Per
comprendere la rottura/continuità tra modernità e post-modernità
prendiamo in prestito dall’arte un richiamo, che si presta
alla lettura trasversale della Fides
et Ratio, che tenteremo in questa sede. Vogliamo richiamare
alla memoria la stanza della Segnatura di Raffaello nella quale si trova l’affresco
sulla Scuola di Atene. L’affresco stesso – interessante il commento
che ne fanno le monache di Vitorchiano dentro la presentazione
delle Stanze delle Logge di Raffaello, a cura dei Musei
Vaticani – può essere un’ottima introduzione al documento
dal punto di vista dell’armonia tra fede e ragione così
come è perseguita da sempre dalla Chiesa cattolica.
Questo
luogo artistico ha una valenza particolare perché si situa
cronologicamente proprio all’inizio di quella modernità,
che la Fides et Ratio descrive come un momento
piuttosto drammatico del rapporto tra fede e ragione, cioè
come il momento in cui si è data la separazione fra il sapere
e il credere, quando appunto l’armonia stabilita nel Medioevo
dalla grande Scolastica, viene ad interrompersi e a subire
delle fratture.
Ci
sarebbe da chiedersi come mai quelle buone intenzioni espresse
pittoricamente, in quel consesso di filosofi chiamati a
rendere onore alla Fede e all’Evangelo, oggi siano spettatrici
– per una malaugurata e paradossale prospettiva rovesciata
– di una frattura.
Questo
rapporto fra Chiesa cattolica e filosofia moderna e contemporanea
ha del paradossale, ma si tratta del paradosso capace di
destare stupore e suscitare attenzione in chi è disposto
a leggere e interpretare senza fuorvianti precomprensioni
tale vicenda. Allorché infatti la ragione esprime la propria
presunzione di “conoscere il tutto” e quindi assume un atteggiamento di dominio
sul reale e l’umano, il Magistero della Chiesa è lì a ricordarle
i propri creaturali limiti e a farle prendere coscienza
della propria radicale infermità, quando invece la ragione si autoflagella
ritenendosi incapace di conoscere alcunché ed assumendo
un atteggiamento rinunciatario di fronte alle grandi domande
metafisiche, che comunque abitano la coscienza di ogni essere
pensante – “chi sono? da dove vengo e dove vado? perché
la presenza del male? cosa ci sarà dopo questa vita” – allora la Chiesa è lì a ricordarle che
non può abdicare al proprio ruolo e alle proprie prerogative
e a spronarla perché osi l’avventura del sapere (basterà
ricordare le critiche al fideismo da parte del Magistero
ecclesiale).
La
Fides et Ratio
muove piuttosto nella seconda direzione, senza naturalmente
dimenticare i rischi derivanti da assurde pretese razionalistiche,
e quindi incoraggia il pensiero ad esprimersi al meglio
in questo momento di trapasso culturale, che l’encinclica
non esita a definire di postmodernità, indicandone limiti
e potenzialità.
Da questo punto di vista va certamente salutato con interesse
il fatto che, quando appunto si accinge ad offrire indicazioni
relative al postmoderno, l’enciclica adotti un approccio
tale da dirimere l’annosa questione che vede contrapporsi
il fronte di coloro che leggono la formula (ed evidentemente
anche il suo contenuto) in senso meramente congiunturale,
sostenendo quindi che il termine stia a designare un fenomeno
passeggero o una sorta di moda culturale, priva di prospettive
di lungo respiro, e quanti al contrario ritengono che il
postmoderno sia invece il nome, se non di una nuova epoca,
dato l’imbarazzo stesso a trovare una parola adeguata per
questo nostro tempo (postmoderno infatti dice semplicemente
rapporto di contiguità cronologica e di superamento antitetico
della modernità), almeno di un momento di trapasso epocale,
tale da incidere profondamente sulla cultura e sulle coscienze
dei nostri contemporanei. Fides
et ratio, pur con le dovute cautele, non ha timore di
parlare di “epoca della postmodernità”, nella quale emergono
fattori autenticamente “nuovi”, “capaci di determinare cambiamenti
significativi e durevoli” (FeR
91). E in questa prospettiva la parabola del trapasso dalla
modernità alla postmodernità
sembra potersi adeguatamente, anche se non esaustivamente,
designare nei termini del passaggio dal sistema
al frammento, e, in direzione antropologica,
dalla figura dell’ “uomo col suo bel ramo di palma”, che
procede attraverso l’esercizio di una ragione capace di
vincere ogni battaglia, all’ “io polvere e cenere”, conscio della propria radicale caducità
e temporalità, nonché della infermità del proprio pensiero
e della propria ragione in ordine alla conoscenza della
verità.
Dunque,
una volta fatta, però, questa scelta di campo tra una post-modernità
congiunturale e una post-modernità epocale, ci sono una
serie di indicazioni dalle quali si evince la coscienza
della complessità della situazione. “Questo termine – scrive
il Papa – è stato dapprima impiegato a proposito di fenomeni
d'ordine estetico, sociale, tecnologico. Successivamente
è stato trasferito in ambito filosofico, restando però segnato
da una certa ambiguità” che conferisce al termine una polisemia
possibile perché ciascun contesto poi determina anche il
significato del termine.
Non
sarà forse fuori luogo richiamare previamente il fatto che
«come tutti i nomi collettivi, anche il “postmoderno” unifica
fenomeni eterogenei e ha, perciò, uno spettro semantico
tanto ampio quanto equivoco, ragione non ultima della sua
fortuna (come, vent'anni fa, la categoria della “secolarizzazione”).
A ben guardare, infatti, l'odierno discorso sul “postmoderno”
esprime più una tendenza che non i suoi esiti definitivi,
dicendo qualcosa sul distacco rispetto al “già” della precedente
fase [...], ma tacendo sulla portata del “non ancora” [...]
e sul grado di continuità o rottura tra le due epoche».
Se
il termine “post-moderno” viene inteso nell'accezione di
“anti-moderno”, allora questo elemento è presente nel DNA
del cattolicesimo ufficiale e nella cultura che da esso
promana. Ma il rapporto fra pensiero cristiano e
filosofia moderna abbisogna - a nostro avviso - di un lungo
processo di revisione storiografica, tale da attivare un
atteggiamento di prossimità simpatetica accanto a quello
di distanza critico-profetica, che tende a prevalere, prevaricando
anche nella teologia
È
la concezione, dall’altra parte sempre antimoderna, di un
rapporto critico, dialettico, in cui si esercita il pensiero
credente nel suo carattere profetico, di istanza critica,
di “discernimento”, come quello operato, per esempio, da
Augusto Del Noce nel momento in cui ha tratteggiato l’esito
della modernità profeticamente intravedendo la deriva nihilistica
della modernità che la Fides
et Ratio denuncia in maniera molto forte in diversi
punti, da Cartesio a Nietzsche. Questa sarebbe la parabola
della modernità, così come la descrive Del Noce, che non
dimentica l’altro percorso possibile che da Cartesio conduce
a Rosmini.
Tuttavia
sembra anche plausibile una lettura del post-moderno che
non lo situa soltanto contro il moderno. Infatti «sicuramente
il postmoderno fa parte del moderno. Si deve diffidare di
tutto ciò che è acquisito, anche solo da ieri [...]. Un'opera
può divenire moderna solo se è prima postmoderna. Inteso
in questo senso, il postmodernismo non è il modernismo giunto
alla fine, ma il modernismo allo stato nascente - e questo
è costante»
In
rapporto al post-moderno come prodotto dal grembo della
modernità e suo esito, la cultura cattolica ci sembra coltivare
– allo stadio attuale della riflessione – un atteggiamento
di comprensibile distanza, che si manifesta:
§
come diffidenza nei confronti della
rassegnazione alla debolezza del pensiero;
§
come difesa dalla ricorrente tentazione
gnostica, che sembra accomunare espressioni delle filosofie
e delle nuove religiosità;
§
come tendenza – espressa in tentativi
di impostazione e di matrice diversissima – allo oltrepassamento
del nichilismo;
§
come custodia gelosa dei misteri speculativi
e della metafisica.
