| Suggestioni contestuali - Acquisizioni a carattere fondativo -
Lappartenenza della teologia allessere della Chiesa
-
La essenziale connotazione ecclesiale della teologia - La non autoreferenzialità del sapere teologico
- Indicazioni prospettiche

Il genere
letterario delle pagine che seguono non intende affatto essere
quello della lectio. È vero che tra i convenuti ci sono
anche degli studenti, ma si tratta di persone che hanno alle
spalle un itinerario formativo di base; né a loro, né
a maggior ragione ai direttori degli ISR e ai colleghi
docenti mi sembra opportuno offrire una lezione di epistemologia
teologica o di ecclesiologia fondamentale. Piuttosto si tratterà
di una relatio, che, quanto ai contenuti, intende affrontare
largomento della "funzione" ecclesiale del sapere
teologico attuando una sorta di andirivieni fra la figura o
il soggetto che si occupa di teologia e la sua occupazione,
appunto il teologare. La prospettiva o il punto di vista sono
quelli di chi lavora quasi da un ventennio in questo settore
ed intende mettere a disposizione di quanti fossero in qualche
modo interessati allargomento una serie di riflessioni
che nascono da questa esperienza sul campo e dalla specifica
competenza acquisita nellambito della teologia fondamentale.
In
quanto relatio il "dire" e il "detto"
intendono relazionarsi alle tesi e alle considerazioni che nascono
da altri punti di vista e da altre esperienze di servizio ecclesiale.
Niente di definitivo, quindi o di inappellabile, nonostante
il tono severo di qualche giudizio che verrà espresso (e che
va correttamente interpretato soprattutto in direzione auto-critica),
ma soltanto la proposta di alcune suggestioni e provocazioni,
che ci auguriamo possano avviare o alimentare il nostro pensiero
e il nostro agire nella Chiesa e nelle chiese, che siamo concretamente
chiamati a servire.
1.
Suggestioni contestuali
Il
fatto che da più parti si vada proclamando la fine dellepoca
moderna ed il suo superamento/inveramento in un non meglio identificato
"post-moderno" non sembra possa contribuire a rassicurare
più di tanto chi si è battuto in prima linea contro le cadute
ideologiche prodottesi nella modernità compiuta e i loro tragici
frutti. In quanto figlio del "moderno", il "post-moderno"
conserva nel proprio dna alcune convinzioni di fondo che hanno
caratterizzato la cultura della ragione emancipata e che qui
intendiamo richiamare come provocazioni per la nostra ragione
credente, perché non si impigrisca e non canti facilmente vittoria
sulle ceneri della modernità e del razionalismo sia filosofico
sia scientifico che ne hanno caratterizzato gli esiti.
E
una prima provocazione ci viene dal breve, occasionale scritto
di Immanuel Kant, in cui il filosofo di Königsberg, col quale
sarà difficile smettere di fare i conti, risponde a suo modo
alla domanda Che cosè lIlluminismo?:
"Se
ho un libro che pensa per me, se ho un direttore spirituale
che ha coscienza per me, se ho un medico che decide per me [...]
non ho bisogno di pensare, purché possa soltanto pagare: altri
si assumeranno per me questa noiosa preoccupazione - Odo da
tutte le parti gridare: "Non ragionate!". Lufficiale
dice: "Non ragionate, ma fate esercitazioni militari!".
Limpiegato di finanza dice: "Non ragionate, ma pagate!".
Luomo di chiesa dice:
"Non ragionate, ma credete!""1.
Il
grido che emana da queste notissime pagine kantiane è quello
di un invito pressante, quanto appunto disatteso, nel suo come
nel nostro tempo: Sapere aude! ("Abbi il coraggio
di usare la tua testa!")2,
grido che assumerà un tono ben più minaccioso nelle pagine del
diario del padre dellateismo di massa, Ludwig Feuerbach,
dove al credere si oppone il pensare, al vaneggiare e fantasticare
della teologia la sobria, rigorosa e discreta analisi filosofica:
"[...] la mia testa e il mio cuore furono rimessi sulla
loro via; io seppi ciò che dovevo e volevo: non teologia, ma
filosofia! Non vaneggiare e fantasticare, ma imparare! Non credere,
ma pensare!"3.
Circa
il permanere di concezioni sostanzialmente contigue rispetto
a quelle espresse negli scritti sopra citati possiamo evidentemente
discutere, la tesi che chi scrive evidentemente sostiene intravede
una sorta di continuità spirituale fra la convinzione secondo
cui il credere sia destinato a soccombere per mano di una ragione
trionfante e convinta della propria supremazia e lattuale
tolleranza esercitata nei confronti di istituzioni e pratiche
religiose e cristiane, omologabili e spesso omologate intorno
a quel "ritorno del sacro", che fondamentalmente rappresenterebbe
la rivincita dellirrazionale e del simbolico sul concetto
e le sue espressioni sistematiche. Comunque fra "credere"
e "pensare" permarrebbe un abisso di distanza insormontabile,
che solo degli illusi (appunto i teologi) possono ancora ritenere
di poter valicare. La loro illusione è così palese che lo stesso
atteggiamento dei veri credenti, ossia di coloro che vivono
semplicemente la loro appartenenza cristiana, contribuisce a
smascherare: questi esprimono la loro fede attraverso il servizio
agli ultimi, nella lode e nel canto delle liturgie, col profondo
sentirsi in comunione con Dio - sentimento che non mancano di
comunicare a chi non crede -, certo non pensando, o, peggio,
ragionando e studiando, passatempi perniciosi e alla lunga deleteri
per una fede sana e robusta, che finirebbero per infiacchire
ed uccidere.
Ma
a queste radicate convinzioni, che informano la cultura del
tempo cui apparteniamo, frutto di una (impossibile in altri
campi) congiura fra laicisti e fideisti, ci sembra di dover
contrapporre latteggiamento assunto dalla Chiesa e dal
pensiero cattolico, che, sia nella temperie della modernità
compiuta, come in quel trapasso epocale che porta i contrassegni
del "post-moderno", si fa carico, di volta in volta,
di sottolineare i limiti di una ragione presuntuosa, ebbra della
propria (presunta appunto) onnipotenza ed, inversamente, di
custodire lesercizio della ragione, richiamandole i propri
compiti e inducendola a continuare nel suo lavoro di scavo delle
domande di senso, perché la ricerca di risposte profonde e veritiere
non abbia a smarrirsi. Presunzione immotivata e vittimismo debolistico
costituiscono i due fronti sui quali si gioca la credibilità
del messaggio di cui la Chiesa è portatrice in rapporto alla
cultura occidentale.
In
questi tempi, che sono i nostri, il pensiero credente non deve
stancarsi di vigorosamente opporsi ad ogni atteggiamento rinunciatario
nei confronti della ragione e del pensiero. La fede - come la
sindone4 - costituisce una "provocazione allintelligenza",
un suo stimolo costante e insopprimibile. La provocazione -
come si vede - è reciproca: non è solo il pensiero a provocare
la fede e la Chiesa, ma anche il contrario, la fine di questo
reciproco provocatorio dinamismo segnerebbe non solo la morte
del pensiero, ma anche quella dellautentico credere. Limprescindibile
istanza veritativa è propria non solo della fede e del sapere
che da essa promana, bensì non può non caratterizzare lumana
ricerca e costituirne lorizzonte di riferimento.
Sarebbe
ingenuo, e forse anche miope, ritenere che siano quelli sopra
citati gli unici impegni che la nuova evangelizzazione deve
affrontare: il grido delle vecchie e nuove povertà, la sete
di verità e di giustizia, il bisogno di sicuri riferimenti morali,
lindifferenza e il rifiuto verso le religioni istituzionali,
lindividualismo e il tecnicismo, che caratterizzano luomo
del nostro tempo, certamente non richiedono risposte soltanto
intellettuali e culturali, ma la presenza discreta e attiva
di comunità credenti che, nonostante il peccato e i compromessi
mondani cui soggiacciono, pongono comunque al centro della loro
vita la Parola e il Sacramento e ad essi orientano il loro essere
e il loro agire. Eppure non solo il nostro tempo ci chiede di
essere pensato e di pensare5, ma la nostra fede personale e comunitaria ("testimoniale"
- come si dice oggi) non può esimersi dalla riflessione inerente
alle proprie profonde ragioni. Almeno sulla carta e nelle intenzioni
sembrano molto lontani i tempi in cui "appresi gli elementi
essenziali della lingua latina, un po di dialettica e
larte oratoria, il chierico "era tenuto ad applicarsi,
senza ritardi, allo studio del Catechismo, dei casi penitenziali
o di coscienza e dei canoni ecclesiastici, esercitarsi nella
predicazione, senza spendere troppo tempo nella filosofia e
teologia, al fine di evitare il pericolo che venisse disprezzato
il comune ministero pastorale con pretese più ambiziose""6.
