possesso di
un principio sistematico, che non è Cristo Signore, ma un
principio astratto - appunto l'analogia entis - in base al
quale, già nella precomprensione filosofica (della teologia
naturale) può essere conosciuto il rapporto fra Dio e creatura,
di modo che, in ultima analisi, la rivelazione di Dio in Gesù
Cristo si presenta come il compimento di un essere e di un
sapere già esistenti prima, anche se forse non nel senso di
una metafisica librantesi sopra la fede e il sapere. Ma il
posto che Cristo assumerà nella sua funzione di compimento
è inquadrato già prima, in un'ontologia che antecede l'ordine
della rivelazione e non può essere infranta da essa. L'immagine
cattolica del mondo quindi presenta per principio due vertici:
la rivelazione e la sua pretesa sono in essa relative” (Balthasar
su Barth). Ma - sempre a proposito del pensiero barthiano
- non si può dimenticare la sua interna evoluzione, che suggerisce
a von Balthasar un passaggio decisivo della sua opera su Barth,
in cui esprime tale cambiamento di prospettiva a proposito
dell'analogia in termini di “conversione”. Paradossalmente,
mentre il padre della teologia dialettica sembrerebbe potersi
in certo modo accordare con le posizioni di Gustav Söhngen
e dello stesso von Balthasar, l'altro teologo protestante
cui la riflessione sull'analogia deve molto Eberhard Jüngel,
che pure assume come interlocutore il pensiero del cattolico
Erich Przywara, continuerebbe a sostenere una radicale incompatibilità
fra analogia entis e analogia fidei, in analogia con la contrapposizione
paolina fra giustizia della legge e giustizia della fede,
e ciò in nome di un'assoluta fedeltà alle originarie intenzioni
di Barth sopra espresse.
La profonda diffidenza espressa in
ambito teologico protestante nei confronti dell'analogia entis,
ma in generale della stessa metafisica cristiana, rappresenta
in qualche modo, sul versante teologico, quello che la critica
all'ontoteologia sostiene a livello filosofico, tant'è vero
che di questa critica spesso si nutre e su di essa talvolta
si appoggia. Tralasciando l'analisi e la documentazione relativa
agli autori sopra nominati e rimandando alla versione scritta
per tali approfondimenti, mi limiterò qui a richiamare le
diverse figure dell'analogia che qui entrano in gioco, soffermandomi
sul rapporto fra la metafora del padre e l'analogia del padre
e sulle loro reciproche implicanze.
L'ambito è naturalmente quello dell'analogia
fidei, ma di un'analogia fidei che non intende contgrapporsi
all'analogia entis, la quale, a sua volta, lungi dal volersi
costituire come forma di conoscenza autonoma e separata dalla
Rivelazione, chiama in causa proprio la dimensione cosmico-antropologica
dell'automanifestazione di Dio e quindi poggia sulla creazione
e si esprime nella forma dell'esercizio della ragione creata.
In rapporto al nostro tema, si impongono alcune precisazioni
tutt'altro che marginali, in quanto nel rapporto fra metafora
e analogia interviene la figura dell'analogia attributionis,
che alcuni anche autorevoli interpreti non ritengono si possa
assegnare alla concezione aristotelica dell'analogia. Anche
limitando la nostra attenzione al livello meramente etimologico
del termine, “analogia”, nella lingua greca, significa semplicemente
“proporzione”. Sembra tuttavia potersi proporre - e su questo
gli autori mi sembrano consenzienti - una concezione secondo
cui la metafora altro non è se non un'analogia di attribuzione
estrinseca. Ma, nel caso della metafora del padre, dobbiamo
aggiungere che, pur restando in primo luogo definibile come
analogia attributionis, essa non manca di suggerire e di evocare
la proporzione, che verrebbe graficamente indicata nella formula:
Dio
: universo = padre: figlio
dove
il come, espresso dal segno di uguaglianza giustifica appieno
il carattere estrinseco della stessa attribuzione in quanto
non può non essere inteso che nel senso di una proporzione
decisamente sproporzionata, intendendosi il segno : “sta”
nella prima espressione (Dio : universo) come rapporto di
"creazione", nella seconda (padre : figlio) come
relazione di generazione. sicché resta anche vero che
Dio : universo ≠ padre
: figlio,
dove
si verifica appieno l’espressione del Lateranense IV, secondo
cui “tra il creatore e la creatura, per quanto grande sia
la somiglianza, maggiore è la differenza” (DS 806).