Epocale
o congiunturale che sia, il passaggio dalla modernità compiuta
al cosiddetto post-moderno fa registrare una svolta di notevole
portata nel rapporto fra il pensiero credente e la cultura
“laica”. Se, infatti, nella contrapposizione radicale agli
esiti razionalistici della modernità, la Chiesa, la teologia
e la cultura cattolica hanno dovuto custodire e difendere
a denti stretti il senso del mistero e del soprannaturale,
ridimensionando le pretese di una ragione totalizzante e
totalitaria, che si è espressa nella forma delle ideologie
egemoniche, ora - a giudicare dai termini con cui si conduce
in Italia il dibattito sulla religione - le posizioni sembrano
invertirsi. La Chiesa, la teologia e il pensiero credente
si trovano nella paradossale situazione di dover difendere
la ragione e le sue possibilità in ordine alla conoscenza
del Vero, in un sempre più serrato confronto con atteggiamenti
e teorie rinunciatarie e debolistiche, che la condannano
al relativismo e allo scetticismo, forme anch’esse meno
forti di quel prospettivismo nichilistico che - secondo
Nietzsche - avrebbe caratterizzato quelli che per lui sarebbero
stati i prossimi due secoli.
Non
si tratta né di seguire le mode passeggere, né di andare
contro corrente ad ogni costo. La ricerca della verità,
presente nelle diverse espressioni e formulazioni storiche,
ma che pur sempre le trascende, fa sì che la Chiesa e il
pensiero che in essa si esprime, nonostante ritardi e incomprensioni,
si ponga a difesa dell’uomo e della sua dignità, sia allorché
mette in guardia la ragione dalle sue stesse prevaricazioni,
sia allorché ne custodisce il valore e ne alimenta le possibilità.
E da questo punto di vista la cultura autenticamente generata
dal cristianesimo avrà sempre e comunque qualcosa da dire
nella storia all’uomo di ogni tempo e di ogni condizione.
Agitare,
nell’attuale momento storico, il fantasma di una nuova e
forse più subdola ideologia sembra prematuro e controproducente,
anche perché ciò condurrebbe alla contrapposizione di fronti,
nella quale continuerebbe a perpetrarsi la deprecabile scissione
fra sapere e credere, tra fede e cultura, tra pensiero credente
e cultura laica, con risultati devastanti non solo per il
mondo della cultura, ma anche per l’evangelizzazione. Si
tratta piuttosto di rilevare le possibilità di incontro
e di mettere in guardia dai rischi che il coinvolgimento
in tale dibattito comporta per il sapere credente. La cautela
del serpente non va disgiunta dalla semplicità e dall’ottimismo
della colomba, l’atteggiamento critico-profetico non deve
far dimenticare l’esercizio della simpatia e della solidarietà
nei confronti di quanti cercano la verità con cuore sincero
a qualsiasi credo appartengano.
Proprio
il Papa ci suggerisce di trattare le correnti di pensiero
che si richiamano alla post-modernità con un’adeguata attenzione.
Ma in che modo possiamo leggere e prestare attenzione adeguata
a questo contesto, culturale e filosofico, nel senso delle
sue possibili aperture e chiusure alla rivelazione del Dio
di Gesù Cristo?
Possiamo
registrare – sempre a partire da una riflessione feconda
su Fides et Ratio
– due elementi che ci aiutano a dirimere il bandolo di questa
matassa ancora non così lontana perché se ne possa dare
uno sguardo prospettico ma non tanto vicina da non poterne
focalizzare gli elementi.
Il
primo elemento ci avverte della situazione di frammentazione
che la post-modernità introduce nella cultura. E se la cultura
è frammentata è perché l’uomo lo è, il soggetto si ritrova
frammentato e nel frammento. La frammentazione del sapere è il segno
di una profonda crisi di senso, una drammatica perdita del
centro. L’esperienza, appunto, è quella di un sapere ideologicamente
organizzato, sistematico, monolitico, che è caduto e si
è frantumato. Non si da più un centro, tutti i centri sono
in frantumi. Ognuno ritrova nelle proprie mani niente più
che un segmento, nel quale non riesce a percepire alcun
rimando al tutto, alla globalità, all'orizzonte di senso.
Possono in qualche modo questi segmenti costituire una linea,
disegnare una figura, inserirsi in un contesto? Nel “tempo
della povertà” e della “perdita del centro”, è possibile un qualche orientamento? Oppure
il nostro sarà sempre e comunque un “eterno precipitare”?
Le
risposte negative non mancano di esercitare una notevole
presa sui nostri contemporanei. Concludendo un articolo
di commento alla recente rappresentazione della Walkiria
alla scala, mentre segnalava la concezione ciclica del tempo
presente in tutta la tetralogia wagneriana e metaforicamente
espressa da quell'oggetto simbolico che è l'anello [L'anello
dei Nibelunghi è il titolo dell'intero ciclo], un articolista,
colto e ben informato, cercava di decifrare il sistema tonale
dell'intero ciclo, rilevando come Das Rheingold [= L'oro del Reno, titolo della prima opera] inizi in mi bemolle maggiore,
mentre Götterdämmerung
[Il crepuscolo degli dei, ultima opera del
ciclo] si chiuda in re bemolle maggiore, sostenendo che
con questo abbassamento di tono Wagner è come se dicesse:
“Tutto ritorna all'origine, ma ad un gradino più basso di
decadenza rispetto all'origine”, e terminava il pezzo con
queste parole: “Ma soltanto Wagner, chiudendo il ciclo ad
anello, ci ha insegnato che la storia è un'illusione, e
gliene siamo grati”. Non si tratta, come si può facilmente constatare,
di posizioni nichilistiche espresse solo in ambito intellettuale
ed accademico, bensì di mentalità e modi di pensare diffusi,
che il teologo, in quanto credente che cerca di pensare,
non può ignorare o facilmente sorvolare. La domanda di senso
che il segmento di storia consegnato a ciascuno di noi certamente
contiene esige anche delle risposte plausibili e significative,
anche se non sempre facili da esprimere e comunicare.
L’altro
elemento focale ce lo suggerisce Fides et ratio al numero 37 quando parla della gnosi storica e cita
Colossesi 2, 8:
“Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia e con
vuoti raggiri alla tradizione umana secondo gli elementi
del mondo e non secondo Cristo”. Sono davvero attuali, le
parole dell’Apostolo, se le riferiamo alla post-secolarizzazione
come ritorno del sacro sia a livello massivo (i vari essoterismi)
sia a livello culturale (neo-paganesimo).
Proprio l’orizzonte filosofico contemporano post-heideggeriano
si coniuga con riferimenti e tematiche chiaramente neo-pagani,
per cui, paradossalmente, ma significativamente, la connotazione
post-cristiana di queste filosofie si attua
in forme pre-cristiane,
che conviene smascherare ed attentamente meditare, anche
nella prospettiva positiva ispirantesi al carattere di “avvento”
della cultura odierna rispetto all’Evangelo.
A
mettere in guardia i credenti da un troppo ingenuo irenismo
nel confronto col cosiddetto pensiero laico dominante è
proprio un filosofo che, pur non ritenendosi credente, partecipa
attivamente al dialogo con teologi e filosofi cattolici.
In uno dei saggi contenuti nel volumetto intitolato I
nuovi pagani, Salvatore Natoli così si esprime:
“Da
molti anni in discussioni private e pubbliche noto che l’ermeneutica
è sempre di più applicata alla fede. Questa prassi è antica
e ben consolidata. Più arrischiato è invece quell’atteggiamento,
non so quanto involontario o intenzionale che fa valere
o tratta la fede come un’ermeneutica. La mentalità ermeneutica
mette in moto una circolarità infinita. Essa, creando un
ambito costante di rinvii, elude il punto fermo. Nel senso
che il punto fermo non è più un’origine, non è più un principio,
ma è una decisione, vuoi della comunità, vuoi dei soggetti.
