"La
teologia è una scienza, ma nello stesso tempo di quante
scienze si compone!. L'uomo un supposito, ma se lo si
anatomizza, egli sarà la testa, il cuore, lo stomaco,
le vene, ogni vena, ogni porzione di vena, il sangue,
ogni umore del sangue?
Una
città, una campagna, da lontano sono una città e una
campagna; ma, nella misura che ci si avvicina, sono
case, alberi, tegole, foglie, erbe, formiche, zampe
di formiche e così all'infinito. Tutto questo si racchiude
sotto il nome di campagna".
"L'uniformità
senza diversità inutile agli altri,
La
diversità senza uniformità dannosa per noi"
(Blaise
Pascal)
Districare
la matassa della frammentazione del sapere in ambito
teologico per ricavarne un gomitolo uniforme, senza
tagliare e quindi perdere alcun segmento di questa preziosa
lana, non è certamente impresa facile e che si possa
presumere di risolvere con un simposio, per quanto qualificato
e preparato da mesi di riflessione come il nostro. Abbiamo
cercato soltanto di compiere un primo passo per porre
il problema, nel tentativo di descrivere lo status
quaestionis con il rigore e la correttezza metodologica,
che un ambiente accademico esige. Ma, trattandosi di
problematica non meramente accademica, neppure si poteva
(o si potrà) pretendere che essa trovi soluzione nelle
sia pur spaziose ed accoglienti aule di una Università,
anche se, chi dovrà eventualmente assumere delle decisioni
in ordine ad esempio alla ratio studiorum e alla
formazione intellettuale di presbiteri ed operatori
pastorali qualificati non potrà non avvalersi e non
tener conto del parere di chi quotidianamente porta
il peso della ricerca e dell'insegnamento.
Insieme
alle analisi e alle proposte avanzate nel simposio romano,
e dando voce non solo a quanto emerso nelle relazioni
e negli interventi programmati, ma anche a quanto è
stato espresso nel dibattito e nei discorsi informali
tra colleghi, intendo offrire in queste pagine alcune
possibili piste per un ulteriore futuro approfondimento
del tema, in modo che non venga ignorato il lavoro fin
qui svolto, ma neppure l'iniziativa venga archiviata
e ritenuta ormai conclusa e relegata in un passato,
che non ha nulla da dire al futuro.
Un
punto di non ritorno mi sembra doversi ritenere acquisito
come criterio di discernimento per quanto emergerà in
un ulteriore cammino: la valutazione critica dell'attuale
situazione di "frammentazione" del sapere teologico
esige che non si disperda la ricchezza di contenuti,
di prospettive, di metodi, di scuole, di cui tale situazione
è portatrice, tramite operazioni di sbrigativa e semplicistica
omologazione. Il Pascal, che abbiamo evocato nell'esergo,
in un altro pregnante frammento, ammonisce: "La molteplicità
che non si riduce all'unità è confusione; l'unità che
non dipende dalla molteplicità è tirannia". Alcune proposte
elaborate all'interno di vere e proprie "scuole" teologiche
tendono a perseguire l'obiettivo dell'unificazione del
sapere o attraverso l'elaborazione di una epistemologia
integrale, fondata sull'autoevidenza della fede e tale
da salvaguardare l'interna uniformità del percorso,
oppure attraverso il ricorso ad un'epistemologia formale
e costituita a priori rispetto al variegato e
policromo universo delle discipline, teologiche e non,
che appartengono al curriculum degli studi.
Il
simposio ha indicato soprattutto la via "ermeneutica"
come quella che sembra offrire buone possibilità di
evitare il naufragio sugli scogli dell'integralismo
o del formalismo. La sua adozione nell'orizzonte del
sapere della fede richiede tuttavia un acuto e non superficiale
discernimento, soprattutto in considerazione del fatto
che, nel contesto della modernità compiuta e della postmodernità
emergente, essa poggia su un'ontologia del declino,
che si compiace della sua infermità e della sua debolezza,
crogiolandosi nell'impossibilità di attingere il vero
nel suo carattere di certezza liberante e definitiva.
