L’incipit dell’enciclica Fides et ratio, con la metafora delle
due ali che conducono l’uomo alla contemplazione del vero, suggerisce un
approccio al rapporto fede/ragione che, mentre esclude ogni
riduzionismo ed inclusivismo, propugna l’ideale di una collaborazione
armonica fra queste due imprescindibili dimensioni dell’esistenza.
Sicché il rapporto fra di loro si costituisce a partire da
una situazione di autentica e reciproca alterità e di irriducibile
identità. La fede è altra cosa rispetto al ragionare e la
ragione (meglio forse sarebbe parlare delle diverse forme
di razionalità) si costituisce come realtà altra rispetto
al credere. Per il cristiano il salto nella fede (e la sequela
che esso comporta) risulta comunque necessario ed ineludibile,
in quanto il credere non si pone al termine di un percorso
razionale come suo compimento o esito scontato o realizzazione
ultima. E d’altra parte il cammino della ragione filosofica
esige una cesura rispetto alle credenze e quindi il rischio
di un “abbandono” o “distacco”, che richiede la matura consapevolezza
da parte di chi osa filosofare di mettere costantemente in
gioco le proprie credenze e certezze.
Così, mentre
il salto della ragione verso la fede trova i suoi paradigmi
rappresentativi nelle figure del cristianesimo radicale per
esempio di un Pascal o di un Kierkegaard o nella teologia
dialettica barthiana, quello della fede verso la ragione può
rinvenire degli agganci preziosi nei testi suggestivi e programmatici
ad esempio della mistica renana o degli inizi (e dell’inizio)
dell’ultima filosofia schellinghiana. Attraverso brevi richiami
a queste figure ci proponiamo di mostrare le caratteristiche
e gli esiti dei due percorsi, nella prospettiva dell’alterità
radicale tra fede e ragione, onde additare la prospettiva
agapica come possibile e congrua dimensione costitutiva di
una relazione armonica, che, nulla togliendo alla legittima
autonomia degli ambiti, li valorizzi in una prospettiva di
fecondo reciproco incontro.
1. L’alterità
della fede rispetto alla ragione ovvero il salto dalla ragione
alla fede
L’accusa di fideismo irrazionalistico che la manualistica
cattolica o il comune sentire spesso rivolgono agli autori
che hanno teorizzato (peraltro non senza averlo vissuto
sulla loro pelle) il salto dalla ragione verso la fede,
oltre che un luogo comune da cui prendere le distanze, può
di fatto costituire un alibi che finisce col favorire la
deriva razionalistica e la sua espressione più perniciosa
individuabile in quel “razionalismo teologico”, che spesso
veste la maschera della speculazione interna al credere.
Il “radicalismo cristiano” mentre da un lato non teme la
“professione dei contrari”, d’altra parte riconosce le proprie
radici nel “paradosso” caratterizzante la modalità stessa
di proporsi e di essere del protocristianesimo. E a questo
proposito, prima di chiamare in causa i pensatori cristiani
della modernità incipiente (Blaise Pascal) e della modernità
compiuta (Søren Kierkegaard), sarà opportuno un riferimento
non del tutto peregrino ad una passaggio della Lettera a Diogneto, nel quale l’esistenza cristiana viene appunto
descritta nei termini della paradossalità radicale, e dove
compare il termine stesso come capace di designare l’autenticità
e la specificità di tale esperienza, anche in rapporto al
pensiero filosofico e alle sue conquiste:
“I cristiani non
si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né
per lingua, né per costumi. Non abitano città proprie, né
usano un gergo particolare, né conducono uno speciale genere
di vita . La loro
dottrina non è la scoperta del pensiero e della ricerca
di qualche genio umano, né aderiscono a correnti filosofiche,
come fanno gli altri. Ma, pur vivendo in città greche
o barbare ‑ come a ciascuno è toccato ‑ e uniformandosi
alle abitudini del luogo nel vestito, nel vitto e in tutto
il resto, danno l'esempio di una vita sociale mirabile,
o meglio ‑ come dicono tutti ‑ paradossale.
Abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipano
vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati
come stranieri; ogni nazione è la loro patria, e ogni patria
è una nazione straniera. Si sposano come tutti e generano
figlioli, ma non espongono i loro nati. Hanno in comune
la mensa, ma non il letto. Vivono nella carne, ma non secondo
la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo.
Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano
le leggi. Amano tutti, e da tutti sono perseguitati. Non
sono conosciuti e sono condannati. Vengono uccisi, ma essi
ne attingono la vita. Sono poveri e arricchiscono molti;
sono privi di tutto, e in tutto abbondano. Sono disprezzati,
e nel disprezzo trovano gloria. Vengono bestemmiati, e proclamati
giusti; oltraggiati, e benedicono; ingiuriati, e trattano
tutti con riverenza. Fanno del bene, e vengono condannati
a morte; ma, condannati, gioiscono come se si donasse loro
la vita. Gli ebrei li combattono come nemici, e i greci
li perseguitano; ma chi li odia non se ne sa spiegare il
perché”.