La tentazione ricorrente di tornare ad un duplice livello di
formazione (accademica e seminaristica) per il clero, qualora
vi si cedesse, da un lato comprometterebbe la consapevolezza
della imprescindibilità del sapere della fede anche per la cosiddetta
"pastorale ordinaria", dallaltro favorirebbe
un ulteriore arroccamento della teologia accademica e dei suoi
cultori, col triste risultato di acutizzare la già diffusa diffidenza
fra coloro che si occupano della pastorale e quanti elaborano
la scientia fidei.
2.
Acquisizioni a carattere fondativo
Dalle
precedenti considerazioni proviene la profonda convinzione,
radicata nella migliore tradizione cattolica, secondo cui il
sapere teologico attiene allessere stesso della Chiesa
prima ancora che allagire ecclesiale, o, peggio, al fare
ecclesiastico, a condizione, naturalmente, che la teologia resti
fedele alla propria natura e al compito che le è proprio e che
è chiamata ad esprimere anche nel ruolo di "custode dei
misteri speculativi e della metafisica", rifiutandosi di
arretrare su posizioni di vago sentimentalismo, di esasperato
prassismo, di sterile erudizione7.
Ridurre il sapere teologico a mero supporto della prassi, sia
pure con le migliori e pie intenzioni, o a esercizio di pura
curiosità scientifica significa dimenticare la magistrale lezione
di Tommaso dAquino, il quale, allorché si interroga relativamente
al carattere "speculativo" o "pratico" della
sacra doctrina, così risponde: "[Sacra doctrina]
magis est speculativa quam practica: quia principalius agit
de rebus divinis quam de actibus humanis" (S. Th. I, 1,
4). Questa preminenza della dimensione speculativa su quella
operativa indica il ruolo che fondamentalmente la teologia è
chiamata a svolgere nella comunità dei credenti, ossia il suo
specifico servizio, che è quello di accompagnare la fede nella
scoperta e nellespressione delle proprie profonde ragioni
e della propria intrinseca ragionevolezza. Un compito ed un
ruolo, che, in quanto strettamente legati alla dinamica stessa
sia della fides qua (creditur) che della fides quae
(creditur), non possono essere considerati come occasionali,
opzionali o meramente ornamentali allinterno della comunità
credente.
"Il
lavoro del teologo risponde [
] al dinamismo insito nella
fede stessa: di sua natura la Verità vuole comunicarsi, perché
luomo è stato creato per percepire la verità, e desidera
nel più profondo di se stesso conoscerla per ritrovarsi in essa
e trovarvi la sua salvezza (cf 1Tm 2,4). Per questo il
Signore ha inviato i suoi apostoli perché facciano "discepole"
tutte le nazioni e le ammaestrino (cf Mt 28,19s). La
teologia, che ricerca la "ragione della fede" e a
coloro che cercano offre questa ragione come una risposta, costituisce
parte integrante dellobbedienza a questo comandamento,
perché gli uomini non possono diventare discepoli se la verità
contenuta nella parola della fede non viene loro presentata
(cf Rm 10,14s)"8.
Labbandono
di questa prospettiva risulterebbe fatale non solo per la teologia,
ma per la fede stessa sulla quale la Chiesa si costituisce e
si costruisce. Abbiamo bisogno di motivazioni per la nostra
azione caritativa, catechetica, liturgica, culturale, chiamiamo
il teologo, se è bravo, penderemo dalle sue parole per il trascorrere
di una relazione o di un minicorso, per poi immediatamente tornare
allazione, che, nel migliore dei casi, avrà guadagnato
dallincontro il supporto di qualche dotta citazione. Incontri
occasionali di questo genere sono frequenti nella programmazione
di convegni, conferenze, corsi di aggiornamento delle nostre
chiese, ma il nesso "ontologico" fra la fede della
comunità e il suo sapere esige ben altro tipo di rapporto: il
teologo non è come il medico o lavvocato che si consulta
solo quando è strettamente necessario e il rapporto col quale
si spera di chiudere per sempre con il pagamento della parcella.
Daltra parte i teologi non sembrano del tutto immuni dalla
tentazione di autogratificazione che comporta effettuare conferenze,
partecipare a tavole rotonde e incontri occasionali (magari
porgendo a pubblici diversi gli stessi contenuti con qualche
aggiustamento cosmetico), preferendo questultimo impegno
a quello di dedicarsi allattività educativa in una comunità,
che richiede la fatica del giorno per giorno e alla quale non
si possono raccontare le stesse cose per più di una volta.
2.1.
Lappartenenza della teologia allessere della Chiesa
È
vero - grazie a Dio! - che non tutti nella Chiesa sono chiamati
ad esprimere il carisma della teologia, ma è pur vero che chi
se ne occupa con convinzione e senza riserve e pretese, esprime
in maniera forte e precipua una dimensione fondamentale del
credere. Analogamente al carisma del religioso, quello del teologo
sottolinea, radicalizzandolo, un elemento che, sia pure in forma
embrionale e spesso irriflessa non può non caratterizzare il
credere di tutti. In quanto comunità credente, convocata dalla
Parola e chiamata ad essere e a celebrare il Sacramento, la
Chiesa non esprime solo una comunione di volontà e di sentimenti,
bensì anche di intelligenze e di pensieri, sicché il "sentire
cum Ecclesia"9 deve includere
il "cogitare cum Ecclesia", se non vuol ridursi a
scelta velleitaria o dettata solo da pii sentimenti. È in gioco
la credibilità dellappartenenza e della testimonianza
ecclesiale, integralmente intese, dove - come scrive giustamente
un teologo spagnolo - "si incrociano la dimensione esterna,
frutto della connessione storica con la testimonianza apostolica
fondante della Chiesa, la dimensione interiorizzata, sorta
dallesperienza ecclesiale della testimonianza vissuta,
e infine la dimensione interiore e interiorizzante, grazie alla
testimonianza dello Spirito, che anima e santifica la
Chiesa"10. Lelaborazione di una "metafisica della
testimonianza" - fondata sulla filosofia riflessiva di
Jean Nabert11 o su quella ermeneutica
di Paul Ricoeur12 - ci sembra particolarmente
suggestiva e significativa in questa direzione.
Resta
dunque accertato che "non sono il singolo teologo o la
totalità dei teologi il soggetto autentico dellattività
che si chiama "teologia" o "scienza della fede",
bensì la Chiesa. E proprio questo, cioè il fatto che la Chiesa
come congregatio fidelium sia il soggetto autentico (e
non solo p. e. il partner e loggetto) della
teologia cristiana, fonda il distintivo della sua ecclesialità
teoretico-scientifica"13.
Costituendosi la teologia come "funzione vitale" del
popolo di Dio, né il suo esercizio, né colui che la esercita
si può considerare alla stregua di un "funzionario di un
sistema"14. Piuttosto, a questo livello fondamentale, la radicale
appartenenza della teologia alla Chiesa incrocia il carattere
profondamente "tradizionale" della teologia, laddove
la tradizione costituisce la vita stessa della comunità credente
e non fa riferimento soltanto al passato, bensì anche al presente
e al futuro del comunicarsi della fede. La teologia è un elemento
imprescindibile di questa catena dinamica che è la "tradizione
ecclesiale"15, un tema che a nostro avviso merita di essere proposto
con maggior forza, ben oltre il ruolo, che purtroppo svolge
nella manualistica corrente, di "cenerentola" della
teologia fondamentale, che spesso finisce con lesaurire
le proprie energie e i propri interessi intorno alla tematica,
pur importante e decisiva, della "rivelazione". Ma
il riferimento originario alla dimensione tradizionale della
teologia mi sembra suggerire allintelligenza credente
limpegno allesercizio del "discernimento"
(categoria certamente spirituale, ma che non può non caricarsi
di una valenza speculativa e pastorale) nei confronti delle
tradizioni e delladesione non idolatrica ed estrinseca
che nei loro confronti il popolo di Dio esercita. Non solo la
Chiesa nel suo insieme è realtà intrinsecamente tradizionale,
ma le comunità nelle quali si articola vivono la ricchezza del
riferimento a tradizioni spesso antichissime ed estremamente
suggestive, che tuttavia non possono riproporsi senza un adeguato
esercizio critico intorno al loro senso autentico e al loro
riferimento al Vangelo.