In tale modalità si dissolve la fede. È sempre più difficile
trovare il credente. Tutti i credenti stanno diventando
ermeneutici. Quando dicono a me che io sono credente comincio
a capire che non sono credenti loro”.
A
Natoli si potrebbe obiettare che c’è ermeneutica ed ermeneutica
e che non sembrano troppo facilmente assimilabili le posizioni
di un Gadamer, di un Ricoeur e di un Pareyson, proprio in
ordine a quell’istanza del “punto fermo”, sulla quale giustamente
invita a riflettere. Ed è proprio questa istanza che ci
sembra di dover raccogliere come elemento irrinunciabile
per chi dal punto di vista credente intende dialogare con
la cultura e la filosofia laica. Cedere al prospettivismo
significa infatti rinunciare proprio a quel punto fermo
ed affatto soggettivo, che per Natoli deve caratterizzare
chi crede. L’unicità e l’universalità dell’evento Cristo
non consente in nessun modo che il Risorto venga inserito
come elemento di un pantheon politeistico, nel quale tutte
le divinità sacre e profane (e di conseguenza tutte le fedi
o non-fedi) hanno uguale cittadinanza. Questa cattura neo-pagana
del cristianesimo si fa strada nelle coscienze e nella mentalità
dell’uomo contemporaneo, disposto ad accogliere e/o tollerare
l’evangelo, a condizione che non si proponga nella sua radicalità
assoluta ed imprescindibile. Né chi sinceramente ritiene
di poter pensare nell’orizzonte credente può dimenticare
l’assunto di Rosenzweig, il quale faceva nascere la sua
opera fondamentale La stella della redenzione dal puro e semplice
punto di Archimede della Offenbarung
als Orientierung (“Rivelazione
come orientamento”).
In
questo senso l’incipit
dell’enciclica può davvero costituirne la chiave di
lettura più adeguata: “La fede e la ragione sono come le
due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la
contemplazione della verità”. Il testo, infatti, da un lato costringe
ad evitare ogni forma di integralismo, sia da parte della
fede nei confronti della ragione (integralismo fideistico),
sia da parte della ragione nei confronti della fede (integralismo
razionalistico), ma nello stesso tempo propone una visione
contemplativa della verità, nella quale vengano dissolte
tutte le forme di pensiero dominante o calcolante e si esprima
in tutta la sua arricchente potenza il pensiero meditante,
che se è davvero tale non potrà non assumere come proprio
punto di Archimede la Rivelazione, che, nel quadro della
Fides et ratio,
è chiamata al ruolo di principio orientante non solo il
sapere teologico, ma anche quello filosofico. Quasi parafrasando
il noto testo di Rosenzweig, Giovanni Paolo II, così si
esprime:
“La
Rivelazione cristiana è la vera stella di orientamento per
l'uomo che avanza tra i condizionamenti della mentalità
immanentistica e le strettoie di una logica tecnocratica;
è l'ultima possibilità che viene offerta da Dio per ritrovare
in pienezza il progetto originario di amore, iniziato con
la creazione. All'uomo desideroso di conoscere il vero,
se ancora è capace di guardare oltre se stesso e di innalzare
lo sguardo al di là dei propri progetti, è data la possibilità
di recuperare il genuino rapporto con la sua vita, seguendo
la strada della verità. Le parole del Deuteronomio bene
si possono applicare a questa situazione: «Questo comando
che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano
da te. Non è nel cielo perché tu dica: Chi salirà per noi
in cielo per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo
eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà
per noi il mare per prendercelo e farcelo udire sì che lo
possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicina a
te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta
in pratica» (30,11-14)”.
La
scelta di porre al centro la rivelazione ci sembra oltremodo
significativa e tale da conferire al percorso un reale e
decisivo orientamento, capace di interpellare il pensiero
filosofico della modernità compiuta e della postmodernità,
che non di rado affronta con le proprie categorie e le proprie
metodologie proprio questa tematica fondamentale della teologia
cristiana. E tuttavia questa scelta non implica una vera
e propria svolta, bensì include una posizione ben nota in
campo cattolico in ordine al problema della verità, secondo
cui questa si definisce per la sua capacità di adaequatio rei et intellectus. Ecco come
si esprime il documento a questo proposito:
“Questo
ruolo sapienziale non potrebbe, peraltro, essere svolto
da una filosofia che non fosse essa stessa un sapere autentico
e vero, cioè rivolto non soltanto ad aspetti particolari
e relativi — siano essi funzionali, formali o utili — del
reale, ma alla sua verità totale e definitiva, ossia all'essere
stesso dell'oggetto di conoscenza. Ecco, dunque, una seconda
esigenza: appurare la capacità dell'uomo di giungere alla
conoscenza della verità; una conoscenza, peraltro, che attinga
la verità oggettiva, mediante quella adaequatio rei et intellectus
a cui si riferiscono i Dottori della Scolastica. Questa
esigenza, propria della fede, è stata esplicitamente riaffermata
dal Concilio Vaticano II: «L'intelligenza, infatti, non
si restringe all'ambito dei fenomeni soltanto, ma può conquistare
la realtà intelligibile con vera certezza, anche se, per
conseguenza del peccato, si trova in parte oscurata e debilitata»”.
L’orizzonte
rivelativo lungi quindi dall’escludere quello adeguativo
lo include e lo potenzia, sicché la verità come revelatio comprende ed esige la verità come adaequatio come sua condizione di possibilità e di capacità di attingere
la cosa stessa e non semplicemente il suo manifestarsi.
Risulta
programmatico e decisivo quel passaggio dell’enciclica nel
quale, dopo aver messo in guardia dall’adozione di un pensiero
meramente fenomenista e quindi relativista, viene affidato
agli intellettuali cattolici un compito tanto arduo quanto
affascinante e comunque imprescindibile: quello di percorrere
senza cedimenti il travagliato, ma non impossibile cammino,
che dal fenomeno conduce al fondamento, dal significato
al senso, dalla serie dei come a quella dei perché:
“Una
grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio
è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario
quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile
fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime
e rende manifesta l'interiorità dell'uomo e la sua spiritualità,
è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la
sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge. Un
pensiero filosofico che rifiutasse ogni apertura metafisica,
pertanto, sarebbe radicalmente inadeguato a svolgere una
funzione mediatrice nella comprensione della Rivelazione”.
Il
termine “metafisica” cui l’enciclica fa riferimento in diversi
cruciali passaggi, ha fatto sobbalzare la saccenteria di
non pochi filosofi nostrani, che ritenevano ormai archiviata
non solo la parola, ma anche ciò che essa esprime. Anche
qualche teologo ha ritenuto di dover intravvedere nelle
scelte di fondo della Fides
et Ratio l’adozione di categorie obsolete ed inadeguate
ad esprimere in termini oggi accettabili il rapporto fede/ragione.
Certo l’impostazione di fondo del documento si pone in continuità
con le scelte operate dal Magistero ecclesiale nella modernità
compiuta ed in questo senso il riferimento al pensiero del
grande Tommaso d’Aquino è determinante. Ci preme tuttavia
far rilevare, in primo luogo, come l’atteggiamento verso
la modernità, che pure viene ampiamente descritta nella
prospettiva della lacerazione fra sapere e credere, che
in essa si è prodotta, non sia solo quello negativo del
rifiuto e della critica radicale, in quanto
“ad
una attenta osservazione, anche nella riflessione filosofica
di coloro che contribuirono ad allargare la distanza tra
fede e ragione si manifestano talvolta germi preziosi di
pensiero, che, se approfonditi e sviluppati con rettitudine
di mente e di cuore, possono far scoprire il cammino della
verità. Questi germi di pensiero si trovano, ad esempio,
nelle approfondite analisi sulla percezione e l'esperienza,
sull'immaginario e l'inconscio, sulla personalità e l'intersoggettività,
sulla libertà ed i valori, sul tempo e la storia. Anche
il tema della morte può diventare severo richiamo, per ogni
pensatore, a ricercare dentro di sé il senso autentico della
propria esistenza. Questo tuttavia non toglie che l'attuale
rapporto tra fede e ragione richieda un attento sforzo di
discernimento, perché sia la ragione che la fede si sono
impoverite e sono divenute deboli l'una di fronte all'altra”.