Il richiamo ad una riscoperta non meramente di facciata di questa paradossalità,
agli albori dell’epoca moderna e con la coscienza della
sua fine, ha portato Blaise Pascal ad indicare la necessità
della “professione dei contrari”
come divisa di un cristianesimo scevro di compromessi e
arzigogolate mediazioni e a un tempo fedele alle sue origini
e capace di interpellare e scuotere le coscienze. E il compito
– annota Pascal nel frammento in questione – è tanto più
urgente quando ci si trova a vivere in epoche e situazioni,
in cui “si accusa di ometterne uno”, dando atto ai gesuiti
di aver meglio dei giansenisti saputo tener fede a tale
professione. Una suggestiva pagina del compianto don Italo
Mancini, dove la professione dei contrari si coniuga con
la necessità di esprimere e vivere il “tragico” proprio
dell’appartenenza cristiana, costituisce a mio avviso il
miglior commento all’imperativo di Pascal:
“E quello cristiano [= il compito],
oggi, lo indicherei nel segno della coscienza tragica con
quanto di indicativo teologico e di imperativo pratico esso
comporta: ossia la pascaliana logica di far professione
dei due contrari, dove paradossalmente Dio è tutto e toglie
valore alle cose, quando vengono comparate, nel tessersi
e ritessersi della tela, alla riva eterna dell’essere; e,
per la misteriosa assenza di questa presenza, onde Gesù,
il primogenito esemplare di tutti i fratelli, è detto «in
agonia fino alla fine del mondo», anche il mondo risulta
u tutto, sì che Pascal, che pur aveva avuto al
notte di gioia e di fuoco, consumerà gli ultimi anni della
sua vita nel progettare carrozze meglio viabili per Parigi,
farà ricerche sulla cicloide, e dichiarerà la geometrica
«il più bel mestiere del mondo», e non come, sedotta da
una certa mistificazione, dirà la sorella Madame Périer
nella nota biografia, per distrarsi dal dolore dei denti,
ma perché in tal modo attuava lo statuto della coscienza
tragica, fissato da Lukàcs con questi due asserti per sé
contraddittori (e vivere nella contraddizione, non logica,
ma quella tra i tempi, tipica del cristiano, crea lo stile
pensoso, tollerante, e non quello di chi trionfa e fugge
da ogni agonia): per la coscienza tragica «il miracolo solo
è reale»; e anche in forza di intendere il soprannaturale
come il vero «impossibile» per la vita naturale, e quindi
come «puro inizio», «creazione» e «miracolo», la vita tragica
è la più esclusivamente mondana di tutte le esistenze»”.
E
il senso del tragico cristiano e la sua coscienza si nutrono
certamente di tutta la pregnanza esistenziale e metafisica
che una vicenda come quella della scoperta del vuoto, col
corrispettivo superamento dell’horror
vacui,
comporta, accanto all’angoscia per il “silenzio eterno degli
spazi infiniti”
che la rivoluzione copernicana certamente alimenta, con
la brutale emarginazione dell’uomo e del suo mondo dal centro
dell’universo ad un angolo sperduto dello stesso, in una
dimensione di gettatezza che il genio di
Pascal ha intravisto ben prima e ben oltre come condizione
dell’esistenza le filosofie del Novecento.
Il rapporto di alterità della ragione rispetto alla fede riproduce così
in sostanza il rapporto di alterità radicale fra il mondo
e Dio, la natura e la grazia, il storia e l’eschaton,
per cui il credere, pur portando a compimento il conoscere,
richiede il sacrificio dell’intelletto la sua kenosi
e la sua crocifissione, in termini sempre pascaliani il rischio della
scommessa, con la relativa critica alle ontoteologie di
sempre e alla loro pretesa di raggiungere il Dio di Gesù
Cristo. Ed è proprio la mediazione cristologica e la sua
unicità e universalità che determina la necessità del salto
della ragione verso la fede, in una prospettiva secondo
la quale “le prove metafisiche di Dio sono così lontane
dal modo di ragionare dell’uomo e così complicate, che colpiscono
poco; e quand’anche servissero ad alcuni, servirebbero solo
per il momento in cui essi riescono a cogliere tale dimostrazione;
ma un’ora dopo temeranno di essersi sbagliati. Quod
curiositate cognoverunt superbia amiserunt. Questo è
ciò che produce la conoscenza intorno a Dio ottenuta senza
Gesù Cristo: comunicare, senza mediatore, con il Dio che
si è conosciuto senza mediatore. All’opposto, quelli che
hanno conosciuto Dio per mezzo di un mediatore, riconoscono
la loro miseria”.
Il frammento cosiddetto del “pari”,
che porta il titolo “Infinito-nulla”, con tutte le difficoltà
esegetiche ed ermeneutiche che lo accompagnano, ma soprattutto
con l’andirivieni appunto paradossale fra il riconoscimento
di una qualche possibilità della ragione e il suo scacco
radicale in ordine alla conoscenza non certo di un assoluto
trascendente non meglio identificato, ma del Dio di Abramo
di Isacco e di Giacobbe che è il Dio di Gesù Cristo, protagonista
della notte di fuoco consegnata nelle pagine del memoriale,
questo frammento è certamente il luogo più emblematico in
cui pascalianamente si esprime il salto della ragione verso
la fede, nei termini, come è noto, della scommessa. Una
scommessa certo ragionevole, visto che si ha da guadagnare
tutto e non perdere nulla, ma che tuttavia richiede comunque
il rischio della scelta ed il coinvolgimento accanto alle
facoltà conoscitive di dimensioni non meno fondamentali
dell’esistenza umana come la volontà libera e l’affettività.
Ed è appunto questo salto l’unico autentico modo di ritrovare
un senso alla gettatezza dell’esistenza da cui il frammento
prende le mosse. E che tutto ciò nulla ha a che fare con
posizioni di irrazionalismo fideistico, basterebbe a mostrarlo
il rimando a due brevi frammenti programmatici di quell’apologia
del cristianesimo nella modernità nascente che Pascal aveva
in mente di scrivere: “Due eccessi: escludere la ragione,
accettare solo la ragione” e “Se si sottopone ogni cosa alla ragione,
la nostra religione non avrà nulla di misterioso e di soprannaturale.
Se si rifiutano i principi della ragione, la nostra religione
sarà assurda e ridicola”.
Senza addentrarci oltre nell’esposizione
del pensiero pascaliano ci piace tuttavia notare come, la
tematica della professione dei contrari, per il tramite
del memoriale, o “talismano” del pensatore francese abbia
raggiunto la riflessione contemporanea in un suo ambito
particolarmente suggestivo e decisamente significativo quale
quello del pensiero russo-ortodosso di questo secolo. L’epilogo
del capolavoro di Pavel Florenskij, La
colonna e il fondamento della verità, costituisce un
ulteriore possibile luogo paradigmatico in cui si esprime
il salto dalla ragione alla fede, allorché vi si legge che
le condizioni per la nascita alla fede sono caratterizzate
dall’aut aut, e ciò in armonia con la libertà
in cui l’atto di fede si esprime. “I primo aut
è la geenna, il secondo è l’eroismo ascetico, tertium non datur, ma ambedue hanno la caratteristica di poter convincere”. E più avanti: “Per arrivare alla verità bisogna
rinunciare alla propria aseità, uscire da se stessi e questo
ci è decisamente impossibile perché siamo carne. E allora
come aggrapparsi alla colonna della verità? Sappiamo soltanto
che tra le crepe del raziocinio umano si intravede
l’azzurro dell’Eternità; è inattingibile, ma è così.