Da
quanto abbiamo detto risulta che il carisma della teologia non
può non essere trasversale rispetto a quelli che con von Balthasar
possiamo chiamare gli "stati di vita del cristiano"16, in quanto è un carisma-servizio chiamato a convivere
con la vocazione che si è abbracciata di laico, di religioso,
di ministro ordinato. E si tratta di una convivenza non sempre
pacifica nel momento in cui si cala nel quotidiano e fa i conti
con la tirannia del tempo e delle strutture. Prima preoccupazione
di colui che si ritiene chiamato alla teologia sarà dunque quella
di armonizzare le esigenze di rigore e di impegno che il lavoro
intellettuale comporta con i doveri connessi al proprio stato
di vita cristiana, onde evitare schizofrenie e tensioni nocive
ad una sana vita umana e spirituale. Questa vocazione comunque
non può essere appannaggio di un gruppo ristretto di funzionari
o di una sorta di casta di eletti, né risultare destinata solo
a chi è chiamato al ministero ordinato. Si tratta di una dimensione
del credere (quindi di un diritto/dovere) del popolo di Dio
(= laos) in quanto comunità credente. Il problema dello
"spazio" per i "laici teologi", recentemente
riproposto in rapporto alle istituzioni accademiche e alla comunità
ecclesiale italiana17, va a nostro
avviso affrontato nel quadro generale dello "spazio"
(che significa strutture, energie, tempo, strumenti economici)
e dellattenzione che la comunità ecclesiale riserva e
intende riservare alla teologia e ai suoi cultori18.
2.2.
La essenziale connotazione ecclesiale della teologia
Veniamo
ora allaltra faccia della medaglia: lautentico teologare
non può prescindere dallorizzonte ecclesiale. Se il grembo
della teologia è la fede testimoniale, il rapporto con la comunità
credente sarà per il teologo originario e fontale, e alla Chiesa
e nella Chiesa dovrà indirizzare il proprio lavoro di ricerca
e di comunicazione del sapere. Scrive il cardinale teologo Joseph
Ratzinger:
"[...]
per la scienza teologica, la Chiesa non è unistanza estranea,
essa è piuttosto il fondamento della sua esistenza, la condizione
della sua possibilità. E la Chiesa non è, a sua volta, un principio
astratto; essa è invece soggetto vivente, è contenuto concreto.
Per sua natura questo soggetto è più ampio di ogni singola persona;
anzi di ogni singola generazione. La fede implica sempre appartenenza
ad un tutto, e, proprio per questo, un uscire dal chiuso di
sé. Ma la Chiesa non è neppure uno spazio spirituale non tangibile,
in cui ciascuno ha da scegliere quel che più gli aggrada. Essa
è concreta, nella parola vincolante della fede. Ed è voce vivente,
che dice le parole della fede"19.
Se
sul piano epistemologico può portare un qualche guadagno la
distinzione fra il "rapporto personale del teologo con
la Chiesa" e "lecclesialità teoretico-scientifica
strutturale della teologia"20,
a livello di una riflessione esistenziale ci sembra che la coscienza
dellappartenenza della teologia alla Chiesa risulti confermata
anche allinterno di queste sottili, a volte sofistiche,
distinzioni, perfino nella posizione (che non condividiamo assolutamente)
di chi ritiene che lesercizio del teologare non richieda
necessariamente ladesione di fede personale del teologo,
tale mancanza sarebbe comunque compensata dal fatto che lo studioso
dovrà comunque far riferimento alla fede della comunità21.
Ci
preme a questo punto sottolineare come la fedeltà al Magistero
ecclesiale costituisca una condizione necessaria e indispensabile
per lecclesialità del teologo e della teologia che egli
esprime22, ma che si tratta di
una componente non sufficiente a connotare autenticamente tale
ecclesialità, piuttosto è una condizione minimale e dunque non
esauriente di tale appartenenza. Sarebbe mortificante sia per
il Magistero e chi lo rappresenta che per la teologia e chi
la esercita se il rapporto con la comunità credente si esaurisse
e si esprimesse unicamente in termini di ortodossia formale.
La fedeltà che non solo il teologo, ma il credente, deve alle
indicazioni del Magistero ecclesiale ai suoi diversi livelli,
in particolare nellattuale momento di trapasso culturale,
non può che essere una fedeltà creativa e dinamica. In particolare
lelaborazione speculativa della fede richiede, insieme
a profonde capacità recettive, una notevole creatività. Il teologo
non renderebbe un buon servizio alla comunità credente e alla
stessa fede della Chiesa se si autocensurasse, riducendosi a
mero trasmettitore di indicazioni magisteriali. Finché e nei
campi ed argomenti in cui non si danno pronunciamenti e positiva
censura, va esercitata la libertà di ricerca e di espressione,
senza falsi timori e senza remore.
Posta
la fedeltà come conditio sine qua non, non vanno dimenticati
altri criteri di ecclesialità della teologia. Ne indichiamo
soltanto due: 1) lecclesialità della teologia si esprime
nella capacità di realizzare e vivere la "comunione";
2) tale ecclesialità, non può prescindere dalla condizione del
"servizio" precipuo richiesto al teologo.
Una
teologia che si esprimesse prevalentemente, se non esclusivamente,
in termini polemici e controversisti, sia al proprio interno
che in rapporto alla comunità credente e al proprio contesto
culturale, avrebbe ancora molto da imparare sul versante dellecclesialità.
Purtroppo nella situazione della teologia contemporanea (mi
riferisco soprattutto al nostro Paese) sembrano talvolta
far capolino atteggiamenti di sterile polemica, frutto della
presunzione e della saccenteria proprie degli intellettuali
insicuri delle proprie convinzioni, che riescono ad esprimere
solo sparando a raffica su quelle degli altri. Una sana competitività
può essere senzaltro stimolo per la ricerca e aiutare
a conseguire risultati di maggior livello, tuttavia dobbiamo
imparare a distinguerla dalla sofistica e dalle sue espressioni
ricorrenti.
Accanto
a queste modalità estreme, bisogna purtroppo segnalare il più
diffuso spirito individualistico che caratterizza il lavoro
teologico. In un momento in cui non sembrano emergere grandi
figure di teologi, sarebbe quanto meno auspicabile unire le
forze e realizzare un vero e proprio gioco di squadra, per non
rinchiudersi nella propria specialistica competenza e daltra
parte non pretendere di poter parlare e scrivere di tutto (il
teologo non è, né può essere, soprattutto oggi, un tuttologo).
Linterdisciplinarietà e la transdisciplinarietà, di cui
a livello teorico ed epistemologico tutti parlano, molto difficilmente
viene a costituire lorizzonte di riferimento del lavoro
quotidiano dei teologi: eppure potrebbe essere segno in maniera
concreta e sul campo di quella dimensione ecclesiale costitutiva
della teologia di cui stiamo dicendo. Il costituirsi, nella
storia della teologia e della Chiesa, di vere e proprie "scuole"
di pensiero è espressione di questa capacità vitale e pluriforme
del sapere della fede, che sa creare comunione anche nella diversità
e nella differenza delle prospettive. Lindagine di alcuni
anni or sono promossa da una rivista sulle scuole teologiche
italiane, nonostante i limiti strutturali, a suo tempo rilevati,
ha avuto il merito di aver mostrato lassenza, nel panorama
del nostro Paese, di vere e proprie "scuole" di pensiero
teologico. Ad eccezione dellesperienza milanese, le altre
realtà censite in quelloccasione non hanno manifestato
una vera e propria comunanza di intenti e di lavoro e lelaborazione
di prospettive comuni a gruppi di teologi, ci si è infatti limitati
a segnalare la presenza di luoghi istituzionali in cui si insegna
e si "produce" la teologia in Italia23.