In
secondo luogo, e a proposito del pensiero di Tommaso, non
ci sembra irrilevante come esso venga proposto in prima
istanza come un modello di rapporto davvero dialogico con
orizzonti e prospettive culturali e religiose diverse:
“Un
posto tutto particolare – scrive il Papa - in questo lungo
cammino spetta a san Tommaso, non solo per il contenuto
della sua dottrina, ma anche per il rapporto dialogico che
egli seppe instaurare con il pensiero arabo ed ebreo del
suo tempo. In un'epoca in cui i pensatori cristiani riscoprivano
i tesori della filosofia antica, e più direttamente aristotelica,
egli ebbe il grande merito di porre in primo piano l'armonia
che intercorre tra la ragione e la fede. La luce della ragione
e quella della fede provengono entrambe da Dio, egli argomentava;
perciò non possono contraddirsi tra loro”.
Inoltre
nel richiamo alla metafisica e all’ontologia, che un autentico
percorso speculativo esige e di cui un’adeguata intelligenza
della fede ha bisogno, l’enciclica, mentre ribadisce la
necessità del ricorso alla filosofia dell’essere, invita
anche a evitare “di cadere in sterili ripetizioni di schemi
antiquati”, in quanto, allorché cristianamente intesa
ed indagata, essa mostra un profondo carattere dinamico,
ispirandosi non ad una nozione sostanzialistica dell’essere
stesso, ma all’atto d’essere (= actus
essendi), come un’autentica interpretazione del pensiero
di Tommaso impone.
Infine
nell’indicare correttamente il cammino percorso dalla filosofia
cattolica nella modernità compiuta, dopo aver indicato il
ruolo fondamentale della rinascita del tomismo, l’enciclica
enumera una serie di percorsi alternativi, ma altrettanto
importanti, attraverso i quali si è espresso il fecondo
rapporto tra fede e ragione:
“Il
rinnovamento tomista e neotomista, comunque, non è stato
l'unico segno di ripresa del pensiero filosofico nella cultura
di ispirazione cristiana. Già prima, e in parallelo con
l'invito leoniano, erano emersi non pochi filosofi cattolici
che, ricollegandosi a correnti di pensiero più recenti,
secondo una propria metodologia, avevano prodotto opere
filosofiche di grande influsso e di valore durevole. Ci
fu chi organizzò sintesi di così alto profilo che nulla
hanno da invidiare ai grandi sistemi dell'idealismo; chi,
inoltre, pose le basi epistemologiche per una nuova trattazione
della fede alla luce di una rinnovata comprensione della
coscienza morale; chi, ancora, produsse una filosofia che,
partendo dall'analisi dell'immanenza, apriva il cammino
verso il trascendente; e chi, infine, tentò di coniugare
le esigenze della fede nell'orizzonte della metodologia
fenomenologica. Da diverse prospettive, insomma, si è continuato
a produrre forme di speculazione filosofica che hanno inteso
mantenere viva la grande tradizione del pensiero cristiano
nell'unità di fede e ragione”.
Non
è difficile scorgere le figure di Rosmini, Blondel, la Stein
dentro questa rapida ma efficace carrellata di prospettive.
L’apertura
di questa pagine risulta ancor più incisiva, se letta alla
luce di un’affermazione importante, posta in apertura del
cap. V della Fides
et ratio, dove sembra riecheggiare il detto di Blondel
concernente lo stato che deve caratterizzare un autentico
rapporto tra teologia e filosofia, a proposito della quale
il filosofo rivendica una radicale libertà: Non libera nisi adjutrix, non adjutrix nisi
libera:
“La
Chiesa non propone una propria filosofia né canonizza una
qualsiasi filosofia particolare a scapito di altre. La ragione
profonda di questa riservatezza sta nel fatto che la filosofia,
anche quando entra in rapporto con la teologia, deve procedere
secondo i suoi metodi e le sue regole; non vi sarebbe altrimenti
garanzia che essa rimanga orientata verso la verità e ad
essa tenda con un processo razionalmente controllabile.
Di poco aiuto sarebbe una filosofia che non procedesse alla
luce della ragione secondo propri principi e specifiche
metodologie. In fondo, la radice della autonomia di cui
gode la filosofia è da individuare nel fatto che la ragione
è per sua natura orientata alla verità ed è inoltre in se
stessa fornita dei mezzi necessari per raggiungerla. Una
filosofia consapevole di questo suo «statuto costitutivo»
non può non rispettare anche le esigenze e le evidenze proprie
della verità rivelata”.
Le tre vie di accesso al mistero
Vorremmo
indicare, ora, tre vie attraverso le quali quest’uomo contemporaneo,
post-moderno, complesso e frastornato, può accedere al mistero
del Dio di Gesù Cristo. A partire proprio dalle esigenze
della cultura contemporanea le chiamiamo: via dell’interiorità,
via della alterità, via della gratuità.
La via dell’interiorità
Il
primo elemento che emerge, è l’elemento dell’interiorità.
Sappiamo quanto sia sensibile l’uomo contemporaneo al messaggio
che proviene dalla spiritualità, dalla mistica, come modalità
attraverso cui incontrare se stesso. Al di là delle fuorvianti
appropriazioni neo-gnostiche riteniamo, tuttavia, che la
via dell’interiorità sia da sempre indicata come una delle
vie attraverso le quali questo incontro tra noi e il Dio
di Gesù Cristo si può realizzare.
Molto
intelligentemente Fides et ratio pur aprendosi con il riferimento al gnîtis seaàton,
scolpito sull’architrave del tempio di Delfi, prende le
distanze da interpretazioni neo-pagane dandone una corretta
interpretazione al numero 15 col tema – sopra sviscerato
– della rivelazione come stella di orientamento.
Facciamo
eco al Noli foras
ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas
agostiniano analizzando la lezione di un filosofo poco conosciuto,
che ci sembra esprimere - in termini spesso radicali e difficilmente
condivisibili - la tendenza del pensiero contemporaneo a
tematizzare l’interiorità come luogo in cui attingere la
salvezza. Riteniamo che la proposta di un filosofo unilateralmente
dedito alla elucidazione dell’immanenza come fondamento
di ogni manifestazione dell’essere, possa in qualche modo
offrire un apporto decisivo, anche se non esclusivo, al
nostro interrogarci sulle attese di salvezza presenti nel
pensiero contemporaneo.
Un’avvertenza
preliminare risulta tuttavia necessaria a guidare una corretta
comprensione dei contenuti fondamentali di questa “filosofia
dell’immanenza”, o se si preferisce “della interiorità”,
la quale non si svolge assolutamente nei termini dell’immanentismo
materialista, ma al contrario fa propria la concezione opposta
dello spiritualismo, che impregna tutta la realtà anche
nei suoi aspetti più materiali ed esteriori. Parafrasando
e capovolgendo un famoso verso di Peguy, possiamo dire che
assistiamo in questo caso alla presa di coscienza del “carnale,
che è esso stesso spirituale”, e che quindi trova
il suo fondamento ed il suo fine nella realtà intima ed
invisibile.