Sappiamo anche che «il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe
e non il Dio dei filosofi» e dei dotti viene a noi, viene
al nostro letto, ci prende per mano e ci guida in una maniera
che non avremmo mai potuto prevedere. «Agli uomini questo
è impossibile, ma tutto è possibile a Dio»”.
La figura di Abramo e la provocazione
dell’aut aut ci
rimandano al pensatore del paradosso per eccellenza, padre
della filosofia dell’esistenza e insuperato antagonista
del possente tentativo hegeliano di conciliazione tra sapere
e credere: Søren Kierkegaard.
Attraverso le sue pagine cogliamo la dimensione cristocentrica
fondamentale di un rapporto ragione/fede tale da costituirsi
nei termini del salto su un abisso di distanza altrimenti
incolmabile fra sponde totalmente altre e che si fronteggiano
paurosamente interpellando l’esistenza credente e la sua
angoscia mortale. Ancora una volta la discontinuità è la
cifra di una trascendenza tanto assoluta quanto esigente,
da cui è bandito ogni compromesso. E ancora una volta è
la soggettività credente dell’individuo il luogo in cui
si compie la decisione e si valica l’abisso dell’alterità
tra ragione e fede. L’orrendo fossato di Lessing, da cui stranamente
il teologo danese è affascinato, svolge all’interno di questa
riflessione un ruolo catalizzatore, rendendo l’appello ancor
più pressante e la risposta, sempre più rischiosa e al tempo
stesso gratificante. Le stesse categorie del tempo e dello
spazio subiscono nell’urto che il salto della fede produce
una profonda trasformazione, laddove la contemporaneità
col Cristo diventa la condizione per un rapporto davvero
salvifico col Signore della natura e della storia. Così
la “dialettica” degli stadi della vita non conosce soluzione
di continuità, né Aufhebung
inverante o realizzante. La distanza abissale fra l’Eterno e il tempo, la Grazia e la natura, l’Eschaton
e la storia trova una sua espressione plastica e metaforica
nell’abisso che separa Abramo da don Giovanni, dove la figura
etica lungi dall’assolvere un ruolo di mediazione vale anch’essa
a mostrare l’inconsistenza di una salvezza senza salvatore
o sei tentativi di autosalvazione che l’uomo di volta in
volta produce e che gli procurano soltanto più profonde
e radicali alienazioni. E il senso del tragico si colora
qui di denuncia appassionata verso una cristianità che ha
abbandonato il cristianesimo e una Chiesa che ha offuscato
il messaggio imborghesendolo e razionalizzandolo senza ritegno
alcuno. La razionalizzazione della fede diventa così uno
dei modi attraverso cui si esprime il cristianesimo borghese,
asservito ormai alle istanze del potere e del sapere che
la modernità ha prodotto. Né il ricorso alla “contemporaneità”
come dimensione essenziale della fede deve ingenerare l’equivoco
circa le possibilità del sapere storico di attingere il
mistero, e ciò con buona pace dei propugnatori dell’ermeneutica
teologica: “Le Briciole, con guanti e alati sarcasmi,
vanno in guerra contro l’homo
historicus-philosophicus di Hegel, prima ancora che
si muovano le serrate argomentazioni e la pioggia di frecce
del Post-scriptum.
La storia trasmette, certo, ma «il sapere annienta Cristo»,
compie un «lavoro da sanguisuga». Kierkegaard ha ragione
di diffidare; aveva sotto gli occhi l’esempio nefasto e
deleterio della scienza storica, in particolare l’opera
di David Friedrich Srauss, contro cui osserva che è la storia
con la sua distanza a favorire la fioritura e l’interpretazione
mitica. La «cosa» dunque è oggetto di fede e non di conoscenza;
la conoscenza storica è l’opera del sospetto. La storia
non fornisce che l’occasione. Sicché non abbiamo bisogno
di particolari biografici; trattandosi della fede, la cui
assurdità assorbe ogni minimo dettaglio, un dato storico
ridotto è ampiamente sufficiente, il semplice fatto di quest’uomo
disprezzato: «Noi abbiamo creduto che in tale anno il Dio
si è mostrato nell’umile forma di un servitore, è vissuto
e ha insegnato tra noi, ed è morto». Trasmettendo questi
fatti diversi, questo «nota bene» della storia universale,
la generazione contemporanea ha compiuto il suo dovere,
ha fatto il necessario”.
La fede, come atto meta-storico, svincolato
e libero sia dagli artifizi della ragione speculativa come
dalle erudizioni storiche e storiografiche, e solo essa
consente la contemporaneità col paradosso che è Cristo stesso.
Ma appunto in quanto soprannaturale e metastorico l’atto
di fede richiede un vero e proprio salto nel buio un vero
e proprio sacrificio dell’intelletto e della ragione. Non
possiamo fare a meno di riportare una suggestiva pagina
de La scuola di cristianesimo,
dove alla necessità della autentica fede in Cristo si accompagna
la denuncia del cristianesimo borghese e saccente:
“Si è diventati sapienti sulla persona di Cristo in maniera illecita, giacché
nei suoi riguardi è lecito solo diventar credenti […].
Ci si è impadroniti della dottrina di Cristo, la si è stornata,
raschiata, svisata, facendo lui stesso garante della verità,
quell’uomo la cui vita, pensate, ha avuto tali conseguenze
nella storia. In tal modo tutto diviene facile quanto bere
un bicchier d’acqua, com’è naturale, perché così il cristianesimo
è diventato paganesimo. Una domenica dopo l’altra si fa
la litania delle magnifiche e inapprezzabili verità del
cristianesimo, delle sue dolci consolazioni, ma ben ci si
accorge che Cristo visse diciotto secoli fa. Il segno di
scandalo e l’oggetto di fede è diventato il più fantastico
di tutti gli esseri favolosi, una specie di eroe divino.