Accanto
a questa auspicata comunionalità ad intra del sapere
teologico, non va dimenticato lesercizio faticoso della
comunione nella comunità cui si appartiene e che si è chiamati
a servire. Lo studio della sacra dottrina non può essere causa
di divisione e discordia, piuttosto ricerca incessante di ciò
che unisce e fonda il rapporto fra credenti. Le diffidenze dei
pastori verso i teologi spesso nascono dal timore, non del tutto
ingiustificato, di complicare ulteriormente la vita delle comunità
con ulteriori elementi di divisione, allorché si fa riferimento
agli specialisti del sapere della fede. Di sapiente equilibrio
a questo proposito ci sembra lindicazione offerta dallistruzione
sulla vocazione ecclesiale del teologo, dove si dice che "là
ove la comunione di fede è in causa vale il principio dell"unitas
veritatis"; là ove rimangono delle divergenze che non mettono
in causa questa comunione, si salvaguarderà l"unitas
caritatis""24.
La
dimensione diaconale della teologia va espressa a nostro avviso
nella capacità e nella disponibilità allaiuto offerto
alle comunità nel non facile compito investigare le ragioni
del proprio credere e contestualmente di interpretare se stesse
e il loro ruolo nella storia e nelle vicende che lumanità
del proprio tempo è chiamata a vivere. La lettura e linterpretazione
dei "segni dei tempi" non è solo carisma profetico,
bensì richiede lesercizio dellintelligenza e la
pratica della scienza, propri della teologia. Ci limitiamo a
segnalare un fronte particolarmente attuale sul quale ci sembra
doversi esercitare la diaconia del teologo oggi nel nostro occidente
"post-moderno", un fronte ricco di fascino, ma al
tempo stesso non privo di possibili pericolose deviazioni. Lha
indicato nella sua prolusione allultima assemblea generale
dei vescovi italiani il cardinal Ruini quando ha invitato a
"cogliere, interpretare e purificare la ricerca del sacro
e del divino"25, cui sembra
tanto sensibile luomo del nostro tempo. Mi sembra evidente
che anche in questo campo il "discernimento" si imponga,
e un discernimento che non può non avvalersi delle capacità
e delle energie intellettuali, di cui dispone il sapere della
fede. Non basta - ha sottolineato il cardinale - una ricerca
psicologica e sociologica26, per
poter distinguere il carattere di avvento e di attesa del messaggio
evangelico di cui il "ritorno del sacro" è portatore
dalle sue chiusure e contrapposizioni, occorre certo "un
cuore nuovo e uno spirito nuovo", che non può prescindere
dallesercizio dellintelligenza credente e dal rigore
della scienza teologica per potersi e poter orientare le coscienze
dei singoli e delle comunità in relazione a questo macroscopico
fenomeno: un servizio dal quale non sembra che la nostra teologia
possa esimersi. Lesempio addotto esprime lesigenza
che il teologo nel programmare le proprie ricerche e la propria
attività non si ispiri soltanto ai propri interessi intellettuali
e spirituali, ma abbia presenti le necessità dellazione
pastorale, catechetica, liturgica e caritativa del popolo di
Dio.
2.3.
La non autoreferenzialità del sapere teologico
La
conseguenza di questa duplice, reciproca appartenenza della
teologia alla Chiesa e della Chiesa alla teologia non può che
condurre allaffermazione della non autoreferenzialità
del sapere teologico. Il riferimento cristologico potrebbe bastare
a supportare questa tesi: il professore di teologia è uno che
insegna perché un altro è stato crocifisso (diceva Kierkegaard),
ma non mancano ulteriori provocazioni sia interne che provenienti
dallesterno, che dovrebbero indurre i teologi e la teologia
a fuggire la tentazione, sempre in agguato, dellautoreferenzialità.
La mania di autocitarsi (fino allesasperazione autobiografica),
la tendenza ad istruire questioni ed interlocutori, senza anche
lasciarsi istruire, innanzitutto dalla Parola di Dio, ma anche
dai fratelli e dai colleghi, il fatto che spesso i libri di
teologia più che trattare le questioni e affrontare direttamente
i problemi finiscono con lesporre le posizioni dei teologi
sono alcuni tra i sintomi più evidenti della deriva autoreferenziale,
che purtroppo rischia di compromettere il lavoro teologico e
la sua credibilità nella e fuori dalla Chiesa27.
In tempi nei quali la supremazia della teologia sugli altri
ambiti del sapere (filosofia compresa) era indiscussa, il genio
di Tommaso aveva saputo da par suo cogliere questa peculiarità
o singolarità del sapere teologico, senza tuttavia dimenticare
la non autoreferenzialità di una scienza che non attinge da
se stessa i propri fondamenti ma dalla scientia Dei et beatorum28.
Il carattere contemplativo ed insieme escatologico della sacra
doctrina, spesso dimenticato e disatteso, va ripreso e riattualizzato
in modo da non compromettere ulteriormente lidentità stessa
del teologare cristiano.
In
questa prospettiva di alterità e di ulteriorità non va dimenticata
la necessità di includere il carattere scientifico della teologia
in un orizzonte sapienziale, che, senza demordere sul versante
del rigore e dellimpegno richiesti da una vera e propria
scienza, quale appunto la teologia vuole e deve essere, sia
capace comunque di trascendere ed inverare tale dimensione in
sapere che sappia parlare non solo alla mente, bensì anche al
cuore e alla volontà delluomo, secondo il dettato di un
famoso testo rosminiano, dove il grande Roveretano, introducendo
la Teodicea scrive che non gli sembra "degna del
titolo di Sapienza quella conoscenza che nulla opera sul cuore
umano e che, quasi inutile peso, ingombra la mente dell'uomo
mortale, senza accrescergli i beni, senza diminuirgli i mali,
e senza appagare o consolare almeno di non menzognera speranza
i perpetui suoi desideri"29.
Se tale necessità di fatto sembra dover caratterizzare ogni
settore del sapere scientifico, essa risulta davvero inderogabile
e imprescindibile per la scientia fidei. Già a suo tempo
il grande Goethe aveva espresso col genio poetico che gli è
proprio linsufficienza delle conoscenze meramente scientifiche:
"E
le ho studiate dice Faust -, ah! filosofia, / giurisprudenza
e medicina / e anche, purtroppo, teologia da capo a fondo,
con tutto lardore. / Povero pazzo: e ora eccomi qui /
che ne so quanto prima. / Dicono: "professore". Persino
"maestro", dicono; / e sono già quasi dieci anni che
/ - su e giù, dritto e traverso gli studenti / li meno
per il naso
/ E mi è chiaro che nulla possiamo conoscere!
/ È qualcosa che quasi mi brucia il cuore. Certo / io ne so
più di tutti quei saccenti, / maestri, professori, chierici
e segretari. / Non mi tormentano dubbi né scrupoli, / non ho
paura dinferno e di diavoli: / ma in cambio non ho piacere
di nulla, / non ho idea di sapere qualcosa che abbia un senso,
/ non ho idea di poter insegnare qualcosa / per migliorarli,
gli uomini, o mutarli. / E non ho beni né ricchezze, / non onori
e splendori mondani. / Neanche un cane potrebbe resistere così!
/ Ecco perché mi sono dato alla magia / se mai per forza o voce
dello spirito / qualche segreto mi saprisse / e non dovessi
più sudare sangue / a dire quello che non so"30.
E
se la provocazione del Weltkind può sembrare lontana
o aliena dalla nostra situazione, non così, almeno credo, lirriverente,
irritante e irrispettosa parodia del teologo tedesco presente
nel testo di Mario Sgalambro, che il cantautore Franco Battiato
ha posto a conclusione del suo album, intitolato Lombrello
e la macchina da cucire, dove il professore di teologia
viene descritto alla stregua di un chirurgo, che col suo bisturi
osa sezionare e analizzare lassoluto31.
Parodie
che non ci lasciano indifferenti, e che comunque indicano la
necessità dellinclusione della scienza nella sapienza,
a condizione che il passaggio non avvenga frettolosamente e
non costituisca una sorta di alibi per poter abbassare il livello
e la qualità degli studi in nome appunto della loro sublimazione
spirituale o addirittura mistica. Il sapere nesciente è comunque
un sapere, la dotta ignoranza è comunque dottrina, ne andrebbe
dellautenticità stessa di quella dimensione e formazione
spirituale che pur si intende salvaguardare. È comunque allinterno
di questa feconda inclusione che va reimpostato il rapporto
fra cogenza pratica e valenza speculativa del sapere teologico,
in quanto la sapienza denota un sapere orientato alla vita e
che non perde di vista il vissuto personale e comunitario di
chi lo esercita e di coloro ai quali viene comunicato:
"Il
filosofo scrive Rosenzweig - deve essere di più che la
filosofia. Noi dicevamo: egli deve essere uomo, carne e sangue.
