Postfazione

al volume La frammentazione del sapere teologico

San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, 269-277


"La teologia è una scienza, ma nello stesso tempo di quante scienze si compone!. L'uomo un supposito, ma se lo si anatomizza, egli sarà la testa, il cuore, lo stomaco, le vene, ogni vena, ogni porzione di vena, il sangue, ogni umore del sangue?

Una città, una campagna, da lontano sono una città e una campagna; ma, nella misura che ci si avvicina, sono case, alberi, tegole, foglie, erbe, formiche, zampe di formiche e così all'infinito. Tutto questo si racchiude sotto il nome di campagna".

"L'uniformità senza diversità inutile agli altri,

La diversità senza uniformità dannosa per noi"

(Blaise Pascal)

 

Districare la matassa della frammentazione del sapere in ambito teologico per ricavarne un gomitolo uniforme, senza tagliare e quindi perdere alcun segmento di questa preziosa lana, non è certamente impresa facile e che si possa presumere di risolvere con un simposio, per quanto qualificato e preparato da mesi di riflessione come il nostro. Abbiamo cercato soltanto di compiere un primo passo per porre il problema, nel tentativo di descrivere lo status quaestionis con il rigore e la correttezza metodologica, che un ambiente accademico esige. Ma, trattandosi di problematica non meramente accademica, neppure si poteva (o si potrà) pretendere che essa trovi soluzione nelle sia pur spaziose ed accoglienti aule di una Università, anche se, chi dovrà eventualmente assumere delle decisioni in ordine ad esempio alla ratio studiorum e alla formazione intellettuale di presbiteri ed operatori pastorali qualificati non potrà non avvalersi e non tener conto del parere di chi quotidianamente porta il peso della ricerca e dell'insegnamento.

Insieme alle analisi e alle proposte avanzate nel simposio romano, e dando voce non solo a quanto emerso nelle relazioni e negli interventi programmati, ma anche a quanto è stato espresso nel dibattito e nei discorsi informali tra colleghi, intendo offrire in queste pagine alcune possibili piste per un ulteriore futuro approfondimento del tema, in modo che non venga ignorato il lavoro fin qui svolto, ma neppure l'iniziativa venga archiviata e ritenuta ormai conclusa e relegata in un passato, che non ha nulla da dire al futuro.

Un punto di non ritorno mi sembra doversi ritenere acquisito come criterio di discernimento per quanto emergerà in un ulteriore cammino: la valutazione critica dell'attuale situazione di "frammentazione" del sapere teologico esige che non si disperda la ricchezza di contenuti, di prospettive, di metodi, di scuole, di cui tale situazione è portatrice, tramite operazioni di sbrigativa e semplicistica omologazione. Il Pascal, che abbiamo evocato nell'esergo, in un altro pregnante frammento, ammonisce: "La molteplicità che non si riduce all'unità è confusione; l'unità che non dipende dalla molteplicità è tirannia". Alcune proposte elaborate all'interno di vere e proprie "scuole" teologiche tendono a perseguire l'obiettivo dell'unificazione del sapere o attraverso l'elaborazione di una epistemologia integrale, fondata sull'autoevidenza della fede e tale da salvaguardare l'interna uniformità del percorso, oppure attraverso il ricorso ad un'epistemologia formale e costituita a priori rispetto al variegato e policromo universo delle discipline, teologiche e non, che appartengono al curriculum degli studi.

Il simposio ha indicato soprattutto la via "ermeneutica" come quella che sembra offrire buone possibilità di evitare il naufragio sugli scogli dell'integralismo o del formalismo. La sua adozione nell'orizzonte del sapere della fede richiede tuttavia un acuto e non superficiale discernimento, soprattutto in considerazione del fatto che, nel contesto della modernità compiuta e della postmodernità emergente, essa poggia su un'ontologia del declino, che si compiace della sua infermità e della sua debolezza, crogiolandosi nell'impossibilità di attingere il vero nel suo carattere di certezza liberante e definitiva. Il ricorso alla forma pareysoniana, in cui il pensiero ermeneutico si è espresso, da parte di Giovanni Ferretti dice proprio tale necessità di "discernimento" e di integrazione, che la teologia cattolica ha ben presente, proprio allorché mostra la propria attenzione al modello ermeneutico e non solo lo studia, ma lo adotta e sviluppa.