Non si sa di che ci si debba scandalizzare, e ancor meno
si sa che cosa si deve adorare. […]. La cristianità ha destituito
il cristianesimo senza rendersene pienamente conto; quindi
bisogna, se bisogna fare qualcosa, bisogna tentare di introdurre
nuovamente il cristianesimo nella cristianità”.
L’eco
del pensatore di Copenaghen raggiunge il nostro secolo non
solo per il tramite di quella sorta di secolarizzazione
di alcuni contenuti centrali della sua riflessione nella
filosofia dell’esistenza, bensì anche nella lezione ancora
viva e seducente di teologi del calibro di Karl Barth e
di Dietrich Bonhoeffer, ai quali la stessa teologia cattolica
del Novecento non potrà mai essere abbastanza grata, per
aver rivendicato con forza l’alterità del totalmente altro
e la libertà assoluta della fede in Lui e al tempo stesso
aver richiamato appassionatamente le esigenze della “grazia
a caro prezzo”. Le pagine del Römerbrief sulla fede come
miracolo e come inizio esprimo in termini inequivocabili
la necessità del salto,
mentre la cristologia bonhoefferiana del 1933 risulta fortemente
impregnata dalla “categoria” kierkegaardiana del paradosso
e dell’incognito. Siamo in entrambi
i casi, naturalmente, sotto l’insegna di Lutero e all’ombra
del suo stemma, così ben descritto e interpretato da Karl
Löwith.
Del resto il credere può costituirsi autenticamente come
inizio e miracolo e quindi
in tutta la sua valenza salvifica solo quando spicca il
salto dell’alterità rispetto alla ragione, affermando con
coraggio la propria libertà e autonomia.
2.
L’alterità della ragione rispetto alla
fede ovvero il salto dalla fede alla conoscenza
Il salto della fede verso la ragione
comporta un approccio di più ardua comprensione per il credente,
che, se intende esercitare autenticamente la ratio
philosophica, è chiamato a disporsi a compiere un passaggio
ben più rischioso e ardito, che gli consenta di affrontare
con adeguata libertà in cammino del pensiero speculativo
e percorrerne in forma non mascherata (il larvatus prodeo non può essere la sua divisa)
le tappe. Se ben compreso e attuato questo atteggiamento,
mentre da un lato risponde all’esigenza kenotica di “gestire
le categorie dello svuotamento e dell’abbandono”, costituisce d’altra
parte la migliore risposta in actu exercito alla provocazione heideggeriana secondo cui il cristiano
che filosofa bara, perché finge di cercare ciò che ha già
trovato.
Eppure è la fede stessa nel Dio crocifisso
ad esigere questa kenosi, dove la capacità di perdere la
propria vita riguarda anche la propria appartenenza pacificamente
abitata come luogo in cui il possesso della certezza prevarica
la ricerca della verità. La mistica renana, in quello che
forse si può considerare il suo rappresentante più impegnato
nella speculazione, maestro Eckhart, aveva ben compreso
questa necessità, esprimendola nei termini del “distacco”
e della “povertà” radicale, dove l’uomo è chiamato ad abbandonare
tutto e tutti, persino il dio, per poter assurgere alla
vera unione con Dio. Il breve trattato sul distacco costituisce senz’altro la chiave ermeneutica
del famoso sermone Beati pauperes, ma entrambi questi testi ricevono
ulteriore luce dalla meditazione del sermone sulle tre morti
dello spirito.
Nella prima di queste morti comporta
per l’anima la rinunzia a ciò che è, al mondo intero e a
Dio stesso, con questa prima uscita, si realizza il “disegno
ben fermo di Dio” che consiste nell’“annientarsi lui stesso
nell’anima, perché l’anima si perda essa stessa”. In questa
duplice perdita, nella quale Dio viene liberato dall’anima
e l’anima da Dio, il destino dell’anima si realizza nell’abbandonare
Dio a se stesso. Nella sua seconda morte, lo spirito è chiamato
a “perdere il Figlio”, ossia “perdersi nel suo archetipo
eterno”, ponendosi al di là di ogni relazione sia pure quella
dell’immagine e della somiglianza con Dio. «Nel nulla dell’unione,
l’anima non conosce più il Verbo come modello di tutte le
cose, come suo proprio modello, né come immagine di Dio.
La visione speculare non può realizzarsi se non sopprimendo
la visione di Dio. È per questo che l seconda morte dello
spirito è seguita da una terza morte nella quale l’anima
perde persino “la natura divina primitiva che si manifesta
nel Padre come operativa”». Qui si tratta della morte e
della sepoltura nella Gottheit,
in quella “Deità” che si pone al
di sopra e oltre ogni determinazione, come “oceano senza
fondo” nel quale l’anima lascia Dio per Dio e non ha più
Dio, avendo trasceso ogni pensiero. Attraverso la concezione
eckhartiana della Gottheit incrociamo uno dei temi probabilmente più fecondi della metafisica
della carità, che, se autenticamente intesa, esige di pensare
Dio non senza l’essere, ma certamente oltre l’essere. Prendendo
spunto dal Libro dei XXIV filosofi,
nel sermone Quasi
stella matutina, ed interrogandosi sul rapporto fra
Dio e l’essere, il maestro renano scrive: “Ogni cosa opera
nel suo essere: nessuna può operare al di là del suo essere.
Il fuoco non può operare se non nel legno. Dio opera al
di sopra dell’essere nell’immensità in cui può muoversi:
egli opera nel non essere; ancora prima che l’essere fosse.,
Dio operò; Dio creò l’essere quando l’essere non era. Alcuni
maestri piuttosto rozzi dicono che Dio è un essere puro;
egli è così elevato al di sopra dell’essere quanto l’angelo
più alto è al di sopra di una mosca. Sarei in errore se
chiamassi Dio un essere, come se dicessi pallido o nero
il sole. Dio non è né questo né quello. Dice un maestro:
Chi crede di aver conosciuto Dio, conoscerebbe qualche altra
cosa, ma non conoscerebbe Dio. Ma quando ho detto che Dio
non è un essere, non per questo gli ho contestato l’essere,
glie l’ho nobilitato. Se mescolo il rame con l’oro, esso
vi è presente, ma in una maniera più elevata, che in se
stesso. Sant’Agostino dice: «Dio è saggio senza saggezza,
buono senza bontà, potente senza potenza»”.