Ma non basta che egli sia soltanto questo. In quanto carne e
sangue che egli è, deve pronunciare la preghiera delle creature,
la preghiera rivolta al proprio destino [per Rosenzweig tale
è la preghiera di Goethe], quella appunto in cui inconsapevolmente
la creatura si professa creatura. La sapienza che abita in lui,
nella sua carne e nel suo sangue, è Dio che glie lha impartita
creandolo, come frutto maturo è appesa allalbero della
vita. Ed il teologo deve essere più che la teologia. Noi dicevamo:
egli deve essere veritiero, deve amare Dio. E non è sufficiente
che lo faccia per sé solo, nella sua cameretta. Come lamante
solitario, che egli è, deve esprimere la preghiera dei figli
di Dio, la preghiera della comunità timorata di Dio [che per
Rosenzweig è la preghiera di Mosé], nella quale egli si professa
consapevolmente membro del suo corpo immortale. La sapienza
che abita in lui, nel suo cuore pieno di venerazione, è Dio
che lha destata in lui con la rivelazione del suo amore;
essa, come scintilla accesa di luce eterna, procede ora dalla
sua bocca, che è pronta a lodare Dio nelle assemblee liturgiche"32.
Il
testo appena letto ci offre lo spunto per unulteriore
breve riflessione intorno al nostro tema. La struttura profondamente
ecclesiale del sapere della fede gli impone da un lato di configurarsi
ed esercitarsi come dinamismo della "ragione redenta",
ma nello stesso tempo mette in guardia dai rischi di unimpostazione
epistemologica di tipo formalistico o integralistico della teologia.
Il teologo non può dimenticare la "ragione creata",
le sue figure, le sue esigenze, i suoi risultati e non può esimersi
dal dialogo con le sue espressioni. La teologia cattolica del
peccato aiuta in questa direzione, proprio in quanto non ritiene
del tutto spento nelluomo il lume della ragione che lo
porta a cercare la verità e ad aprirsi ad essa. Se da un lato
per il cammino della Chiesa nel mondo e per la nuova evangelizzazione,
risulterebbe in ultima analisi sterile una teologia che impiegasse
le proprie risorse nellunico obiettivo di darsi un metodo
rigoroso, strutturalmente e sistematicamente perfetto, ma così
scheletrico da non saper accogliere la carne e il sangue delluomo,
da non saper ascoltare le sue urla di disperazione e i suoi
canti di gioia, altrettanto inadeguata sarebbe unimpostazione
teologica del rapporto fede/ragione tale da ritenere di doversi
applicare unicamente alle ragioni interne al credere, demonizzando
gli sforzi di quella che abbiamo chiamato la "ragione creata",
che comunque esprimono le esigenze più profonde delluomo
del nostro come di ogni tempo. Il modello epistemologico formalista
produce una sorta di impalcatura teologica non disponibile,
come invece nella natura di queste strutture, a lasciare il
posto alledificio del sapere e al vissuto dei suoi abitanti.
Il modello integralista genera una teologia arroccata ed arcigna,
ripiegata su se stessa e sulle proprie ricerche, con la sindrome
del nemico che si annida e si nasconde in ogni espressione culturale,
che non ha origine dal proprio sapere.
La
vocazione ecclesiale della teologia implica la dialogicità nei
confronti delle altre forme del sapere e delle loro espressioni.
Unepistemologia dialogica abbandona quellatteggiamento
oggi tanto diffuso e arrogante di esclusione dei praeambula
fidei, pur nella consapevolezza di dover impostare la ricerca
ad essi relativa in modo adeguato al nostro tempo e al pensiero
che in esso si esprime e con laccortezza a non conferire
valore di fondamento ai risultati di un percorso filosofico
estraneo o distinto dal credere. Tuttavia un sapere tutto e
solo interno alla fede finirà col parlare a patto che
ci riesca solo ai credenti e dunque a precludersi quel
compito missionario proprio della comunità cristiana e quindi
anche della teologia. La ragione non abita solo la teologia
e i teologi, ma, in quanto abita luomo, va ascoltata e
custodita. Da questo punto di vista quel serrato dialogo fra
credenti e non credenti, fra teologi e "laici", cui
siamo chiamati ad assistere sempre più spesso nelle nostre cattedrali
o in luoghi affini, costituisce il paradigma, che non può pertanto
restare occasionale e isolato, di un sapere che quotidianamente
deve confrontarsi e dialogare per potersi rigenerare.
Unultima
fugace annotazione riguarda le istituzioni nelle quali quotidianamente
si esercita e si esprime la fatica del teologo. Mi sembra che
a questo punto dovrebbe risultare evidente che la Chiesa e non
lUniversità è il luogo della teologia. Né si può pensare
ad un rapporto conflittuale fra teologia ecclesiale e teologia
accademica. In questo senso sia lUniversità, sia le altre
strutture più o meno ad esse collegate, in cui si lavora per
il sapere della fede, vanno considerate come strutture ecclesiali,
e devono mostrarsi come autenticamente tali. Il servizio del
teologo è una vera e propria diakonia in rapporto a quella
che Rosmini chiamava la dimensione intellettuale della carità33.
Lattuale dibattito e le timide esperienze, da cui emerge
una sorta di nostalgia di qualche teologo nei confronti delle
istituzioni universitarie pubbliche, rischia di farci perdere
questa prospettiva fondamentale, quasi che non sarebbe scientifico
un lavoro non svolto in ambito accademico statale, mentre avrebbe
un indiscutibile certificato di garanzia in tal senso la produzione
che proviene da tale ambito. Cè produzione altamente qualificata
in ambedue i luoghi istituzionali, come in entrambi si danno
spesso e volentieri prodotti di medio o basso livello. La presenza
degli studi teologici nella Universitas studiorum potrebbe
indicare un riconoscimento, ma a condizione che 1) non risulti
marginale rispetto agli ambiti del sapere ospitanti eventuali
corsi o insegnamenti di teologia 2) e che non si perda il profondo
legame ecclesiale del teologo e del sapere che è chiamato ad
esercitare. Daltra parte se tale attenzione fosse sincera,
a nostro modesto parere, dovrebbe esprimersi in termini di adeguato
riconoscimento dei titoli conseguiti nelle Istituzioni ecclesiastiche,
piuttosto che in corteggiamenti verso questo o quel teologo
perché venga a dire la sua in un minicorso o miniseminario interno
e funzionale ad altri ambiti epistemologici, che non hanno nulla
a che vedere col sapere della fede. Può darsi che abbia ragione
chi ritiene che attraverso questi primi timidi passi successivamente
la teologia possa entrare a pieno titolo nellUniversità
di Stato, allora la comunità ecclesiale dovrebbe seriamente
interrogarsi intorno ai reali vantaggi e ai rischi di tale operazione,
ma i tempi ci sembrano molto lontani perché si debba porre qui
ed ora il problema. Linvito è piuttosto quello a non enfatizzare
queste prime timide esperienze e a coglierle piuttosto come
momenti di quel dialogo missionario di cui dicevamo pocanzi.
Resta chiaro e i maestri del pensiero teologico cattolico
lo confermano abbondantemente - che la teologia non è un sapere
mondano, anche se non può essere un sapere disincarnato. La
logica dellincarnazione costituisce la stella polare chiamata
ad orientare il nostro fare, il nostro dire, il nostro studiare
e pensare.
3.
Indicazioni prospettiche
Per
uscire dal tunnel dellautoreferenzialità e dai suoi rischi
la teologia ha bisogno di un rapporto vitale con la comunità
credente. Il canto della lode, il servizio agli ultimi, la comunicazione-educazione
della fede, il rapporto drammatico con il contesto culturale
e sociale, che caratterizzano la vita ordinaria e quotidiana
delle nostre chiese non possono lasciare indifferente il teologo,
quasi si trattasse di operazioni marginali da guardare con autosufficienza.
Cosa ha da imparare la teologia da questa vitalità, a volte
arruffata e confusa, che si esprime nella concretezza della
pastorale? Evidentemente molto, né è possibile compilare un
elenco di contenuti e di problematiche, mi basta segnalare che
se non altro imparerà ad affrontare i problemi reali che il
credere e il pensare impongono. La teologia si potrà così riscattare
dalle maglie dei sofismi e dalle astruserie concettuali e concettuose
per esprimere con chiarezza e semplicità, ma non banalmente,
il sapere della fede. Ancora una volta ci soccorre lesempio
dellAngelico dottore, che, non disdegnava la predicazione
e riusciva pensiamo al famoso quaresimale napoletano
del 1273 ad esprimere con cristallina chiarezza i contenuti
profondi del nostro credo. Chi pensa che nei sermoni si esprima
una teologia di livello inferiore rispetto a quella della Summa
o delle Quaestiones disputate a nostro avviso sbaglia
di grosso: cambia il genere letterario, lo stile, il linguaggio,
la capacità di penetrare i misteri della fede resta la stessa34.