Se tuttavia la teologia più recente sembra ben agguerrita sul versante ermeneutico, bisogna tuttavia notare che la formulazione dell'ontologia di riferimento, risulta ancora piuttosto un proposito che un compito attuato o in fase di attuazione in sede sia di filosofia cristiana che di teologia. L'arduo compito sarebbe dunque quello di conferire consistenza teoretica e contenutistica a formule, intorno alle quali registriamo una notevole convergenza fra i teologi, come l'"ontologia trinitaria", o la "metafisica della carità", o l'"ontologia della dedizione", a condizione che non si dimentichi la lezione di quanti nel passato hanno già cercato di istruire una tale ricerca, con risultati certo datati e rispondenti alle istanze del loro tempo, ma non per questo insignificanti per noi. Il senso storico del teologo impedisce facili entusiasmi e atteggiamenti ingenui di chi sta scoprendo l'acqua calda e di tale scoperta si ritiene unico protagonista.

Ma se tale compito è naturalmente affidato al lavoro di scavo storico e di elaborazione teoretica dei teologi e dei filosofi, sul piano di eventuali ulteriori incontri a livello accademico, tendenti ad approfondire il discorso qui soltanto avviato, non ci sembra si possa prescindere dall'interrogarsi intorno ad una tematica inevitabile ed urgente e che va esplicitamente affrontata attraverso un serrato dialogo fra i due ambiti del sapere che sono chiamati non solo a convivere ma a reciprocamente interagire nella formazione intellettuale: teologia e filosofia. Una volta fugate le ombre di impostazioni neo-integralistiche, propugnanti un'improbabile radicale e deleterio assorbimento della filosofia nella teologia in quanto scienza, dimenticando che entrambe le forme del sapere hanno un comune riferimento inclusivistico nell'orizzonte sapienziale, che le unifica e le differenzia, senza alterarne la legittima autonomia, le domande da porre all'attenzione di teologi e filosofi, che fossero chiamati a proseguire la riflessione sulla frammentazione del sapere, potrebbero a nostro avviso, essere così impostate:

  1. Quale filosofia per la teologia?
  2. Che ne è del principio cristocentrico, allorché si elabora e si propone un pensiero filosofico in funzione teologica?

Volendo ulteriormente unificare i due interrogativi, ci preme qui di fatto segnalare l'urgenza della riproposta del tema della "filosofia cristiana", delle sue possibilità e del suo ruolo in rapporto al sapere teologico, nella consapevolezza, ormai acquisita che, se da un lato la modernità sembra aver compiuto il suo corso, il processo in essa e da essa innescato è irreversibile e imprescindibile e, in quanto tale, impone la necessità di cercare nuovi modelli di pensiero credente non omologabili a forme di ancillarità tipiche del tempo della Cristianità , che conservano un valore certamente paradigmatico, ma in quanto tali non sono riproponibili in un contesto di complessità epistemologica come il nostro.

Tale impostazione evidentemente non intende escludere la possibilità del confronto e dell'ascolto di proposte filosofiche elaborate al di fuori del contesto religioso e teologico, per le quali si impone la domanda relativa ai criteri di discernimento, attraverso cui rendere disponibile una proposta filosofica "estranea" ad essere accolta come referente del sapere della fede. Il correttivo ontologico proposto per l'ermeneutica costituisce un esempio all'interno di tale ulteriore possibilità. Il timore che il contatto con forme di sapere estranee possa contaminare o annacquare il messaggio di cui la teologia è strumento, va comunque dissipato a partire da un significativo testo del grande Tommaso, che, commentando Boezio, ebbe a scrivere: "Et tamen potest dici quod quando alterum duorum transit in dominium alterius, non reputatur mixtio, sed quando utrumque a sua natura alteratur; unde illi qui utuntur philosophicis documentis in sacra doctrina redigendo in obsequium fidei non miscent aquam cum vino, sed aquam convertunt in vinum".