L’arduo tentativo di cogliere l’unità al di là di ogni distinzione
non è immune dalla tentazione di una sorta di nihilismo
gnostico, che in una delle sue espressioni più mature giungerà
all’affermazione dell’identità fra “il puro essere e il
puro nulla”, ma le espressioni
più ardite di maestro Eckhart suggeriscono la possibilità
di un superamento del nihilismo in una prospettiva agapico-kenotica,
in cui la ragione credente non si limita alla contrapposizione
critica, ma tenta di penetrare le ragioni e carpire le istanze
anche di quei fenomeni apparentemente più distanti e nemici
della fede cristiana.
L’atteggiamento agapico-kenotico dell’uomo
dovrà esercitare la virtù somma del “distacco”, per poter
percepire e sperimentare il vertice della unione tra quello
che Eckart chiama il “fondo dell’anima” e la Gottheit, che si può considerare il “fondo
di Dio”, o l’abisso senza fondo della più completa e totale
unità. Scrive il maestro: “io lodo il distacco più di ogni
amore. Anzitutto perché la cosa migliore che è nell’amore
è che esso mi costringe ad amare Dio, mentre il distacco
costringe Dio ad amare me.. Ora, è molto più nobile che
io costringa Dio a venire a me che non costringere me stesso
ad andare a lui; poiché Dio può penetrare in me e unirsi
a me più intimamente che non possa io unirmi con Dio”.
E più avanti, sempre declinando il tema neoplatonico secondo
cui “devono essi [gli dei] venire a me, non io a loro”,
aggiunge: “E tu devi sapere come cosa vera,: quando lo spirito
libero si trova in un giusto distacco, costringe Dio a venire
al suo essere; se potesse restare senza forma e senza alcun
accidente, prenderebbe in sé l’essere stesso di Dio. Ora
Dio non può dare ciò a nessuno se non a se stesso: perciò
Dio non può far nulla di più per lo spirito distaccato che
dare a lui se stesso. E l’uomo che sta in questo totale
distacco è così rapito nell’eternità che nulla di transeunte
può commuoverlo, a nulla di corporeo egli è più sensibile,
ed egli è detto morto al mondo poiché non trova più gusto
in ciò che è terrestre. È ciò che pensava Paolo quando disse:
«Io vivo, e tuttavia non vivo: Cristo vive in me»”. Spogliare il pensiero
di Eckhart dai riferimenti cristologici, vera fonte di ispirazione
dell’atteggiamento kenotico, ed interpretarlo in senso astrattamente
speculativo, comporta una immeritata cattura nihilista con
i relativi fraintendimenti che hanno a suo tempo reso sospetto
il suo pensiero e rischiano oggi di conferirgli una improbabile
attualità all’insegna della cultura dominante e delle sue
derive devastanti.
Ed è proprio alla luce di tale riferimento
cristologico che va letto e interpretato il sermone Beati pauperes dove è chiamata in causa
la conoscenza che l’uomo può avere di Dio e della Sua natura.
L’incipit del sermone non potrebbe essere
più eloquente: “La Beatitudine aprì la bocca della sua saggezza
e disse «Beati i poveri in spirito poiché di questi è il
regno dei cieli». Tutti gli angeli e tutti i santi e tutte
le creature devono far silenzio quando parla la saggezza
del Padre: poiché tutta la saggezza degli angeli e di tutte
le creature è mera follia di fronte alla saggezza insondabile
del Padre. Essa ha detto che i poveri sono beati”. Eckhart interpreta
radicalmente questa parola del Vangelo imponendo al suo
sermone una triplice direzione, in quanto è povero colui
che non vuole nulla, colui che non sa nulla e colui che
non ha nulla. La prima beatitudine riguarda quindi tutto
l’uomo non solo il suo rapporto con le cose e i beni, quindi
non può non riguardare anche la ragione e la conoscenza
che essa produce:
“Nasce ora la questione in che
cosa consista la beatitudine. Alcuni maestri hanno detto
che consiste nella conoscenza, altri dicono che consiste
nell’amore, altri dicono che consiste nella conoscenza e
nell’amore, e costoro parlano un po’ meglio. Ma noi diciamo
che essa non consiste né nella conoscenza né nell’amore.
O meglio: esiste qualcosa da cui fluiscono conoscenza e
amore, e ciò non conosce né ama come le altre potenze dell’anima. Chi sa
questo sa in che cosa consiste la beatitudine. Ciò non ha
né prima né poi e non aspetta che qualcosa gli accada, poiché
non può né guadagnare né perdere. Perciò questo «qualcosa»
ignora anche che Dio agisce in lui; o meglio, questo «qualcosa»
è tale che gode di sé in se stesso secondo il modo di Dio.
Diciamo dunque che l’uomo dev’essere libero e sciolto <da
Dio> così da non sapere e da non conoscere l’azione di
Dio in lui: il questo modo l’uomo può conoscere la povertà”.
Più avanti il tema eckhartiano della nascita di Dio nell’anima viene declinato
in termini decisamente arditi e, se si vuole inconsueti,
ma non certo privi di fascino e che se si tiene la differenza
fra Dio e “Dio” si possono anche interpretare positivamente:
“Perciò prego Dio che mi liberi da «Dio», poiché il mio
essere essenziale è al di sopra di «Dio» in quanto cogliamo
Dio come principio delle creature”. Giungere a questa metaconoscenza, che richiede
la kenosi di ogni conoscenza, significa sperimentare
l’unità di Dio con lo spirito e – sottolinea Eckhart – “è
questa la suprema povertà che si possa trovare. Chi non
comprenda questo discorso non se ne rattristi in cuor suo.