Ma,
oltre che all’immanentismo materialista, la filosofia di
Michel Henry si contrappone (senza
tuttavia assumerne esplicitamente come interlocutori gli
esponenti) all’affermazione della trascendenza radicale,
di cui è portatore il pensiero d’ispirazione ebraica, così
come si trova espresso nell’opera di E. Levinas. Sicché
se la più importante opera del pensatore di Kaunas può legittimamente
sottotitolarsi “Saggio sull’esteriorità”, nel caso del filosofo
di Montpellier dobbiamo parlare di pensiero dell’interiorità. Mentre la porta del
santuario, nel finale de La Stella della Redenzione, si schiude verso l’esterno e verso la
vita che fuori di esso di esprime, la fatica speculativa
di Henry intraprende il cammino inverso che dall’esteriorità
porta all’interno del santuario della coscienza, cercando
di raggiungere il luogo in cui l’essenza stessa si manifesta
nella sfera più intima della soggettività.
Il
punto di partenza del pensiero di Michel Henry va situato
ben oltre gli esiti heideggeriani della filosofia trascendentalista.
Come qualsiasi lettore avvertito potrà facilmente notare,
si tratta infatti della tematizzazione del nucleo centrale
del pensiero moderno, la soggettività, in un’ottica del
tutto diversa da quella assunta dalle filosofie che quest’epoca
ha prodotto. In questo senso Henry, in uno dei suoi lavori
più recenti, parla di “cominciamento perduto” della modernità, ma
già le prime righe de L’essence de la manifestation, riproponendo
un’osservazione heideggeriana, rimandano al cogito
come all’imprescindibile riferimento costante di tutto il
cammino da percorrere.
La
questione fondamentale è quella dell’apparire, ovvero della
manifestazione dell’essere, per cui il filosofo di Montpellier
non teme di affermare il primato della fenomenologia sull’ontologia.
Egli infatti si domanda:
“come,
infatti, una qualunque cosa potrebbe essere per noi e cosa
potremmo sapere noi a suo riguardo se essa non apparisse,
se l’apparire non avesse già stabilito il suo regno? La
validità del principio della fenomenologia è dunque completa:
«tanto apparire, altrettanto essere»”.
L’attenzione
precipua alla tematica della manifestazione non deve tuttavia
indurre a ritenere la strutturale visibilità dell’essere,
al contrario ciò che si manifesta è in primo luogo, ossia
fondamentalmente, l’“invisibile”, in quanto il contenuto
stesso della rivelazione è la vita, la quale nella sua invisibilità
è tutt’altro che un nulla fenomenologico:
“Ora,
- scrive Michel Henry - non è certamente l’orizzonte di
visibilità in cui consiste il mondo, e neppure tutto ciò
che in esso si dà nella forma di fenomeno esterno o di oggetto.
Ciò che si rivela a noi prima di tutto è la nostra propria
vita, e ciò avviene appunto fuori e indipendentemente da
questo orizzonte di luce. La vita prova se stessa immediatamente,
senza distanza, senza che si scavi al suo interno nessuno
scarto che la separerebbe da sé, senza che nessuno sguardo
possa mai penetrare in lei per scoprirla in un qualunque
Di-fuori, nella forma di «di fronte» o di oggetto. La vita
è in sé estranea al mondo, acosmica - e, se il mondo designa
un orizzonte estatico di visibilità, essa è invisibile.
Nessuno ha mai visto la vita né la vedrà mai. Chi mai ha
visto la propria pena, la propria angoscia, il proprio amore?
Chi mai ha visto Dio?”.
Si
tratta, come si può facilmente constatare da questi brevi
ma pregnanti testi, di una fenomenologia tutta particolare,
che, proprio per restare fedele radicalmente alla nozione
stessa di “fenomeno”, finisce col respingere quasi tutte
le tesi della fenomenologia classica da Husserl ad Heidegger,
da Scheler a Merleau Ponty. L’evento originario
(Ur-faktum) consiste
dunque nella manifestazione e nel suo darsi come “vita”,
il fondamento di ogni possibile “fenomeno” sta dunque nella
“rivelazione patetica e inestatica” della vita. Ma, nonostante le suddette
distanze, l’appello della fenomenologia del XX secolo ad
andare alle cose stesse (zu
den Sachen selbst!) viene assunto decisamente e radicalmente
dal filosofo di Montpellier. E qui la “cosa stessa” è appunto
la vita, che si manifesta nella sua nudità e nella sua immediatezza.
In rapporto alla realtà propria
di Dio noi non sappiamo nulla se non nella misura in cui
Egli stesso si rivela. Nel tentativo di risposta alla domanda:
come Dio si manifesta a noi? vengono quindi a coincidere
la questione fondamentale della fenomenologia e quella della
teologia, per cui, nella prospettiva di Henry, la teologia
non è possibile se non in rapporto alla rivelazione ossia
se non in quanto “fenomenologia”.
Muovendosi
in questa direzione Michel Henry ritiene che si debba reinventare
e quindi riscrivere una filosofia del linguaggio in generale,
riscattando la parola da ogni residuo di visibilità, quindi
da ogni permanenza ellenica ed occidentale, nel senso suddetto.
Pertanto ogni Parola si costituisce come parola della vita,
la quale manifesta la stessa vita nell’autorivelazione patetica
della soggettività assoluta che è il Dire. La Verità e la
Via non possono quindi che condurre alla Vita:
“Ogni
Parola è la parola della vita. Ciò che si mostra in questa
Parola, ciò che si rende manifesto, è la stessa vita, è
l’autorivelazione patetica della soggettività assoluta che
è il Dire. Ciò che essa dice, è essa stessa, è la determinazione
patetica di cui ogni forma della vita è l’autorivelazione.
Ciò di cui parla, è di essa stessa, di questa determinazione
che è essa stessa. Essa non dice quello che dice a partire
da altra cosa di cui parla, essa parla a partire da se stessa.
Ecco dunque cosa significa Parola della Vita: far vedere
mostrando in ciò che dice ciò di cui parla. «Far vedere»:
rivelare, nell’auto-rivelazione patetica della vita, nella
modalità in cui tutte le cose si presentano in noi, prima
di ogni vedere concepibile, fuori di ogni mondo possibile.
«In quello che essa dice»: nella sua carne sofferente. «Ciò
di cui essa parla»: questa propria carne. Così della sofferenza,
del dolore, «chiaro» a se stessa in quanto «oscuro», ossia
rivelato a lei stessa nella sua affettività e tramite essa,
in quanto dolore. Il linguaggio è il linguaggio della vita
reale.[...] l’essenza originaria della Verità è la Vita
e il logos non è altro che vita. Il Verbo che viene in questo
mondo non è il logo greco, la venuta nel mondo essa stessa
in quanto tale. Ciò che viene nel mondo piuttosto si sottrae,
è la vita nascosta. [...] Questa vittoria contro se stessa
nell’implosione invincibile del suo pathos che vive è l’Arci-rivelazione
e, in questo modo, la Via che conduce fino ad essa - La
Verità e la Via indissolubilmente congiunte”.
Alla
luce di queste suggestive espressioni, Henry ripensa il
metodo fenomenologico liberandolo dalla comprensione greca
del logos, fondata sulla verità della percezione,
che attraverso il Medioevo giunge alla modernità ed alla
fenomenologia contemporanea. L’identità ultima del logos
e del fenomeno non potrà infatti essere pensata in termini
formali, perciò solo quella che Henry definisce una “fenomenologia
materiale” sarà in grado di riconoscere nella materialità
fenomenologica della pura fenomenalità, nella modalità del
suo effettuarsi fenomenologico, la maniera in cui essa manifesta:
la natura stessa del suo Dire e così l’essenza dello stesso
logos. Sarà dunque la Parola della Vita,
che pronunciando l’Invisibile lo rivelerà nella stessa essenza
della Vita.