Ed è nell'orizzonte di frontiera e di reciprocità fra sapere filosofico e sapere teologico che va impostato e affrontato il nesso fra verità come adaequatio e verità come revelatio, in una prospettiva non esclusivistica, né di opposizione, ma di feconda inclusione del realismo critico nella dimensione rivelativa dell'essere autodonantesi. L'unità del sapere si fonda sull'unità della verità che oggettivamente e realmente si dischiude e nella misura in cui esige - per dirla con il card. Newman - l'assenso reale del soggetto cui si dona, svolge una missione redentiva ed unificante, che va ben oltre le complesse architetture degli assensi nozionali, di cui ogni forma espistemica è costituita. Una riflessione sull'unità del sapere teologico non può prescindere - come mostra l'intervento di Mons. Angelo Scola - dalla tematica dell'unità del soggetto, sia in quanto fruitore recettivo di tale sapere, sia in quanto protagonista ed artefice dello stesso.

Se comunque si tratta di una unità, che non intende omologare ed uniformare forzatamente, ma emergere attraverso la fatica della riflessione e della ricerca, il processo di riflessione qui avviato non potrà non farsi carico di un'operazione di raccolta (o, se si vuole, di "raccoglimento") perché proprio a partire dai frammenti che caratterizzano l'attuale situazione del sapere teologico e non, e senza distruggerli, si recuperi l'orizzonte unitario che definisce la loro origine e il loro destino. Né può venir meno la consapevolezza del fatto che un sano ed autentico pluralismo di scuole e di prospettive fa parte del patrimonio tradizionale della Chiesa cattolica ed attiene alla stessa dialettica interna del sapere della fede (= teologia), allorché esso abbandona pretese totalizzanti di esaustività e onnicomprensività, senza evidentemente rinunciare al riferimento alla verità, che strutturalmente gli appartiene.

Quando, nella Summa theologiae, Tommaso pone il problema se la sacra doctrina sia una scienza unica, oppure vada declinata al plurale, sostiene la prospettiva unitaria col riferimento all'oggetto formale del sapere teologico, che è sempre e comunque il lumen revelationis, dal quale gli oggetti o contenuti dei diversi trattati, delle diverse discipline e le prospettive delle diverse scuole, vengono illuminati. Ancora una volta, per dirla con Rosenstock: Offenbarung als Orientierung: "Rivelazione è orientamento. Dopo la rivelazione nella natura c'è un "alto" e un "basso", reale, non più relativizzabile: "cielo" e "terra" [...] e nel tempo c'è un "prima" e un "dopo", reale, stabile. Quindi nello spazio naturale e nel tempo naturale il centro è sempre il punto in cui io in quel momento sono; nello spazio-tempo-mondo rivelato il centro è invece un punto fisso inamovibilmente, un punto che non sposto se io stesso mi trasformo o mi allontano: la terra è il centro del mondo e la storia universale si estende prima e dopo Cristo".

Da questi riferimenti ci pare di poter cogliere un'indicazione preziosa per il nostro lavoro futuro, concernente il ruolo (o la funzione) epistemologica, che nel quadro delle discipline teologiche, tradizionalmente si attribuisce alla teologia fondamentale, come luogo di confronto/incontro per verificare/falsificare l'unitarietà dei diversi settori in cui concretamente la teologia si esprime e si insegna. Tale ruolo non può essere soltanto teoreticamente assunto, bensì deve anche essere praticamente svolto nei diversi luoghi in cui si fa la teologia. In tal senso la cattedra di teologia fondamentale, con i diversi insegnamenti che ad essa fanno capo e i docenti che ne portano la responsabilità, non potrà non svolgere un ruolo:

  1. di coordinamento all'interno dei diversi settori del sapere teologico,
  2. e di collegamento con gli altri ambiti disciplinari (a partire dalla filosofia) che attengono al curriculum degli studi teologici.