Finché l’uomo non è simile a questa verità non può comprendere
questo discorso, poiché questa è una verità senza velo che
è venuta direttamente dal cuore di Dio”. Il maestro renano
ha mostrato come per compiere un autentico cammino verso
l’unione mistica occorra liberarsi di tutto, e non solo
di se stessi e del mondo, ma persino di “Dio”, operando
dunque un salto dalla fede (intesa come credenza e insieme
di credenze) alla conoscenza autentica della verità assoluta.
Se ora lasciamo il contesto della mistica
speculativa per approdare a quello più propriamente filosofico,
ci imbattiamo nella necessità di compiere il salto dalla
fede alla ragione in modo da poter attingere una conoscenza
autenticamente liberata da ogni condizionamento e quindi
capace di attingere il vero nella sua forma più pura. L’inizio
del filosofare se vuol esercitarsi come un vero e proprio
inizio e non come un mero, banale, ricominciamento, dovrà
correre il rischio del salto dalla fede alla conoscenza,
ancora una volta gestendo le categorie dello svuotamento
e dell’abbandono. Un testo programmatico in cui si esprime
efficacemente questa esigenza è quello delle Erlanger
Vorträge di Schelling, dove chi si accinge a filosofare
è invitato a sgombrare il campo da ogni rassicurante certezza,
compresa quella della fede:
“Ben diversamente stanno invece le cose col soggetto della filosofia.
Esso è semplicemente indefinibile. Infatti, in primo luogo,
esso è nulla: non che non sia qualcosa,
il che sarebbe già almeno una definizione negativa; ma neanche
che non sia nulla, dato che invece è tutto. [...] Ad esso
deve elevarsi chi vuol diventare padrone della scienza completamente
libera, generante se stessa. Qui dev’essere abbandonato
tutto ciò che è finito, tutto ciò che è ancora un essente;
qui deve scomparire l’ultima dipendenza; qui si tratta di
abbandonare tutto, non solo, come
si suol dire, moglie e figliuoli, ma tutto ciò che soltanto
è, persino Dio, giacché anche Dio, da questo punto
di vista, non è che un essente. [...] chi vuole collocarsi
nel punto iniziale della filosofia veramente libera deve
abbandonare anche Dio. Vale qui il detto: chi vorrà conservarlo
lo perderà, e chi lo abbandona lo ritroverà. Colui soltanto
è arrivato al fondo di se stesso ed ha conosciuto tutta
la profondità della vita, che in un punto ha abbandonato
tutto ed è stato abbandonato da tutto, per il quale tutto
è sprofondato, e che si è visto solo, di fronte all’infinito:
un passo enorme che Platone ha paragonato alla morte. Ciò
che secondo Dante sta scritto sulle porte dell’inferno dovrebbe
iscriversi, con un senso diverso, anche sull’ingresso della
filosofia: «Lasciate ogni speranza o voi che entrate». Chi
vuol veramente filosofare deve rinunciare a ogni speranza,
a ogni desiderio, a ogni nostalgia; non deve voler nulla
né saper nulla, sentirsi del tutto povero e nudo, abbandonare
tutto per guadagnare tutto. Difficile è questo passo, difficile
è separarsi, per così dire, anche dall’ultima sponda”.
Come i luoghi eckhartiani sopra citati così neppure
queste indicazioni di Schelling sono sfuggite alla deriva
di interpretazioni in chiave nihilistica, la cui plausibilità
risulta direttamente proporzionale all’eliminazione di ogni
riferimento e prospettiva cristologici dall’orizzonte della
speculazione filosofica e della mistica speculativa. Eppure il carattere
penultimo dell’esinanizione, oltre che dai riferimenti neotestamentari
non proprio impliciti, risulta chiaro proprio dalla filigrana
del Golgotha che domina queste pagine, che ai fini del nostro
percorso sono assunte come luoghi paradigmatici in cui si
esprime il salto dalla fede alla conoscenza, nella ricerca
del puro inizio dove ci si spinge oltre l’essere e oltre
il nulla con un ardore che rasenta l’audacia e l’irriverenza,
ma che, grazie al richiamo staurologico, può essere ricondotto
nell’alveo di un’autentica ricerca del vero.
Se i luoghi citati risultano paradigmatici della
tendenza-necessità per un autentico cammino spirituale o
per il libero filosofare di abbandonare tutto, persino il
dio, bisogna tuttavia notare come non sempre il salto dalla
fede alla ragione venga tematizzato esplicitamente, in molti
casi semplicemente si compie, come ad esempio allorché si
esprime attraverso le figure fenomenologiche dell’epoché e della riduzione, onde attingere
il darsi delle cose stesse nella loro manifestazione.
3. L’orizzonte agapico come
condizione per l’armonia nell’alterità
La necessità del salto dalla ragione alla fede mentre
implica la salvaguardia della differenza e la custodia dell’assoluta
trascendenza del Dio di Gesù Cristo e quindi della grazia
che ci viene donata, pone l’accento sull’infermità della
ragione, che accanto al limite della creaturalità, sperimenta
altresì l’obnubilamento derivante dalla condizione di peccato
in cui l’uomo versa, sicché anche per la ragione e per la
conoscenza che da essa deriva si rende necessaria l’opera
redentrice. In tale prospettiva il pensiero credente si
configura come istanza profetica nei confronti di ogni forma
di razionalismo, compresa quella teologica.
Il percorso inverso che teorizza il salto dalla fede
alla ragione, mentre tende a salvaguardare la legittima
autonomia elle realtà terrene, coinvolge l’esercizio della
ragione creata, in cui la dottrina cattolica delle conseguenze
del peccato originale mostra la propria valenza speculativa
in ordine alla possibilità dell’umana ragione di conoscere
la verità, sia pure in forma frammentaria e parziale. Così
il pensiero credente assume un’istanza profetica nei confronti
di ogni fideismo irrazionalistico, sia pure devozionalmente
giustificato.