La
metafora del padre, interpretata allora sia nella prospettiva
dell'analogia di attribuzione che in quella di proporzione,
indica semplicemente l'origine divina di tutte le cose (=
cielo e terra), dove la valenza speculativa della figura paterna
sta appunto nell'essere origine, principio del tutto. È il
riferimento alla categoria platonica della “partecipazione”,
che consente un ulteriore eventuale passo avanti nella riflessione.
Tommaso in questo senso ha aperto al strada (pioniere) non
avendo adottato preclusioni di sorta e non avendo temuto di
affiancare alla figura dell'analogia come proporzione (di
derivazione certamente aristotelica) quella della analogia
come partecipazione (di impronta platonica). In quanto interpretata
nell'orizzonte dell'analogia entis, la metafora del padre
suggerisce allora un rapporto di partecipazione fra l'Ipsum
esse subsistens e gli enti creati, sicché l'essere dell'Uno
e degli altri va predicato appunto in maniera analogica, in
un quadro teorico che, lungi dal relegare nell'oblio la differenza,
finisce con l'esaltarla, esplicitandola e tematizzandola (vedi
precedente riferimento a Dionigi).
Infine
-. e sempre in questa duplice prospettiva di attribuzione
e proporzione - la metafora del padre sta ad indicare la realtà
di Dio come assoluto trascendente, da cui tutto trae origine,
al di là delle distinzioni intratrinitarie, ma non oltre esse.
È qui che va registrato il radicale superamento che la Rivelazione
cristiana intorno alla creazione opera rispetto alle espressioni
metaforiche e alle suggestioni speculative espresse in ambito
pagano. È infatti dottrina teologica comunemente acquisita
quella che interpreta le azioni ad extra di Dio come implicanti
la Trinità nel suo insieme, per cui la creazione è opera del
Padre, come del Figlio e dello Spirito (per mezzo del Figlio
nello Spirito), senza distribuzione quantitativa di ruoli
e di compiti ed eventuali conflitti di competenza, ma – come
scrive P. Xavier Durrwell - “la creazione non è opera di un
Dio che agisca secondo l’unità indistinta della propria divinità:
essa dipende dal Padre che agisce nel proprio Figlio, suppone
il mistero trinitario”.
La
metafora del padre, nel contesto della rivelazione neotestamentaria,
e quindi in primo luogo sulla bocca di Gesù (Mc 14, 36: “E
diceva: <<Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana
da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che
vuoi tu>>” [kaˆ œlegen, Abba Ð pat»r, p£nta dunat£ soi: paršnegke
tÕ pot»rion toàto ¢p' ™moà: ¢ll' oÙ t… ™gë qšlw ¢ll¦ t… sÚ])
e subordinatamente su quella dei discepoli (Rm 8,15: “E voi
non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella
paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per
mezzo del quale gridiamo: <<Abbà, Padre!>>” [oÙ g¦r ™l£bete pneàma doule…aj p£lin e„j fÒbon, ¢ll¦
™l£bete pneàma uƒoqes…aj, ™n ú kr£zomen, Abba Ð pat»r:]
e Gal 4,6: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che
Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio
che grida: Abbà, Padre!” [“Oti
dš ™ste uƒo…, ™xapšsteilen Ð qeÕj tÕ pneàma toà uƒoà aÙtoà
e„j t¦j kard…aj ¹mîn, kr©zon, Abba Ð pat»r.]) suggerisce
ed impone un discernimento ulteriore, non più nella linea
dell'analogia di attribuzione e di proporzione, bensì soprattutto
nella direzione dell'analogia proportionalitatis, dove in
primo piano è posto il rapporto fra i termini rispetto ai
contenuti cui i termini rimandano. Sviluppata sia in un orizzonte
trinitario che in prospettiva ontologica, nell'interpretazione
di Jüngel, l'analogia proportionalitatis diventa analogia
relationis. Essa si esprimerebbe allora nella formula:
Padre : Figlio = padre :
figlio,
dove
è importante notare che - come del resto nella proporzione
- questi rapporti, qualora contenessero un'incognita, consentono
di risolverla soltanto se tre dei termini dati sono conosciuti.