Una delle cause della esasperata frantumazione del sapere sta nel venir meno di questo compito, che lungi dal volersi esprimere in termini egemonici, va invece inquadrato nella prospettiva di un servizio di cui l'universo teologia non può consentirsi il lusso di non beneficiare. La situazione attuale registra tuttavia una strana schizofrenia a riguardo, ben descritta recentemente da Pierangelo Sequeri: "Un riflesso non del tutto estrinseco e non banale, benché marginale, di questo imbarazzo, può essere riconosciuto nel regime del credito ambivalente che la teologia fondamentale riveste nell'accademia ecclesiastica. Difesa come essenziale e guardata oggi con molte attese di apertura innovativa e di credito culturale per il pensiero teologico, la cattedra di tale disciplina è nondimeno valutata come secondaria e di minore prestigio rispetto a quelle che sono dedicate ai grandi trattati della teologia dogmatica. Misura di risarcimento intraecclesiastico per i maggiori vincoli e la minore spregiudicatezza linguistica che la dogmatica dovrebbe accettare? L'odierna difesa della fondamentale come disciplina specificata differenzialmente dalla razionalità apologetica, ma insieme a pieno titolo teologica ed ecclesiale, è anche innegabilmente e simmetricamente influenzata da questa diastasi". Se qualcuno, all'interno del simposio, ha richiamato la necessità di un corso introduttivo, nel quale offrire una sorta di "plastico" del sapere teologico, in modo da orientare gli studenti ed evitare loro i rischi della dispersione, è perché probabilmente il compito epistemologico della fondamentale, così come si esprime nel corso di "Introduzione alla teologia", di fatto non viene riconosciuto come elemento significativo per l'intero percorso. L'introduzione si dimentica, dopo l'esame, e la dispersione imperversa, disorientando gli studenti.

A questo punto il quadro teorico delle problematiche incrocia necessariamente aspetti del vissuto e della struttura del nostro fare teologia. Aspetto non secondario di fatto del problema che stiamo affrontando mi sembra essere dato dalla situazione di profondo individualismo che caratterizza il lavoro del teologo. Non basta evidentemente partecipare a delle miscellanee o alla vita di associazioni di categoria per superare questo stato di cose; bisogna che si attui nei luoghi stessi in cui la teologia si insegna uno stile di lavoro interdisciplinare, che costringa ciascuno e tutti al confronto e alla verifica di quanto insegna e alla collaborazione rispetto a quanto ricerca. Ciò che manca al nostro teologare è il gioco di squadra: abbiamo tanti singoli fuori classe e fantasisti, che entrano in area di rigore, talvolta, sgomitando e denigrando colleghi che lavorano in altra direzione, ma manca la tessitura del lavoro in collaborazione, rispettoso delle competenze e delle individualità, ma anche orientato a progetti di ricerca comuni. Eppure si nota che allorché timidamente qualche iniziativa in tal senso si propone - e questo simposio (come ad esempio il libro di Metodologia teologica, che ha innescato la problematica) lo dimostra - essa trova riscontri notevoli per qualità e per disponibilità da parte dei singoli, disposti a confrontare, verificare, magari anche rivedere i loro assunti in funzione dell'obiettivo comune.