Il ricorso alla forma pareysoniana, in cui il pensiero
ermeneutico si è espresso, da parte di Giovanni Ferretti
dice proprio tale necessità di "discernimento" e di
integrazione, che la teologia cattolica ha ben presente,
proprio allorché mostra la propria attenzione al modello
ermeneutico e non solo lo studia, ma lo adotta e sviluppa.
Se
tuttavia la teologia più recente sembra ben agguerrita
sul versante ermeneutico, bisogna tuttavia notare che
la formulazione dell'ontologia di riferimento, risulta
ancora piuttosto un proposito che un compito attuato
o in fase di attuazione in sede sia di filosofia cristiana
che di teologia. L'arduo compito sarebbe dunque quello
di conferire consistenza teoretica e contenutistica
a formule, intorno alle quali registriamo una notevole
convergenza fra i teologi, come l'"ontologia trinitaria",
o la "metafisica della carità", o l'"ontologia della
dedizione", a condizione che non si dimentichi la lezione
di quanti nel passato hanno già cercato di istruire
una tale ricerca, con risultati certo datati e rispondenti
alle istanze del loro tempo, ma non per questo insignificanti
per noi. Il senso storico del teologo impedisce facili
entusiasmi e atteggiamenti ingenui di chi sta scoprendo
l'acqua calda e di tale scoperta si ritiene unico protagonista.
Ma
se tale compito è naturalmente affidato al lavoro di
scavo storico e di elaborazione teoretica dei teologi
e dei filosofi, sul piano di eventuali ulteriori incontri
a livello accademico, tendenti ad approfondire il discorso
qui soltanto avviato, non ci sembra si possa prescindere
dall'interrogarsi intorno ad una tematica inevitabile
ed urgente e che va esplicitamente affrontata attraverso
un serrato dialogo fra i due ambiti del sapere che sono
chiamati non solo a convivere ma a reciprocamente interagire
nella formazione intellettuale: teologia e filosofia.
Una volta fugate le ombre di impostazioni neo-integralistiche,
propugnanti un'improbabile radicale e deleterio assorbimento
della filosofia nella teologia in quanto scienza, dimenticando
che entrambe le forme del sapere hanno un comune riferimento
inclusivistico nell'orizzonte sapienziale, che le unifica
e le differenzia, senza alterarne la legittima autonomia,
le domande da porre all'attenzione di teologi e filosofi,
che fossero chiamati a proseguire la riflessione sulla
frammentazione del sapere, potrebbero a nostro avviso,
essere così impostate:
- Quale
filosofia per la teologia?
- Che
ne è del principio cristocentrico, allorché si elabora
e si propone un pensiero filosofico in funzione
teologica?
Volendo
ulteriormente unificare i due interrogativi, ci preme
qui di fatto segnalare l'urgenza della riproposta del
tema della "filosofia cristiana", delle sue possibilità
e del suo ruolo in rapporto al sapere teologico, nella
consapevolezza, ormai acquisita che, se da un lato la
modernità sembra aver compiuto il suo corso, il processo
in essa e da essa innescato è irreversibile e imprescindibile
e, in quanto tale, impone la necessità di cercare nuovi
modelli di pensiero credente non omologabili a forme
di ancillarità tipiche del tempo della Cristianità ,
che conservano un valore certamente paradigmatico, ma
in quanto tali non sono riproponibili in un contesto
di complessità epistemologica come il nostro.
Tale
impostazione evidentemente non intende escludere la
possibilità del confronto e dell'ascolto di proposte
filosofiche elaborate al di fuori del contesto religioso
e teologico, per le quali si impone la domanda relativa
ai criteri di discernimento, attraverso cui rendere
disponibile una proposta filosofica "estranea" ad essere
accolta come referente del sapere della fede. Il correttivo
ontologico proposto per l'ermeneutica costituisce un
esempio all'interno di tale ulteriore possibilità. Il
timore che il contatto con forme di sapere estranee
possa contaminare o annacquare il messaggio di cui la
teologia è strumento, va comunque dissipato a partire
da un significativo testo del grande Tommaso, che, commentando
Boezio, ebbe a scrivere: "Et tamen potest dici quod
quando alterum duorum transit in dominium alterius,
non reputatur mixtio, sed quando utrumque a sua natura
alteratur; unde illi qui utuntur philosophicis documentis
in sacra doctrina redigendo in obsequium fidei non miscent
aquam cum vino, sed aquam convertunt in vinum".