Nell’ultimo
libro di M. Henry – C’est moi la vérité. Pour une philosophie du christianisme – si tratta della verità nel cristianesimo. Non
intende risolvere la questione se il Cristianesimo sia vero
o falso, ma semplicemente mostrare la particolare forma
di verità di cui Cristo è portatore. Si tratta di un libro
difficile e certo non in tutto condivisibile. Richiamiamo
solamente un passaggio, in cui Henry si interroga sulla
salvezza che il Cristianesimo propone in termini di seconda
o nuova nascita (o ri-nascita) dell’uomo, in quanto “figlio
di Dio”. La contrapposizione fra la verità del mondo (in
particolare quello moderno) e la Verità della vita risulta
radicale e frontale, ed è appunto tale profondo contrasto
che consente di scoprire Gesù come il Cristo.
La
via dell’alterità
La
seconda via, dell’alterità, si situa proprio nel carattere
trascendente dalla rivelazione. La rivelazione ci è data
come manifestazione del “totalmente altro” che irrompe nella
storia. Non è la risposta alle nostre domande, ai nostri
quesiti; non è neppure il messaggio che viene perché ci
siamo attrezzati a riceverlo; quand’anche avessimo assunto
tutti gli accorgimenti possibili, atti a disporci a ricevere
l’automanifestazione di Dio in Cristo, Dio, resta libero
di manifestarsi o non manifestarsi. Di fatto si è manifestato,
e si è manifestato irrompendo nella storia, quindi proponendosi
a noi come il “totalmente altro”.
Un
primo luogo, cui ci sembra di dover prestare la nostra attenzione
e nel quale si manifesta una forma di attesa di salvezza
nella filosofia recente, può essere individuato nell’attenzione,
molto viva nel dibattito attuale, verso il pensiero ebraico
ed alcune sue figure rappresentative. È merito del pensiero
di ispirazione biblica, ebraico e cristiano, aver offerto
una riflessione profonda sull’intersoggettività e la reciprocità,
tale da escludere ogni ritorno all’egoità e rendere possibile
un autentico atteggiamento di accoglienza dell’a(A)altro. Se l’esserci heideggeriano
continua a muoversi in un orizzonte fondamentalmente soggettivistico,
da cui non riescono a sottrarlo neppure le suggestive pagine,
poetiche e filosofiche insieme, prodotte dalla cosiddetta
Kehre, non così in autori come Buber e Levinas, che si situano
nell’orizzonte neo-ebraico, e come Gabriel Marcel, che elabora una filosofia
dell’esistenza di chiara ispirazione cristiana. Ci soffermeremo
soprattutto sul pensiero levinasiano, che si situa esattamente
agli antipodi di ogni concezione soggettivistica, elaborando
una eterologia, ricca di spunti per una filosofia dell’accoglienza.
Il punto
di vista di questo autore complesso e insieme affascinante
è quello dell’etica, il cui primato sull’ontologia risulta
chiaramente affermato in ogni pagina sia delle sue opere
più propriamente filosofiche che di quelle comunemente definite
“confessionali”. La Torah e il Talmud sono le fonti inesauribili
di questo pensiero, che merita tutta la nostra attenzione
anche perché assume come prospettiva privilegiata quella
dell’a(A)ltro. Si tratta di capovolgere tutto l’itinerario
della filosofia occidentale, che “dalla Ionia a Iena” (Rosenzweig) non sa pensare se non
in termini di soggettività. Il nichilismo, pratico e speculativo,
che sembra sempre più caratterizzare la post-modernità,
non solo filosofica, è frutto di questa direzione impressa
al pensiero che non sa “pensare altrimenti” e all’uomo che
non sa “essere altrimenti”, dove l’avverbio significa semplicemente
dal punto di vista altrui, assumendo l’altro come punto
prospettico del nostro fare e del nostro dire.
L’espressione
“mettersi nei panni dell’altro” non è qui soltanto metaforica.
L’a(Altro) infatti irrompe nella mia esistenza provocando
la mia responsabilità ed esigendo risposte che giungono
alla denucleazione dell’io, al proiettarlo fuori di sé,
appunto nell’altro, il cui volto mi interpella scardinando
tutte le mie pre-comprensioni intenzionali. L’esperienza
del lager costituisce l’orizzonte storico ed esistenziale
entro cui questo pensiero si situa. In questo senso l’ebreo
è coscienza critica della nostra civiltà occidentale e della
nostra Europa, sicché Levinas dedica una delle sue opere
principali, significativamente intitolata Altrimenti che
essere o al di là dell’essenza, “alla
memoria degli esseri più vicini tra i sei milioni di assassinati
dai nazional-socialisti, accanto ai milioni e milioni di
uomini di ogni confessione e di ogni nazione, vittime dello
stesso odio dell’altro uomo, dello stesso antisemitismo”.
Il razzismo
antisemita è dunque il paradigma di ogni pensiero egocentrico,
che costituendosi in sistema, non si fa scrupolo di sopprimere
il diverso o di soggiogarlo. A condizione di pensare altrimenti
è possibile il vero esodo del soggetto, che non percorre
più l’itinerario di Ulisse, il quale al termine del lungo
viaggio si ritrova nella sua stessa casa, allo stesso punto
di partenza, bensì il cammino di Abramo, che esce dalla
propria terra affidandosi completamente all’Altro che lo
conduce non più presso il sé, ma nel luogo che gli
ha preparato.
L’etica
non è scritta su tavole morte, e tanto meno in trattati
teorici, essa è rivelata nel volto dell’altro, che è la
traccia dell’Altro o dell’Infinito. In particolare lo sprovveduto,
il povero, lo straniero, il diverso, la vittima portano
impresso nel loro sguardo il comandamento originario: “Tu
non mi ucciderai!”, che non va inteso soltanto nel senso
della soppressione fisica opera del carnefice, bensì di
ogni atteggiamento che porta all’affermazione di noi stessi,
prevaricando sugli altri e non mettendoci al loro servizio.
L’a(A)ltro è misura di tutte le cose. Pertanto non sarà
autenticamente accogliente l’atteggiamento di chi esercita
l’ospitalità solo verso persone in grado di ricambiare il
suo gesto, magari offrendo semplicemente una presenza gratificante.
La sua irruzione nella mia vita viene piuttosto a destabilizzare
il mio ego ed in quanto tale questo incontro porta l’esperienza
della pura trascendenza, non riconducibile ad alcuna attesa
previa.
In questo
senso Levinas invita a rompere con una concezione dell’amore,
inteso platonicamente come nel mito riportato nel Convivio,
dove l’eros non fa che ricongiungere due metà originariamente
appartenenti allo stesso essere, allo stesso androgino primordiale.
Se così fosse, l’amore sarebbe semplicemente il nome di
una forma di egoismo, perché in esso l’uomo in fondo cerca
e trova se stesso e non l’a(A)ltro nella esteriorità del
suo essere diverso. La bontà e quindi l’amore consistono
“nell’andare
là dove non l’ha preceduta nessun pensiero illuminante -
cioè panoramico -, nell’andare senza sapere dove. Avventura
assoluta in un’imprudenza primordiale, la bontà è proprio
la trascendenza. La trascendenza è trascendenza di un io.
Solo un io può rispondere all’ingiunzione di un volto”
L’io così
pensato viene da Levinas interpretato come ostaggio nelle
mani dell’a(A)altro. “io, vale a dire eccomi per gli altri,
che perde radicalmente il suo posto - o il suo riparo nell’essere
- che entra nell’ubiquità che è anche un’utopia”. Il Re mendicante che
bussa alla porta della mia soggettività esige l’ospitalità,
che non consiste solo nell’assunzione di un atteggiamento
di buona educazione o di elemosina. “L’altro come lo straniero
è l’ospite, verso il quale sono tenuto a esercitare il primo
dovere etico: l’ospitalità.
La sua condizione di apolide, di senza patria, che
lo fa straniero in ogni Paese qualunque esso sia, universalizza
l’esigenza dell’accoglienza”. Levinas riprende l’ospitalità
esercitata da Abramo verso i tre misteriosi visitatori.