A tale situazione non riteniamo si possa porre serio rimedio con iniziative sporadiche o tramite il ricorso a formule (strutture dipartimentali, seminari interdisciplinari ecc.) che restano sostanzialmente marginali rispetto al quotidiano della ricerca e della didattica. L'unica proposta innovativa, che ci sembra affrontare con la radicale serietà che il problema richiede, tale situazione, propugnando una revisione di largo respiro e di carattere strutturale del nostro lavoro, mi sembra quella avanzata qui alquanto timidamente, altrove con ulteriore e più approfondita articolazione di motivazioni e di configurazione, da Saturnino Muratore. Tale proposta va ripresa e discussa sia in sede accademica che in sede istituzionale, come base per un lavoro di seria e profonda revisione, in senso unitario, ma non omologante, degli studi teologici. La sua attuazione richiede coraggio e mezzi notevoli, ma soprattutto un difficile e radicale cambio di mentalità, che una volta messa in atto potrà contribuire a produrre. Le figure del docente e dello studente vengono viste in una prospettiva del tutto diversa rispetto al presente e l'itinerario nel suo complesso ci sembra davvero improntato a quella unità del sapere che fonda e forma le differenze e le valorizza. Sarebbe peraltro interessante poter confrontare questa proposta con altre alternative, ma altrettanto profonde e radicali; purtroppo non siamo a conoscenza di ipotesi a questo livello. Di solito vediamo proporre dei correttivi singoli aspetti della ratio studiorum, che risultano alla lunga semplicemente dei palliativi.: si tratta invece di lavorare affrontando direttamente il problema, che non consente scorciatoie.

Il simposio è stato caratterizzato dalla partecipazione attiva pressoché univocamente di teologi cosiddetti "sistematici", un' ulteriore ripresa del lavoro dovrà evidentemente coinvolgere attivamente anche i docenti di altri settori disciplinari (come il settore storico-positivo e quello pratico), così come non potrà non tener conto del contributo di coloro che sono preposti alla formazione globale di chierici e laici ai diversi livelli. È infatti alla loro responsabilità affidata l'eventuale ristrutturazione degli studi in prospettiva unitaria. Sarà infatti non solo auspicabile, ma necessario, che eventuali riforme, qualora comportino appunto un cambiamento di mentalità nel modo di gestire i ruoli, non piovano dall'alto senza un serio ascolto di coloro che sono implicati nel processo in prima persona. Ancora: è mancata la voce degli studenti, mentre sarebbe stato interessante - ed eventuali iniziative future dovranno prevederlo - analizzare il problema dal punto di vista di chi è dietro i banchi, magari interpellando persone che hanno già svolto il curriculum di uno o più cicli e, guardandosi indietro, possono offrire suggerimenti ed indicazioni utili a chi è dall'altra parte della barricata.

Concretamente dunque si tratterebbe di:

  1. Attivare un confronto (nelle sedi accademiche di appartenenza), coordinato da chi svolge la funzione epistemologica della fondamentale, sull'epistemologia soggiacente i diversi trattati di teologia. Sempre in tale ambito sarà necessario riprendere le problematiche del rapporto fra storia e teologia e fra dimensione speculativa e dimensione pratica del sapere teologico, nonché lasciarsi interpellare, in incontri interdisciplinari con i cultori di discipline non teologiche, dagli interrogativi sopra proposti o da altri analoghi. Si potrà pensare di mettere a tema di un altro incontro nazionale, come l'attuale, il rapporto momento positivo / momento speculativo / momento pratico della teologia e il loro nesso.
  2. Affrontare l'argomento del ruolo e della consapevolezza epistemologica della teologia fondamentale in incontri di scambio fra docenti di questa disciplina.
  3. Chiamare i responsabili delle istituzioni ecclesiali, rappresentanze degli studenti e docenti a discutere la proposta di revisione degli studi avanzata da Saturnino Muratore, in modo da formalizzare una sua richiesta di adozione in sede di revisione degli studi. In tale sede si potranno prendere in esame anche proposte alternative, comunque di carattere globale e non semplicemente accomodatizio. A tale momento si potrà giungere in maniera più consapevole e qualificata qualora in qualche istituzione accademica fosse possibile attuare una sorta di esperienza pilota di attuazione della proposta stessa, per calibrarne vantaggi e limiti alla verifica dei fatti.

La pubblicazione del volume speriamo sia occasione di ripresa della problematica e di elaborazione di altre eventuali proposte di iniziative, attraverso le quali proseguire il cammino iniziato ad majorem Dei gloriam.

 
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