Ed
è nell'orizzonte di frontiera e di reciprocità fra sapere
filosofico e sapere teologico che va impostato e affrontato
il nesso fra verità come adaequatio e verità
come revelatio, in una prospettiva non esclusivistica,
né di opposizione, ma di feconda inclusione del realismo
critico nella dimensione rivelativa dell'essere autodonantesi.
L'unità del sapere si fonda sull'unità della verità
che oggettivamente e realmente si dischiude e nella
misura in cui esige - per dirla con il card. Newman
- l'assenso reale del soggetto cui si dona, svolge una
missione redentiva ed unificante, che va ben oltre le
complesse architetture degli assensi nozionali, di cui
ogni forma espistemica è costituita. Una riflessione
sull'unità del sapere teologico non può prescindere
- come mostra l'intervento di Mons. Angelo Scola - dalla
tematica dell'unità del soggetto, sia in quanto fruitore
recettivo di tale sapere, sia in quanto protagonista
ed artefice dello stesso.
Se
comunque si tratta di una unità, che non intende omologare
ed uniformare forzatamente, ma emergere attraverso la
fatica della riflessione e della ricerca, il processo
di riflessione qui avviato non potrà non farsi carico
di un'operazione di raccolta (o, se si vuole, di "raccoglimento")
perché proprio a partire dai frammenti che caratterizzano
l'attuale situazione del sapere teologico e non, e senza
distruggerli, si recuperi l'orizzonte unitario che definisce
la loro origine e il loro destino. Né può venir meno
la consapevolezza del fatto che un sano ed autentico
pluralismo di scuole e di prospettive fa parte del patrimonio
tradizionale della Chiesa cattolica ed attiene alla
stessa dialettica interna del sapere della fede (= teologia),
allorché esso abbandona pretese totalizzanti di esaustività
e onnicomprensività, senza evidentemente rinunciare
al riferimento alla verità, che strutturalmente gli
appartiene.
Quando,
nella Summa theologiae, Tommaso pone il problema
se la sacra doctrina sia una scienza unica, oppure
vada declinata al plurale, sostiene la prospettiva unitaria
col riferimento all'oggetto formale del sapere teologico,
che è sempre e comunque il lumen revelationis,
dal quale gli oggetti o contenuti dei diversi trattati,
delle diverse discipline e le prospettive delle diverse
scuole, vengono illuminati. Ancora una volta, per dirla
con Rosenstock: Offenbarung als Orientierung:
"Rivelazione è orientamento. Dopo la rivelazione nella
natura c'è un "alto" e un "basso", reale, non più relativizzabile:
"cielo" e "terra" [...] e nel tempo c'è un "prima" e
un "dopo", reale, stabile. Quindi nello spazio naturale
e nel tempo naturale il centro è sempre il punto in
cui io in quel momento sono; nello spazio-tempo-mondo
rivelato il centro è invece un punto fisso inamovibilmente,
un punto che non sposto se io stesso mi trasformo o
mi allontano: la terra è il centro del mondo e la storia
universale si estende prima e dopo Cristo".
Da
questi riferimenti ci pare di poter cogliere un'indicazione
preziosa per il nostro lavoro futuro, concernente il
ruolo (o la funzione) epistemologica, che nel quadro
delle discipline teologiche, tradizionalmente si attribuisce
alla teologia fondamentale, come luogo di confronto/incontro
per verificare/falsificare l'unitarietà dei diversi
settori in cui concretamente la teologia si esprime
e si insegna. Tale ruolo non può essere soltanto teoreticamente
assunto, bensì deve anche essere praticamente svolto
nei diversi luoghi in cui si fa la teologia. In tal
senso la cattedra di teologia fondamentale, con i diversi
insegnamenti che ad essa fanno capo e i docenti che
ne portano la responsabilità, non potrà non svolgere
un ruolo:
- di
coordinamento all'interno dei diversi settori del
sapere teologico,
- e
di collegamento con gli altri ambiti disciplinari
(a partire dalla filosofia) che attengono al curriculum
degli studi teologici.