Tornando ora alla metafora delle due ali e quindi
all’incipit di Fides et ratio,
non possiamo esimerci dall’aggiungere che l’armonia fra
una ragione che ha compiuto il salto nella fede e una fede
che ha saltato il fossato verso la ragione risulta senz’altro
necessaria perché il volo verso la contemplazione del Vero
raggiunga la sua destinazione e, per quanto l’alterità dei
due termini esprima una sorta di distanza apparentemente
abissale ed invalicabile, la sua possibilità è data nella
reale esistenza di colui che compie questo volo, ossia nel
soggetto che crede ed è chiamato a pensare la propria fede
e il senso della propria vita, senza schizofrenie destabilizzanti,
che comporterebbero il suo precipitare nel vuoto di un nihilismo,
dove il rischio di essere divorato dalla follia è più che
una mera ipotesi.
Nel soggetto abitato dall’amore la fede si instaura
come disposizione agapica verso la ragione, consapevole
del fatto che la grazia non distrugge la natura ma la presuppone
e la potenzia. E su tale convinzione poggia la possibilità
del rischio speculativo nell’esercizio della ragione creata
come capacità di conoscenza della verità e come supporto
per il dialogo con quanti non hanno abbracciato la stessa
fede. Una duplice possibile direzione intraprende la disposizione
epistemologica di questo itinerario interno al credere:
quella dello sviluppo del momento speculativo del sapere
della fede e quella della filosofia cristiana. Quanto alla
prima dimensione essa risulta particolarmente urgente onde
evitare alla teologia di ridursi a mera analisi di testi
o a esercizio sentimentale o a semplice sostegno alla prassi.
Positivismo, sentimentalismo e prassismo sono rischi che
il teologare corre ancora oggi a quasi due secoli di distanza
dalla loro denuncia da parte di Hegel. Il disprezzo verso
la modernità e i suoi esiti, le eccessive cautele verso
la cultura postmoderna, il costante ricorso a formule denigratorie
di quanto si esprime in orizzonti non propri ecc. diventano
i segnali di una fede tutt’altro che certa, ma insicura
e paurosa che teme il rischio della speculazione e il salto
verso la ragione, preferendo arroccarsi sulle proprie posizioni
nutrendosi unicamente delle proprie presunte certezze e
credenze. Quanto al sintagma “filosofia cristiana”, esso
esprime da un lato la possibilità di cavare un autentico
pensiero metafisico dalle viscere della religione cristiana,
secondo la nota espressione di Rosmini, e, d’altro canto,
l’esigenza di elaborare un pensiero non idolatrico nei confronti
della verità che non solo si cerca, ma che anche al cristiano
è dato trovare in Colui che è la verità. Così all’idolo
del concetto si contrappone l’icona della speculazione intrisa
di fede e di devozione, ma non per questo meno libera e
autonoma. La possibilità di pensare Dio oltre l’essere,
ma non senza l’essere, viene qui declinata a partire dalla
rivelazione neotestamentaria del nome del Dio di Gesù Cristo,
un nome non più impronunziabile ma disponibile e redentivo,
come un volto non più invisibile ma accessibile nel chiaroscuro
della icona. Così quando Bonaventura pone la questione de
divinis nominibus non esclude la dimensione ontologica,
ma pone l’essere appunto come primo nome del Dio della rivelazione
in posizione subordinata rispetto al nome che il Cristo
ha rivelato come amore. Ma ciò risulta impossibile se non
in una prospettiva autenticamente trinitaria, dove l’orizzonte
della metafisica della carità viene a nutrirsi di un’autentica
ontologia trinitaria, dove la prospettiva ermeneutica trova
il suo punto di approdo e di approccio per potersi compiere
e al tempo stesso superare appunto metafisicamente. La metafora
cherubica, richiama in un certo senso quella delle ali e
la necessità per il soggetto di assumere un atteggiamento
contemplativo nei confronti del vero cercato e ricevuto
nella fede:
“Tu, infatti, sei come il primo cherubino allorché contempli
le proprietà che si riferiscono all’essenza di Dio e ammiri
con stupore come l’Essere divino è insieme primo ed ultimo,
eterno e sempre presente, assolutamente semplice ed immenso
o non circoscritto, è tutto in ogni luogo senza essere mai
contenuto, totalmente in atto e mai in divenire, perfetto
in sommo grado senz’avere alcunché di superfluo né di manchevole,
e tuttavia immenso, infinito, senza limiti, sommamente uno
eppure modo di tutte le cose, così da avere in sé tutte
le perfezioni, ogni potenza, ogni verità, ogni bene. Se,
dunque, sei il primo cherubino, guarda verso il propiziatorio
e ammira come in esso il primo Principio sia congiunto con
l’ultimo, Dio con l’uomo creato nel sesto giorno, l’Eterno
sia congiunto con l’uomo temporale, nato dalla Vergine nella
pienezza dei tempi, l’Essere assolutamente semplice con
quello sommamente composto, l’Essere totalmente in atto
con quello che in sommo grado è stato soggetto al patire
e al morire, l’Essere perfettissimo e immenso con quello
soggetto a misura, l’Essere sommamente uno e modo di tutte
le cose con quell’essere singolo, composto e distinto da
tutti gli altri, cioè con l’uomo Gesù Cristo. Ma tu sei
anche il secondo cherubino allorché contempli le proprietà
delle Persone, e ammiri con stupore come la comunicabilità
coesiste con le proprietà personali, la consustanzialità
con la pluralità, la perfetta somiglianza con la personalità,
la perfetta uguaglianza con l’ordine, la coeternità con
la generazione, l’intimità reciproca con la processione,
in quanto il Figlio è mandato dal Padre, e lo Spirito Santo
dal Padre e dal Figlio, pur restando sempre con loro senza
mai staccarsi da loro. Se, dunque, sei come il secondo cherubino,
guarda verso il propiziatorio e ammira come in Cristo l’unione
personale coesista con la trinità delle persone e con la
duplicità delle nature; la totale uniformità del volere
coesista con la pluralità delle due volontà, umana e divina;
la contemporanea affermazione del nome di Dio e di uomo
con la pluralità delle proprietà personali; l’uguale adorazione
di Dio e dell’uomo con la molteplicità delle loro prerogative;
l’uguale glorificazione di Dio e dell’uomo con al diversa
dignità dell’uno e dell’altro; l’uguaglianza nella potestà
con la diversità dei poteri”.