E
a proposito del linguaggio ci sia consentita unannotazione
concernente quella sorta di "marinismo teologico",
che rappresenta un segnale di quellautoreferenzialità,
che - ormai lo avrete colto - costituisce il bersaglio di tutta
la nostra trattazione. Si tratta di un atteggiamento "preoccupato
o soltanto di parole, formule, che si avvitano su se stesse,
senza verità e senza efficacia, o di rincorse sentimentali verso
il numinoso e lerotico, anche se venato di millenarismo"35, dove lerudizione si dissolve in esercitazioni
meramente letterarie, che non hanno nulla della sobrietà e del
rigore scientifico. In quanto tale la teologia non può non far
ricorso anche a una terminologia tecnica e specifica, diremmo,
per addetti ai lavori, ma, in quanto deve saper autotrascendere
il momento scientifico e quindi comunicarsi fuori dalla ristretta
cerchia degli specialisti, allora deve saper tradurre i propri
contenuti e il proprio messaggio. Dal primo punto di vista apprendere
la teologia nelle istituzioni educative a ciò preposte significa
soprattutto imparare un metodo e un linguaggio adeguati ai contenuti
indagati; in ordine alla seconda prospettiva la sfida che la
comunicazione lancia ai teologi è quella di non usare termini
tecnici se non nei casi in cui non si può fare diversamente,
riservando il gergo agli incontri specialistici. La consapevolezza
della propria appartenenza ecclesiale dovrebbe aiutare il teologo
ad uscire dal guscio delle proprie espressioni per donare il
proprio sapere nellesercizio della carità intellettuale
a chiunque esprima la propria fame e sete di verità.
Da
questo punto di vista gli ISR mi sembra siano chiamati a svolgere
un ruolo davvero importante nelle nostre comunità. Le indicazioni
offerte nel documento del 1993 mi sembrano preziose, in quanto,
se calate nella concretezza delle nostre situazioni particolari,
consentono un vero e proprio superamento di quel rischio dellautoreferenzialità,
cui ci sembra invece maggiormente esposta la teologia accademica36.
Larricchimento
che le nostre chiese possono e devono aspettarsi di ricevere
dal sapere teologico riguarda in primo luogo la ricerca e lesplicitazione
delle ragioni della propria fede, attraverso una sorta di "maieutica"
paziente ed accorta, in grado di far emergere, piuttosto che
inventare ed imporre, lintrinseca ragionevolezza del credere
da un lato e la credibilità della Rivelazione e dei suoi contenuti
dallaltro, in modo che, sia nella mentalità dei credenti
come in quella di chi non crede, venga superata la contrapposizione
fra credere e pensare, di cui parlavamo allinizio e che
comporta la strisciante convinzione, presente spesso ahimè anche
nei credenti, secondo cui i dogmi e i misteri che essi esprimono
sono delle assurdità, ma "badisi bene, che quando un dogma
è reso un assurdo, egli è bello ed annullato in tutte le intelligenze
umane; e quand'esso è ridotto ad una parola, basta un frego
sulla carta per cancellarlo. No, i dogmi della Chiesa non consistono
in meri vocaboli; sono ciò che i vocaboli significano, e costituiscono
l'oggetto della nostra credenza: la Chiesa colle sue parole
non cerca di illudere gli uomini"37.
In
secondo luogo la comunità credente chiede alla teologia di essere
sorretta in quel lavoro di "discernimento" intellettuale,
di cui abbiamo parlato, innanzitutto al proprio interno, come
capacità di cogliere ciò che è essenziale nella fede e nelle
sue espressioni distinguendolo da ciò che è secondario o marginale,
perché appunto né il praticante né losservatore esterno
incorrano nellequivoco di confondere o sostituire i livelli.
Scoprire le ragioni del credere ed abituarsi ad esprimerle richiede
questo lavoro previo di purificazione da ogni idolatria palese
o latente. In secondo luogo il servizio di una teologia autenticamente
dialogica nella comunità ecclesiale riguarda la capacità di
esercitare un adeguato "discernimento" verso lesterno,
attraverso lesercizio di quellauditus temporis,
che accanto allauditus e allintellectus fidei,
contribuisce a formare una fede adulta e consapevole, tale da
non incorrere negli opposti rischi della superbia saccente,
propria di chi non sa non pensarsi intellettualmente superiore
agli altri, e dellingenuità sprovveduta, che al contrario
caratterizza chi è affetto da complessi di inferiorità culturale.
Il
quadro che abbiamo disegnato circa il reciproco profondo rapporto
fra comunità credente e sapere della fede, se preso sul serio
e non come mera esercitazione accademica, non può non concretizzarsi
informando le strutture di formazione teologica esistenti ed
eventualmente creandone laddove non fossero presenti. Se servire
il pensiero è servire il Logos e questo servizio non
può prescindere dallincarnazione e dalla storia, esso
non potrà non strutturarsi sul territorio. Come ogni chiesa
non può non darsi delle strutture di servizio per la carità
temporale e per la carità spirituale, così non può esimersi
dal darsi delle strutture di servizio per la carità intellettuale.
La parrocchia (e quindi la diocesi) è anche una scuola, perché
la fede è anche conoscenza.
Una
non secondaria emergenza strutturale riguarda a nostro avviso
la formazione dei teologi. Siamo abituati a considerarli in
qualità di soggetti della formazione intellettuale, come figure
che compaiono dal nulla o come funghi, senza bisogno di alcuna
attenzione e cura formativa, oppure spesso si sottovalutano
le energie e le opportunità da investire in tale processo, che
riguarda sia le nuove leve, sia laggiornamento e lattività
di ricerca di chi già pratica questo mestiere. Il primo aspetto
di tale emergenza include la necessità ormai improrogabile di
un ripensamento delliter formativo e dei curricula,
il secondo implica che le nostre attuali strutture formative
non vengano interpretate come luoghi in cui esclusivamente si
macina didattica (lezioni esami tesi) senza alcun
riferimento alla ricerca, che pure ha bisogno di strutture,
di tempi (spesso lunghi per potersi esprimere ad alto livello),
di energie. Manca nelle nostre chiese la consapevolezza della
necessità di una programmazione in tal senso. Chi ritiene di
avere la vocazione allo studio spesso la deve attuare a proprio
rischio e pericolo, in condizioni di assoluta precarietà, spesso
dovendo svolgere contemporaneamente altri lavori. Nel caso del
laico probabilmente il problema si acutizza, ma riguarda anche
il prete diocesano e il religioso. È il momento che nelle sedi
competenti si ponga seriamente il problema e si cerchino soluzioni
adeguate nello spirito di quanto abbiamo cercato di dire circa
la reciproca appartenenza della Chiesa alla teologia e della
teologia alla Chiesa.
"In
questo secolo scriveva Jean Paul Richter in un momento
di trapasso epocale analogo al nostro si è scatenato
il diavolo e si è scatenato anche lo Spirito Santo. Siamo, ahimé,
alle soglie di tempi duri; frane e slavine precipitano insieme!
Verranno alcuni decenni (se fossero molti, il cuore immortale
delluomo non li sopporterebbe) in cui chimica, fisica,
geogonia, filosofia e politica si congiungeranno insieme per
spacciare il velo di Iside di quella silenziosa e alta
figura di dea per la figura di Iside stessa e per non
tenere invece in nessun conto la dea che sta sotto di esso.
Il cuore che obbedisce a Nemesi e che tempi più modesti e più
pii hanno educato, mostrerà di esitare di fronte a unepoca
di Titani, insolente e nefanda, dominata solo dal commercio
e dalla furberia e nel cui tribunale dello spirito impera il
diritto del più forte. Lepoca odierna è piena di ombre
che, come le ombre omeriche, dimostrano forza e loquela solo
dopo aver bevuto sangue. Forse lumanità si è svegliata;
non so se nel proprio letto o nella propria tomba. Ma essa giace
ancora come un cadavere che è stato ridestato, col volto allin
giù e scruta in giù dentro la terra [
]. Frattanto anche
questepoca troverà il suo solstizio. Il cuore umano si
polverizza, ma non si polverizzerà mai la meta di esso. [
]
Invece di migliorare lepoca, ciascuno lavori a migliorare
se stesso [
]. Ognuno seguiti a lavorare e a scavare in
silenzio con la lampada sulla fronte, nel buio del suo ripiano
e nel pozzo della sua miniera, senza preoccuparsi delle acque
che rumoreggiano intorno"38.