Una
delle cause della esasperata frantumazione del sapere
sta nel venir meno di questo compito, che lungi dal
volersi esprimere in termini egemonici, va invece inquadrato
nella prospettiva di un servizio di cui l'universo teologia
non può consentirsi il lusso di non beneficiare. La
situazione attuale registra tuttavia una strana schizofrenia
a riguardo, ben descritta recentemente da Pierangelo
Sequeri: "Un riflesso non del tutto estrinseco e non
banale, benché marginale, di questo imbarazzo, può essere
riconosciuto nel regime del credito ambivalente che
la teologia fondamentale riveste nell'accademia ecclesiastica.
Difesa come essenziale e guardata oggi con molte attese
di apertura innovativa e di credito culturale per il
pensiero teologico, la cattedra di tale disciplina è
nondimeno valutata come secondaria e di minore prestigio
rispetto a quelle che sono dedicate ai grandi trattati
della teologia dogmatica. Misura di risarcimento intraecclesiastico
per i maggiori vincoli e la minore spregiudicatezza
linguistica che la dogmatica dovrebbe accettare? L'odierna
difesa della fondamentale come disciplina specificata
differenzialmente dalla razionalità apologetica, ma
insieme a pieno titolo teologica ed ecclesiale, è anche
innegabilmente e simmetricamente influenzata da questa
diastasi". Se qualcuno, all'interno del simposio, ha
richiamato la necessità di un corso introduttivo, nel
quale offrire una sorta di "plastico" del sapere teologico,
in modo da orientare gli studenti ed evitare loro i
rischi della dispersione, è perché probabilmente il
compito epistemologico della fondamentale, così come
si esprime nel corso di "Introduzione alla teologia",
di fatto non viene riconosciuto come elemento significativo
per l'intero percorso. L'introduzione si dimentica,
dopo l'esame, e la dispersione imperversa, disorientando
gli studenti.
A
questo punto il quadro teorico delle problematiche incrocia
necessariamente aspetti del vissuto e della struttura
del nostro fare teologia. Aspetto non secondario di
fatto del problema che stiamo affrontando mi sembra
essere dato dalla situazione di profondo individualismo
che caratterizza il lavoro del teologo. Non basta evidentemente
partecipare a delle miscellanee o alla vita di associazioni
di categoria per superare questo stato di cose; bisogna
che si attui nei luoghi stessi in cui la teologia si
insegna uno stile di lavoro interdisciplinare, che costringa
ciascuno e tutti al confronto e alla verifica di quanto
insegna e alla collaborazione rispetto a quanto ricerca.
Ciò che manca al nostro teologare è il gioco di squadra:
abbiamo tanti singoli fuori classe e fantasisti, che
entrano in area di rigore, talvolta, sgomitando e denigrando
colleghi che lavorano in altra direzione, ma manca la
tessitura del lavoro in collaborazione, rispettoso delle
competenze e delle individualità, ma anche orientato
a progetti di ricerca comuni. Eppure si nota che allorché
timidamente qualche iniziativa in tal senso si propone
- e questo simposio (come ad esempio il libro di Metodologia
teologica, che ha innescato la problematica) lo
dimostra - essa trova riscontri notevoli per qualità
e per disponibilità da parte dei singoli, disposti a
confrontare, verificare, magari anche rivedere i loro
assunti in funzione dell'obiettivo comune.
A
tale situazione non riteniamo si possa porre serio rimedio
con iniziative sporadiche o tramite il ricorso a formule
(strutture dipartimentali, seminari interdisciplinari
ecc.) che restano sostanzialmente marginali rispetto
al quotidiano della ricerca e della didattica. L'unica
proposta innovativa, che ci sembra affrontare con la
radicale serietà che il problema richiede, tale situazione,
propugnando una revisione di largo respiro e di carattere
strutturale del nostro lavoro, mi sembra quella avanzata
qui alquanto timidamente, altrove con ulteriore e più
approfondita articolazione di motivazioni e di configurazione,
da Saturnino Muratore. Tale proposta va ripresa e discussa
sia in sede accademica che in sede istituzionale, come
base per un lavoro di seria e profonda revisione, in
senso unitario, ma non omologante, degli studi teologici.