La
“traccia degli dei fuggiti”, che Heidegger scorgeva nella
poesia, diviene, nel pensiero
levinasiano, traccia del totalmente Altro, presente nel
volto dell’altro, che rende manifesta la Trascendenza, rivelando
la Torah. La presenza dell’Altro nel volto dell’altro è
da ritenersi nel senso di una luce riflessa, obliqua, un’esperienza
che richiama quella dei posteriora Dei, nel famoso brano
dell’Esodo, che pure Cohen aveva commentato:
“L’Altro
come traccia. Non la traccia che lascia l’impronta delle
dita, dei passi, ma la traccia che è lui stesso o che s’iscrive
nel volto. Essenzialmente fuggitiva e traccia cancellata,
come una traccia che si è cercato di confondere, e che non
è più che la rovina d’una traccia, illeggibile e indelebile.
È conforme alla natura della traccia che essa sia allusiva
e nascosta [...]”.
Il tema
della traccia rimanda a quello della gloria. A questo proposito
Levinas richiama il nascondersi di Adamo nell’eden, nel
tentativo di sottrarsi a Dio che lo cerca:
“La
gloria si glorifica attraverso l’uscita del soggetto fuori
dagli angoli bui del “quanto a sé” che offrono - come i
cespugli del paradiso in cui si nascondeva Adamo mentre
udiva la voce dell’Eterno Dio percorrendo il giardino dal lato in cui sorge il sole - una scappatoia alla
convocazione in cui si mette in moto la posizione dell’Io
all’inizio e la possibilità stessa della origine”.
Ma di
fronte all’a(A)altro che mi interpella, la soggettività
del mio io, è priva di vie d’uscita che le consentano in
qualche modo di imboscarsi: l’accoglienza dell’a(A)ltro
è dunque la prima responsabilità etica, il primo dovere,
non estrinsecamente inteso come obbedienza ad una legge
convenzionale, bensì inscritto nella stessa traccia che
l’a(Altro) porta sul proprio volto. Se le spalle che Dio
mostra a Mosé, si possono interpretare come la stessa Torah,
che Dio ha donato e continua a donare al suo popolo, allora
il primo comandamento e la sua attuazione nella nostra vita,
altro non è che l’espressione della gloria di Dio che ci
è concessa, mentre abitiamo la contingenza della storia.
Come il
rapporto con l’Altro trascendente, così quello con gli altri,
risulta sempre a-simmetrico e mai paritario: non vi è reciprocità
tra la mia solitudine radicale e l’irruzione dell’altro,
che sconvolge la mia esistenza soggettiva. Questi, nella
prospettiva levinasiana, ha sempre e comunque il primato,
il suo punto di vista, la sua cultura, il suo orizzonte,
per quanto immensamente distanti dai miei, richiedono comunque
un atteggiamento di profonda e radicale accoglienza. L’apertura
della soggettività non costituisce dunque una sorta di hobby,
cui dedicare magari il proprio tempo libero e quanto rimane
delle proprie energie dopo una giornata o una settimana
di duro lavoro. Essa dovrà al contrario costituire una dimensione
originaria della nostra esistenza autenticamente intesa:
ne va infatti della nostra apertura all’Altro, che viene
a redimere la nostra vita: ne va cioè della stessa redenzione.
L’ispirazione
ebraica di questo pensiero - come di quello di Rosenzweig,
- resta radicalmente fedele all’unica alleanza, che per
questi autori è quella che per noi è l’antica. Onde evitare
l’errore di facili trasposizioni in chiave cristiana, sarà
bene richiamare un passaggio della Stella della redenzione,
nel quale il Cristianesimo è chiamato a svolgere un ruolo
missionario nei confronti dell’ebraismo. Sono parole dure,
che non possiamo tralasciare in nome di un dialogo, che
altrimenti rischierebbe di diventare irenico:
“[...]
in questo frattempo il mondo intero si è riempito dell’idea
messianica e delle parole della dottrina e dei comandamenti;
quell’idea e queste parole si sono diffuse fino ad isole
lontane e tra molti popoli di cuore incirconciso e di carne
incirconcisa; ora tutti i affaticano sulle parole della
Torah e con il problema della loro validità; e gli uni sostengono
che quei nostri precetti sono certo veri, ma non sono più
in vigore, mentre altri sostengono che vi sono nascosti
dei misteri e che nulla vi deve essere inteso secondo il
semplice senso letterale, che un giorno il Messia è venuto
ed ha svelato il mistero. Ma solo quando verrà infine il
vero Messia e questo gli riuscirà e sarà elevato e sublime,
allora tutti costoro faranno ritorno a casa e riconosceranno
che ciò era frutto di illusione”.
Interessante
è il recupero della tematica del dialogo e del rapporto
in orizzontale che possiamo derivare dalla lettura di questi
testi. Corrobora la nostra convinzione il significativo
richiamo che fa il Papa al n. 33 della Fides et Ratio, quando parla della
necessità di impostare la ricerca della verità a partire
da un atteggiamento dialogico, cioè di apertura all’alterità.
Anche
la ragione ha bisogno di essere sostenuta nella sua ricerca
da un dialogo fiducioso, da un’amicizia sincera. Il sospetto
e la diffidenza, che a volte circonda la ricerca speculativa,
per cui i filosofi e i teologi, come i capponi di Renzo,
sanno solo litigare, vivendo in una situazione molto precaria
entrambi, dimentica l’insegnamento di filosofi antichi,
i quali ponevano l’amicizia come uno dei contesti più adeguati
per il retto filosofare.
La
via della gratuità. Fenomenologia del dono e “metafisica
della carità”
Indichiamo
l’ultima direzione, nella via del dono e della gratuità,
dove interviene l’orizzonte sapienziale, che è proprio dell’Enciclica
e che si respira quasi ad ogni pagina del testo della Fides
et Ratio, e al quale dedica anche una trattazione specifica,
quando parla della sapienza. Questa sapienza è un dono che
viene dall’alto. È interessante come proponga Tommaso come
modello di colui che sa far maturare la scienza in sapienza;
gli sforzi umani di ricerca della verità risultano alla
fine vani, se non gratuitamente ci è donata la verità. Il
mondo e la cultura contemporanea riverberano particolarmente
il tema della gratuità
Situiamo
la riflessione su un piano volutamente, anche se non esclusivamente,“metafisico”,
nei termini di una ripresa filosofica della tematica della
carità. Ciò che rimane non pensato nell’attuale
areopago filosofico è - a detta di Jean-Luc Marion, l’ultima figura che
chiameremo in causa in questo nostro breve viaggio - l’agape.
Se, infatti, il pensiero ebraico e la coscienza dell’olocausto
ci pone al riparo da ogni possibile idolatria sistematica,
esso - almeno nella sua espressione levinasiana - non sembra
immunizzarci adeguatamente dal rischio dell’alienazione.
A chi gli chiedeva se bisogna considerare epifania dell’Infinito
anche il volto del carnefice, il buon Levinas non poteva
rispondere che col silenzio, impostogli dalla sua stessa
visione etica. Oltre questo silenzio sbigottito e impotente,
si pone la possibilità di declinare speculativamente la
rivelazione in senso iconico ed agapico.
È la direzione
entro cui si situa la filosofia di ispirazione cristiana, di cui il pensiero
di Marion si propone come espressione, significativa ed
insieme problematica, nel nostro tempo.