Questo
lavoro di scavo silenzioso ed umile ma consapevole del proprio
fondamentale ruolo di servizio allintelligenza e alla
fede caratterizzi il ritmo quotidiano delle nostre istituzioni
ed il nostro personale impegno a servizio della Chiesa e del
tempo in cui ci è dato di vivere e pensare.
Roma,
4 maggio 1998
1.
I. KANT, Beantwortung der Frage: "Was ist Aufklärung?",
in N. HINSKE (hrsg), Was ist Aufklärung? Beiträge aus der Berlinischen
Monatsschrift, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, Darmstadt
1973, 453.
2.
Il motto usato da Kant viene da ORAZIO, Epistolae, I, 2, 40.
3.
E. GRÜN (hrsg), Ludwig Feuerbach in seinem Briefwechsel und
Nachlass sowie in seiner Charakterenwicklung, Leipzig 1874,
I, 387.
4.
Ci permettiamo qui di parafrasare un passaggio del suggestivo
discorso di Giovanni Paolo II a Torino, dove, a proposito della
sindone, tra l'altro ha detto: "La sindone è provocazione
all'intelligenza. Essa richiede innanzitutto l'impegno di ogni
uomo, in particolare del ricercatore, per cogliere con umiltà
il messaggio profondo inviato alla sua ragione e alla sua vita.
Il fascino misterioso esercitato dalla sindone spinge a formulare
domande sul rapporto tra il sacro lino e la vicenda storica
di Gesù. Essa affida agli scienziati il compito di continuare
a indagare per giungere a trovare risposte adeguate agli interrogativi
connessi con questo lenzuolo che, secondo la tradizione, avrebbe
avvolto il corpo del nostro Redentore quando fu deposto dalla
croce. La Chiesa esorta ad affrontare lo studio della sindone
senza posizioni precostituite, che diano per scontati risultati
che tali non sono; li invita ad agire con libertà interiore
e premuroso rispetto sia della metodologia scientifica sia della
sensibilità dei credenti" (discorso pronunciato domenica
24 maggio 1998 e riportato dall'Avvenire martedì 26 maggio 1998).
5.
"Il più considerevole è che noi ancora non pensiamo; continuiamo
ancora a non pensare, benché la situazione del mondo diventi
sempre più preoccupante. Questa situazione sembra invero esigere
che l'uomo agisca, che anzi agisca subito, invece di parlare
in conferenze e congressi, muovendosi nella semplice rappresentazione
di ciò che dovrebbe essere e di come lo si dovrebbe realizzare.
In questa prospettiva, ciò che manca non è certo il pensiero,
ma l'azione [...]. Che si mostri interesse per la filosofia,
non attesta ancora alcuna disposizione al pensiero. Certo, ci
si occupa ovunque in modo serio della filosofia e delle sue
questioni. Si fa sfoggio di encomiabile erudizione nell'indagine
storica. Si tratta di compiti utili e lodevoli, per il cui adempimento
bastano appena le forze migliori, soprattutto quando ci mettono
davanti agli occhi gli esempi del grande pensiero. Anche il
fatto che ci dedichiamo per anni a penetrare i trattati e gli
scritti dei grandi pensatori non è ancora una garanzia che pensiamo
o che siamo almeno preparati a imparare a pensare. Al contrario:
l'occuparci di filosofia può anche ingannarci nel modo più tenace,
dandoci l'illusione di pensare, perché in fin dei conti, senza
sosta "filosofiamo"" (M. HEIDEGGER, Che cosa
significa pensare? Chi è lo Zarathustra di Nietzsche, SugarCo,
Milano 1971, I, 38-39). "Il grido continuerà a non essere
udito fin che non si comincerà a pensare. Ma il pensiero incomincia
solo quando ci si renderà conto che la ragione glorificata da
secoli è la più accanita nemica del pensiero" (M. HEIDEGGER,
"La sentenza di Nietzsche: "Dio è morto"",
in ID., Sentieri interrotti, La nuova Italia, Firenze 1968,
246).
6.
Il testo sopra riportato riguarda la formazione intellettuale
del seminarista nel seminario romano maggiore a ridosso del
Tridentino. Devo la citazione a M. SENSI, "Cultura religiosa
e formazione ecclesiastica nella Roma di Gregorio XII",
in L. FALCONE (a cura), Incunaboli e cinquecentine della biblioteca
di Gregorio XIII Boncompagni. Dal Collegio Germanico alla Pontificia
Università Lateranense, PUL-Mursia, Roma 1998, 26.
7.
Cf il forte appello a non perdere il carattere speculativo del
sapere teologico da parte di Hegel, il quale in un brano molto
famoso, dopo aver lamentato il "prodursi del singolare
spettacolo di un popolo civile privo di metafisica", paragonato
ad un "tempio riccamente ornato, ma privo di santuario",
rimprovera la teologia del suo tempo (oggi senz'altro bisognerebbe
rincarare la dose!) accusandola di non svolgere più il suo ruolo
di "custode dei misteri speculativi e della metafisica",
avendo preferito muoversi in una triplice fuorviante direzione:
quella dei sentimenti, quella dell'indirizzo pratico-popolare
ed infine quella dell'erudizione storica [cf G.-W.-F. HEGEL,
Scienza della logica, Laterza, Bari 1974, I, 6 (= introduzione
alla I edizione del 1812)]. Ecco come ha espresso la stessa
preoccupazione il compianto don Italo Mancini, che tuttavia
non dimentica il rischio opposto del totale disancoramento dalla
prassi e dalla vita: "Un pensiero, e il linguaggio che
esso crea, che non avesse "cogenza" pratica, sarebbe
puramente ludico, se non oppiaceo. [...] Ma neppure un prassismo
teologico ritenuto radicale può essere una soluzione soddisfacente.
Disarcionata dalla questione veritativa, la teologia rivestirebbe
in questo caso l'intenzione propria della ideologia, nel preciso
senso nietzschiano di un "tener per vero", atto non
allo svelamento dell'essere, ma all'accrescimento della "volontà
di potenza" dell'uomo il cui traguardo superoministico
può essere misurato soltanto dalla "sopportazione",quindi
dalla effettuabilità" (I. MANCINI, Con quale cristianesimo,
Coines, Roma 1978, 106-107).
8.
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Instructio "Donum
veritatis" de ecclesiali theologi vocatione del 24 maggio
1990, in EV, XII, 253, n. 7.
9.
Cf l'ultima parte degli esercizi: IGNAZIO DI LOYOLA, Esercizi
spirituali (a cura di P. SCHIAVONE), Paoline, Roma 1984, 248-257:
"Per il vero criterio che dobbiamo avere nella Chiesa militante...".
10.
S. PIÉ-NINOT, "La dimensione ecclesiale della teologia
fondamentale", in G. TANZELLA NITTI (a cura), La teologia,
annuncio e dialogo, Armando, Roma 1996, 125-126.
11.
Cf J. NABERT, "La rencontre de l'Absolue. Le témoignage",
in Études philosophiques 17 (1962) 323-338.
12.
1Cf P. RICOEUR, "L'herméneutique du témoignage", in
E. CASTELLI (ed.), Le Témoignage. Actes du Colloque de Rome,
Aubier, Paris 1972, 35-61, cf inoltre X. TILLIETTE, "Témoignage
et verité. Valeur et limite d'une philosophie du témoignage",
ivi, 89-100.
13.
M. SECKLER, "La teologia come scienza della fede",
in W. KERN - H.-J. POTTMEYER - M. SECKLER (edd.), Trattato di
gnoseologia teologica, in Corso di Teologia fondamentale, IV,
Queriniana, Brescia 1990, 249.
14.
Ibidem.
15.
Cf D. WIEDERKEHR, "Il principio della tradizione",
ivi, 107-136 e H.-J. POTTMEYER, "Norme, criteri e strutture
della tradizione", ivi, 137-172. Per ulteriori approfondimenti
si vedano: H. U. VON BALTHASAR, Verbum Caro, Morcelliana, Brescia
1968, 17-33. Y. CONGAR, La tradizione e le tradizioni, 2vv.