Nel nostro caso se X è il Padre:
X
: Figlio = padre : figlio,
perché
l'analogia ci dica qualcosa della realtà di Dio-Padre bisogna
che si abbia conoscenza/esperienza della relazione filiale
intraumana e della persona del Figlio, secondo quanto espresso
nel loghion: “Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno
conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre
se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”
[P£nta moi paredÒqh ØpÕ toà
patrÒj mou, kaˆ oÙdeˆj ™piginèskei tÕn uƒÕn e„ m¾ Ð pat»r,
oÙd tÕn patšra tij ™piginèskei e„ m¾ Ð uƒÕj kaˆ ú ™¦n boÚlhtai
Ð uƒÕj ¢pokalÚyai] (Mt 11,27 ║ Lc 10,22).
Anche qui, né può
essere diversamente, è chiamata in causa la dinamica
della partecipazione sia nel rapporto Padre/padre sia in quello
Figlio/figlio, dove nella prima coppia di termini si esplica
il dinamismo della fondazione chiamato in causa a proposito
di Ef 3,15 (partecipazione ontologica), mentre nel secondo
viene chiamata in causa la dimensione salvifica del rapporto
(partecipazione soteriologica).
Ø
Conclusione:
il risveglio della metafora (la metafora del Padre come “icona
verbale”).
Se,
in conclusione, richiamando la realtà della Rivelazione come
automanifestazione di Dio in Cristo, cerchiamo di riflettere
sul rapporto fra Creazione e Redenzione, che nella historia
salutis si realizza e si compie nel mistero dell’Incarnazione
e della Pasqua, siamo al punto in cui, mentre ci accingiamo
a risvegliare la metafora del Padre, emergendo dall’aridità
delle formula cui l’analogia ci ha consegnato, ci viene incontro
l’ultima e forse più pregnante figura dell’analogia che la
metafora di Dio-Padre suggerisce, ossia l’analogia charitatis
[l’espressione è di un interprete di von Balthasar: M. Lochbrunner,
Analogia Charitatis. Darstellung undDeutung der Theologie
H. U. von Balthasar) , anch’essa analogia entis e analogia
fidei nello stesso tempo, in quanto non solo esige di essere
pensata nel duplice orizzonte della dimensione cosmico-antropologica
e storico-escatologica della Rivelazione, ma reclama dietro
le spinte sia della critica filosofica all'ontoteologia, sia
della rivendicazione teologica della prospettiva credente,
l’elaborazione di una “metafisica della carità” capace di
indicarne l’orizzonte di senso e nella quale la metafora del
Padre possa finalmente assumere la forma dell’“icona verbale”,
capace di sconfiggere ogni idolatria e di aiutarci a recuperare
l’orizzonte eucologico e poetico originario della metafora,
che eccede ogni analogia e ogni ulteriore concettualizzazione,
esprimendosi semplicemente nella preghiera che “obbedienti
al comando del Salvatore, osiamo” ripetere quotidianamente.
Roma 23 novembre
1998
Festa
di San Clemente papa e martire
Anniversario della esperienza
mistica attestata nel Memoriale di Blaise Pascal (23 nov.
1654)