Le vicende
della nozione di Dio nel pensiero del Novecento filosofico
sembrano percorrere un triplice esodo o subire una triplice
metamorfosi, ma si tratta di istanze che hanno caratterizzato
l’intero percorso della metafisica cristiana attraverso
i secoli:
§
in primo luogo si tratta di liberare
il discorso su Dio dalle reti ousiologiche, ossia di pensare
Dio al di là dell’essenza (come diceva Levinas
e suggerisce Marion), superando la metafisica sostanzialistica;
§
in secondo luogo la nozione
di Dio va liberata anche dall’inclusione ontologica, per
cui non si sa dire altro che Dio è l’essere, spesso entificandolo
e cadendo nelle aporie di quella onto-teologia tanto deprecata
da Heidegger;
§
infine si tratta
di pensare Dio come amore agapico, inclusivo (e non esclusivo)
sia dell’orizzonte ousiologico che di quello ontologico.
Sicché,
piuttosto che pensare Dio senza l’essere, bisogna avere
il coraggio di pensarlo oltre l’essere, il che consente
il superamento di ogni idolatria, anche speculativa. In
questa prospettiva filosofica la “differenza” lascia così
il posto alla “distanza” e la sacralità neopagana è chiamata
a dissolversi dinanzi alla kenosi. Il pensiero rivelativo
recupera così una dimensione “iconica”, abbandonando l’“idolo”
e le sue pretese egemoniche. Ecco come Marion svolge la
propria critica all’idolatria filosofica, chiamando in gioco
la rivelazione cristiana ed i suoi eventi fondamentali:
“[...]
avanziamo una prima domanda: l’Incarnazione e la Resurrezione
del Cristo investono il destino ontologico o restano un
avvenimento puramente ontico? E poi quest’altra: un’obiezione
all’indipendenza ontologica di Dio è strettamente legata
all’anteriorità irrefutabile del «soggiorno divino» che
dovrebbe accoglierlo; ma appunto, in che cosa può dipendere
Dio dal soggiorno che Gli prepara l’umanità (in questa o
quella figura della storia del mondo)? In realtà, un idolo
dipende interamente da questo presupposto, in quanto lo
riflette, gli dà un nome e vi trova il proprio volto. Ma
l’annuncio ebraico e la rivelazione cristiana mettono in
gioco, sullo sfondo di una critica all’idolatria di cui
il pensiero moderno non ha ancora potuto fare a meno, una
venuta del Dio fra i suoi che si attesta persino quando
«i suoi non lo ricevettero» (Gv 1, 11). L’assenza del «soggiorno
divino» più che limitare o impedire la manifestazione, ne
diventa invece la condizione - come distruzione di ogni
idolo che abbia preceduto l’impensabile - la caratteristica
- Dio solo può rivelarsi nel momento e nel luogo in cui
nessun altro ente divino può esistere - e persino il rischio
più grande - Dio si rivela spogliandosi della gloria divina”.
La rivelazione
è allora puro dono e questa sua caratteristica fondamentale
ha valenza speculativa, ossia mette in gioco lo stesso pensiero,
chiamato a “regredire dalla metafisica”, “superando la differenza
ontologica”, e preoccupandosi del
darsi stesso dell’amore originario ed originante: “Solo
la distanza può dare all’essere che la vanità divenga dono
senza ragione, poiché solo lei, che si abbandona in questi
doni, sa riconoscere nella Gelassenheit un’icona della carità”.
La prospettiva
sopra indicata di un dono che non ammette alcuna forma di
scambio risulta qui rovesciata e contraddetta, in quanto
si dà una dimensione autentica della restituzione:
“[...] il
dire Do impone di ricevere il dono, e - poiché il dono
avviene solo nella distanza - di restituirlo. Restituire il
dono, giocare in ridondanza la donazione impensabile è
qualcosa che non si dice, ma si fa. Alla fine dei conti, l’amore
non si dice, ma si fa. Solo allora può rinascere il
discorso, ma come un godimento, un giubilo, una lode”
.
Il tema
dell’attesa si coniuga con la metafora dell’“in-crocio”.
Qui si tratta dell’in-crocio dell’Essere, al quale è dedicata
una lunga sezione del libro Dio senza essere, e la cui realizzazione
viene riconosciuta come appartenente solo a Dio:
“In-crocio
dell’Essere: sino a questo punto non si intravvede chi possa
realizzarlo se non Do. E dunque, dato che solo Do potrebbe realizzarlo
e dato che, nel migliore dei casi, Do, possiamo intravvederlo
solo negli spazi di tempo intermittenti lasciati dalle nostre
idolatrie, negli intervalli dei nostri giochi di specchi,
sui margini dell’abbagliamento solare nel quale culminano
i nostri sguardi, è evidente che questo in-crocio possiamo
scorgerlo solo a momenti. Infatti ciò che in-crocia
l’Essere, eventualmente, si chiama agape. L’agape
sorpassa ogni conoscenza, con un’iperbole che la definisce
e, indissolubilmente, ne preclude l’accesso. L’in-crocio
dell’Essere si gioca al nostro orizzonte, innanzitutto
perché solo l’Essere apre lo spazio nel quale
appaiono gli enti; in secondo luogo perché l’agape
non ci appartiene di per sé. Noi dipendiamo - in quanto
enti - dal governo dell’Essere. E non accediamo neppure
in quanto «peccatori» all’agape. L’in-crocio
dell’Essere, dunque, ci eccede e ci sfugge [...]”.
“Dio senza
essere”, allora, ben lungi dal costituire una professione
di ateismo, neppure metodologico, non significherà che la spoliazione del divino e
la sua inanizione. Marion - sulla scia di Blondel - recupera la tematica
eucaristica, inserendola nel suo discorso “fenomenologico”,
che a questo assume sembianze teologiche: “L’Eucaristia
diventa così il banco di prova di ogni sistematica teologica,
perché, conglobando tutto, lancia al pensiero la sfida più
decisiva”. Il filosofo tenta
di mettere in luce la dimensione rivelativa del mistero
eucaristico, attraverso il concetto di “presenza” come “dono”,
in un saggio fuori testo, che richiama (nel titolo soltanto)
le riflessioni di Derrida, ma che può essere letto come
prezioso contrappunto alla tematica del “dono senza presente”,
che caratterizza il commercio in cui esercita i propri calcoli
la ragione economica: qui al contrario il dono è al presente,
in quanto realizza la presenza dell’Altro nella storia e
nella vita di ciascuno. L’atteggiamento adorante di fronte
al pane e al vino, consegnati per noi, realizza la “presenza”
del Signore e vince ogni idolatria religiosa e speculativa:
“Solo
nella preghiera diventa possibile una «spiegazione», cioè
una lotta tra l’umana incapacità di ricevere e l’insistente
umiltà di Dio che non cessa di colmare. E se non sarà sconfitto
in questa lotta, il pensiero non riuscirà mai a vincere
speculativamente”.
Conclusione
Concludiamo
dando ancora spazio all’arte, stavolta ci lasciamo suggestionare
dalle pennellate scritte non più sulle volte intonacate
ma sulla carta bianca dei fogli di Jean Paul Richter. Il
testo è posto da Sedlmaier come appendice alla perdita del
centro:
“In
questo secolo si è scatenato il diavolo, ma si è scatenato
anche lo Spirito Santo. Siamo, ahimè, alle soglie di tempi
duri, frane e slavine precipitano insieme. Verranno alcuni
decenni in cui chimica, fisica, filosofia e politica si
congiungeranno insieme per stracciare il velo di Iside dell’apparenza
anche televisiva, di quella silenziosa e alta figura di
dea per la figura di Iside stessa. Siamo nel tempo, appunto,
in cui domina l’apparenza, in cui vige la legge del più
forte, non dal punto di vista dei muscoli, ma dal punto
di vista dell’immagine, e allora in quest’epoca dobbiamo
essere capaci di esercitare il discernimento, tenendo presente
che il cuore umano si polverizza, ma non si polverizzerà
mai la meta di esso. Invece di migliorare l’epoca, ciascuno
lavori a migliorare se stesso. Ognuno seguiti a lavorare
e a scavare in silenzio, con la lampada sulla fronte, nel
buio del suo ripiano, nel pozzo della sua miniera, senza
preoccuparsi delle acque che rumoreggiano intorno”.