(= saggio storico e saggio teologico), Paoline, Roma 19652;
ID., La tradizione nella vita della Chiesa, Paoline, Roma 19832;
H. HOLSTEIN, La tradizione nella Chiesa, Vita e pensiero, Milano
1968. H. DE LUBAC, La Sacra Scrittura nella tradizione, Morcelliana,
Brescia 1969; ID., Meditazione sulla Chiesa, Paoline, Milano
1965; W. PANNENBERG, Strutture fondamentali della teologia,
Dehoniane, Bologna 1970, 55-90; K. RAHNER - J. RATZINGER, Rivelazione
e tradizione, Queriniana, Brescia 1970; B. SESBOÜÉ, "Tradition
et traditions", in Nouvelle Revue Théologique 112 (1990)
570-585. Molto interessante il modo di inserire la tematica
in una teologia fondamentale nel volume di H. VERWEYEN, Gottes
letztes Wort. Grundriss der Fundamental theologie, Patmos, Düsseldorf
1991.
16.
Cf H.-U. VON BALTHASAR, Gli stati di vita del cristiano, Jaca
book, Milano 19962.
17.
Mi riferisco all'intervento di M. VERGOTTINI, "Spazio per
i laici teologi?", apparso nel forum ATI di Rassegna di
teologia 39 (1998) 119-121.
18.
Indicazioni a nostro avviso preziose e stimolanti nel recente
volume di G. COLZANI, La teologia e le sue sfide. Aperture e
dialogo, Paoline, Milano 1998, con postfazione di S. DIANICH,
"Il futuro della teologia: pensare la fede con molti diversi
pensieri" (ivi, 189-207). Interessanti annotazioni dal
punto di vista strutturale nell'intervento di S. MURATORE al
forum per il progetto culturale: "Il contributo della teologia
al progetto culturale", in CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
(SERVIZIO NAZIONALE PER IL PROGETTO CULTURALE), Fede, libertà,
intelligenza, Piemme, Casale Monferrato 1998, 353-356.
19.
J. RATZINGER, Natura e compito della teologia. Il teologo nella
disputa contemporanea. Storia e dogma, Jaca book, Milano 1993,
57.
20.
Distinzione sulla quale lavora M. SECKLER, "La teologia
come scienza della fede", cit., 248ss.
21.
Cf una posizione analoga in G. BOF - A. STASI, La teologia come
scienza della fede, Dehoniane, Bologna 1982, 367-370.
22.
Cf a proposito del rapporto Magistero/Teologia: J. ALFARO, "La
teologia di fronte al Magistero", in R. LATOURELLE - G.
'O COLLINS (edd.), Problemi e prospettive di teologia fondamentale,
Queriniana, Brescia 1980, 413-432; A. DULLES, "Magistero
e infallibilità", in W. KERN - H.-J. POTTMEYER - M. SECKLER
(edd.), Trattato di gnoseologia teologica, cit., 173-203. Interessante
per la ricostruzione storica e per gli spunti di attualizzazione
lo studio di M. RIVELLA, Autorità dei dottori e magistero gerarchico
nella canonistica posttridentina (1563-1730), Glossa, Milano
1994.
23.
Cf Communio, fascicolo monografico nov.-dic. 1994 e relativo
Convegno milanese del 3-4 marzo 1995 sulle scuole di teologia
in Italia.
24.
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Instructio "Donum
veritatis" de ecclesiali theologi vocatione, cit., EV XII,
278, n. 26.
25.
Mi riferisco al testo integrale della prolusione riportato dall'Osservatore
romano del 18-19 maggio 1998.
26.
Per una lettura critica di recenti indagini sociologiche sulla
religiosità degli italiani con spunti interessanti per il nostro
tema cf il recente saggio di S. BURGALASSI, "La religiosità
degli italiani e le sue ambivalenze di valutazione e di metodo
in una fase di intensa e radicale trasformazione (svolta epocale)",
in Rassegna di teologia 39 (1998) 325-348.
27.
Il paradigma del teologo autoreferenziale è stato così individuato
ed ironicamente dipinto da Rosmini, che pone a confronto il
saccente professore tedesco col Maestro del vangelo: "Il
Maestro, dunque, di cui noi teniamo il discorso, ha, fra le
altre, questa singolarità che lo distingue da tutti gli altri
maestri, che mentre a questi nel trasmettere che fanno a' loro
discepoli le varie scienze e discipline ch'essi professano d'insegnare,
non cade mai alla mente d'insegnare loro se stessi: e s'alcun
d'essi, foss'anco un professore di qualche Università del Settentrione,
invasato dal demonio della vanità, prendesse seriamente ad annunziare
dalla cattedra la materia del suo insegnamento in questo modo:
"O giovani, io in quest'anno vi darò lezioni sopra me stesso,
la scienza che v'insegnerò sarà la scienza della mia propria
persona". Probabilmente quegli uditori, benché così generosi,
così entusiasti de' loro professori, vinti questa volta non
dall'ammirazione, ma dalla compassione, andrebbero mestamente
ad avvisare il Rettore Magnifico della disgrazia accaduta a
quel gran cervello. All'incontro il Maestro unico non destò
né compassione né riso, dicendo espressamente agli uomini, che
la scienza che insegnava, era quella che faceva loro conoscere
lui stesso" (A. ROSMINI, Introduzione alla filosofia, a
cura di P. P. OTTONELLO, Città Nuova - CISR, Roma - Stresa 1979,
157).
28.
Cf a questo proposito S. Th. I, 1, 2: "Utrum sacra doctrina
sit scientia".
29.
A. ROSMINI, Teodicea (a cura di U. MURATORE), Città Nuova -
CISR, Roma - Stresa 1977, 31.
30.
J. W. GOETHE, Faust, a cura di F. FORTINI, Mondadori, Milano
1980, I, 33-34 (vv. 355-385).
31.
Il titolo del libro da cui è tratto il recitativo è: Il Trattato
dell'empietà.
32.
F. ROSENZWEIG, La Stella della Redenzione, trad. it. (a cura
di G. BONOLA), Casale Monferrato 1985, 318.
33.
Il lavoro di chi si occupa di teologia nella Chiesa viene da
Rosmini annoverato nell'esercizio della forma intellettuale
della carità e chiama in causa quel rapporto fra Verità e Carità,
di cui oggi tanto si parla in ambito ecclesiale. La carità viene
descritta come "via" della verità e sua "pienezza",
per cui il cristiano "dovrà custodire in modo preclaro,
contemplare ed indagare la verità, promuovendo in modo ottimo
ed instancabile la cognizione della verità fra gli uomini. Di
qui deriva il genere di carità che abbiamo chiamato intellettuale,
il quale tende immediatamente ad illuminare ed arricchire di
cognizioni l'intelletto umano". La ricerca e la condivisione
del vero, in quanto esercizio della carità intellettuale, si
deve compiere nell'orizzonte della profonda unità, che, nella
prospettiva sapienzale propria del Roveretano, caratterizza
l'autentico sapere (cf A. ROSMINI, Constitutiones Societatis
a Charitate nuncupatae. Il testo citato è tratto dalla traduzione
italiana che accompagna l'edizione critica curata da D. SARTORI
, Città Nuova - CISR - Roma - Stresa 1996, 799).
34.
Cf TOMMASO D'AQUINO, Opuscoli teologico-spirituali, a cura di
R. M. SORGIA, Paoline, Roma 1976.
35.
I. MANCINI, Con quale cristianesimo, cit., 101-102.
36.
Cf Nota illustrativa e normativa del Comitato per gli Istituti
di Scienze Religiose, Gli Istituti a servizio della fede e della
cultura, aprile 1993, in ECEI V, 1622-1700, in particolare 1635.
Sull'ISR come strumento di crescita culturale della comunità
ecclesiale ad intra e ad extra cf N. GALANTINO, "Gli Istituti
di Scienze Religiose tra realtà e progetto, in Rassegna di Teologia
33 (1992) 75-86.
37.
A. ROSMINI, Il razionalismo teologico, a cura di G. LORIZIO,
Città Nuova - CISR, Roma - Stresa 1992, 98-99.
38.
Cit. in H. SEDLMAYR, La perdita del centro. Le arti figurative
del diciannovesimo e ventesimo secolo come sintomo e simbolo
di un'epoca, Borla, Roma 1983, 335-336.
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