Qui
per il doctor seraphicus
si accede alla perfetta illuminazione dove appunto il paradosso
dei contrari non appare contraddittorio, ma fecondo di suggestioni
ed elementi speculativi che l’esercizio la speculazione
teologica e la filosofia cristiana si sforzeranno di sviluppare
come servizio al cammino verso l’autentica conoscenza del
Vero.
Parallelamente e dialetticamente il soggetto abitato
dall’amore eserciterà la ragione come apertura agapica verso
la fede e come ancella (della fede appunto non della teologia)
che le apre la strada, impedendole di inciampare. Muovendosi
in questa prospettiva la ragione diverrà capace di elaborare
i cosiddetti praeambula fidei con la consapevolezza
dei propri limiti creaturali e strutturali, che tuttavia
non le impediscono di osare la conoscenza della verità e
di procedere, sia pure a tentoni, nel cammino della ricerca,
senza alcuna preclusione o chiusura. Tale possibilità è
fondata sulla presenza nella mente dell’uomo di una traccia
dell’Infinito, di una luce intellettuale, che il peccato
può affievolire ma mai del tutto spegnere. In questo senso
in quanto aperta verso la conoscenza di un “oggetto infinito”
la ragione è capace dell’infinito e quindi il suo quaerere sarà infinito e senza tregua,
finché si è nella storia. La ragione creata ri-conosce che
questa traccia è appunto solo una traccia e non l’Infinito
stesso, di qui la sua predisposizione all’apofatismo e al
silenzio dell’altiora
ne quaesieris, ed inoltre ri-conosce che
questa scintilla non è prodotto dei suoi sforzi e
delle sue ricerche, ma è data perché da essa li alimenti
e li orienti. Trasferita sul rapporto teologia/filosofia
questa concezione della ragione agapicamente aperta comporta
prospetticamente una visione della filosofia come praeparatio evangelii o come “antico testamento della teologia”, dove
il carattere “previo” non induce la separazione o la contrapposizione,
bensì appunto l’armonia e la predisposizione:
“ciò che la filosofia può fare per lei [= la teologia]
non è già la costruzione a posteriori del contenuto teologico,
bensì la sua anticipazione o anzi, più correttamente, la
sua fondazione, l’indicazione delle condizioni preliminari
sulle quali la teologia riposa. E siccome la teologia stessa
coglie il proprio contenuto non già come un contenuto stabile,
bensì come evento (cioè non come vita, ma come esperienza
di vita), allora per lei anche le condizioni preliminari
non sono elementi concettuali bensì realtà presente; in
luogo del concetto filosofico di verità, quindi, ora le
si impone il concetto di creazione. La filosofia contiene
perciò l’intero contenuto della rivelazione, ma lo contiene
non già come rivelazione, bensì come una condizione preliminare
alla rivelazione, come un «prima» della rivelazione, dunque
non come un contenuto rivelato, ma creato. Nella creazione
è «prevista» la rivelazione con tutto il suo contenuto,
e quindi, secondo l’idea di fede dell’epoca attuale, inclusa
la redenzione. La filosofia, così come è esercitata dal
teologo, diventa profezia della rivelazione, diventa per
così dire l’«antico testamento» della teologia. Ma con ciò
la rivelazione, davanti ai nostri occhi stupiti, riassume
nuovamente l’autentico carattere di miracolo, autentico
in quanto diviene in tutto e per tutto l’adempimento della
promessa profetica avvenuta nella creazione. E la filosofia
è la sibilla che per il fatto di predirlo rende il miracolo
«segno», lo rende segno della provvidenza divina”.
La
libertà della filosofia dovrà quindi essere cara a chi crede,
giacché essa non potrà svolgere il suo compito se non nell’esercizio
libero e liberato della ricerca del vero. Solo un sapere
credente che si strutturasse ideologicamente avrebbe timore
della libertà del pensiero e questo timore sarebbe il sintomo
di una mancanza di fede profonda nella creazione e nelle
sue istanze. Creazione che è insieme il nome di un legame
(creaturale con l’Assoluto trascendente), ma anche di una
fondamentale alterità del mondo e dell’uomo rispetto a Dio.
La et che sta a congiungere, in un rapporto
dialettico e fecondo, la fede e la ragione, consentendo
il superamento dell’inaccettabile fideismo razionalistico,
espresso nella formula dell’aut aut, se non vuol assumere la figura
della riconciliazione hegelianamente intesa, dovrà gratuitamente
vestire le sembianze e profondamente declinarsi in senso
agapico-comunionale, consentendo così ai due termini non
solo di collaborare occasionalmente o di impostare atteggiamenti
di non belligeranza, bensì di intrecciarsi ed armonizzarsi
senza rinunziare, anzi esaltando, la loro legittima autonomia
e la specificità dei loro ruoli. La mediazione cristologica
risulta fondamentale ed imprescindibile perché il salto
dalla ragione alla fede non si costituisca in termini fideistici
e quello dalla fede alla ragione non dia adito al razionalismo
onnicomprensivo o alla deriva nihilistica. E se nell’esercizio
della ragione creata e nelle filosofie che precedono o si
situano al di fuori dell’appartenenza cristiana sono presenti
i semi del Verbo, nel Verbo incarnato, che i cristiani adorano
come vero Dio e vero uomo, paradosso assoluto e reale, facendo
professione appunto dei contrari, si trova realizzata la
pienezza della razionalità e quindi di ogni autentica conoscenza,
secondo la famosa intuizione di Giustino: “tutto ciò che
di buono i filosofi e i legislatori hanno sempre scoperto
e formulato, è dovuto all’esercizio di una parte del Logos
che è in loro, tramite la ricerca e la riflessione […] la
nostra dottrina è superiore ad ogni dottrina umana, poiché
per noi la razionalità nella sua interezza [to loghikon
to holon] si è manifestata in Cristo in corpo, intelletto
e anima”.