La sua attuazione richiede coraggio e mezzi notevoli,
ma soprattutto un difficile e radicale cambio di mentalità,
che una volta messa in atto potrà contribuire a produrre.
Le figure del docente e dello studente vengono viste
in una prospettiva del tutto diversa rispetto al presente
e l'itinerario nel suo complesso ci sembra davvero improntato
a quella unità del sapere che fonda e forma le differenze
e le valorizza. Sarebbe peraltro interessante poter
confrontare questa proposta con altre alternative, ma
altrettanto profonde e radicali; purtroppo non siamo
a conoscenza di ipotesi a questo livello. Di solito
vediamo proporre dei correttivi singoli aspetti della
ratio studiorum, che risultano alla lunga semplicemente
dei palliativi.: si tratta invece di lavorare affrontando
direttamente il problema, che non consente scorciatoie.
Il
simposio è stato caratterizzato dalla partecipazione
attiva pressoché univocamente di teologi cosiddetti
"sistematici", un' ulteriore ripresa del lavoro dovrà
evidentemente coinvolgere attivamente anche i docenti
di altri settori disciplinari (come il settore storico-positivo
e quello pratico), così come non potrà non tener conto
del contributo di coloro che sono preposti alla formazione
globale di chierici e laici ai diversi livelli. È infatti
alla loro responsabilità affidata l'eventuale ristrutturazione
degli studi in prospettiva unitaria. Sarà infatti non
solo auspicabile, ma necessario, che eventuali riforme,
qualora comportino appunto un cambiamento di mentalità
nel modo di gestire i ruoli, non piovano dall'alto senza
un serio ascolto di coloro che sono implicati nel processo
in prima persona. Ancora: è mancata la voce degli studenti,
mentre sarebbe stato interessante - ed eventuali iniziative
future dovranno prevederlo - analizzare il problema
dal punto di vista di chi è dietro i banchi, magari
interpellando persone che hanno già svolto il curriculum
di uno o più cicli e, guardandosi indietro, possono
offrire suggerimenti ed indicazioni utili a chi è dall'altra
parte della barricata.
Concretamente
dunque si tratterebbe di:
- Attivare
un confronto (nelle sedi accademiche di appartenenza),
coordinato da chi svolge la funzione epistemologica
della fondamentale, sull'epistemologia soggiacente
i diversi trattati di teologia. Sempre in tale ambito
sarà necessario riprendere le problematiche del
rapporto fra storia e teologia e fra dimensione
speculativa e dimensione pratica del sapere teologico,
nonché lasciarsi interpellare, in incontri interdisciplinari
con i cultori di discipline non teologiche, dagli
interrogativi sopra proposti o da altri analoghi.
Si potrà pensare di mettere a tema di un altro incontro
nazionale, come l'attuale, il rapporto momento positivo
/ momento speculativo / momento pratico della teologia
e il loro nesso.
- Affrontare
l'argomento del ruolo e della consapevolezza epistemologica
della teologia fondamentale in incontri di scambio
fra docenti di questa disciplina.
- Chiamare
i responsabili delle istituzioni ecclesiali, rappresentanze
degli studenti e docenti a discutere la proposta
di revisione degli studi avanzata da Saturnino Muratore,
in modo da formalizzare una sua richiesta di adozione
in sede di revisione degli studi. In tale sede si
potranno prendere in esame anche proposte alternative,
comunque di carattere globale e non semplicemente
accomodatizio. A tale momento si potrà giungere
in maniera più consapevole e qualificata qualora
in qualche istituzione accademica fosse possibile
attuare una sorta di esperienza pilota di attuazione
della proposta stessa, per calibrarne vantaggi e
limiti alla verifica dei fatti.
La
pubblicazione del volume speriamo sia occasione di ripresa
della problematica e di elaborazione di altre eventuali
proposte di iniziative, attraverso le quali proseguire
il cammino iniziato ad majorem Dei gloriam.
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