Dividerò la mia relazione
in due parti, nella prima (di tipo contenutistico o, se
si vuole, “fondativo”) cercherò di provocare la mia e la
vostra riflessione sulla “realtà” che la teologia è chiamata
a “interpretare”, nella seconda (a carattere epistemologico)
tenterò di esplicitare il termine “interpretazione” presente
nel titolo del nostro incontro cercando di rapportare gli
esiti di tale analisi alla situazione della teologia come
sapere, ossia di rispondere alla domanda circa lo “stato
dell’arte” che ci veniva posta nel foglio di lavoro. Il
tono in alcuni passaggi sarà volutamente provocatorio intendendo
in tal modo stimolare il dibattito e la discussione che
spero sia vivace e costruttiva nello stesso tempo.
0.
“Dio
vive nei dettagli” [1]
Il motto di Aby Warburg,
che Gershom Scholem aveva volentieri adottato, mi sembra
molto adatto ad introdurre il nostro tema e il nostro incontro
di persone che, occupandosi professionalmente di “scienze”,
sono ben consapevoli del monito weberiano secondo cui “chi
non è capace di infilarsi i paraocchi e convincersi fino
in fondo che il destino della sua anima dipende proprio
dall’esattezza di quella particolare congettura su quel
passo di quel manoscritto, costui è bene che non si avvicini
affatto alla scienza, perché non riuscirà mai a «fare esperienza»
dentro di sé della scienza. Senza questa strana ebbrezza
derisa da tutti […] non c’è vocazione professionale per
la scienza, ed è meglio dedicarsi a qualcosa d’altro”. Il nostro lavoro quotidiano ci vede di fatto
immersi nei segmenti o dettagli di sapere, di cui abbiamo
competenza (o crediamo di averla) e fra i quali ci sembra
di muoverci con agilità e padronanza. Dettagli e segmenti
che – e non solo nella situazione culturale del nostro presente
– tendono ad assumere la forma di “frammenti” di una verità
sempre cercata e mai pienamente compresa e totalmente espressa
nei nostri saggi scientifici.
Il teologo, che
intende rifuggire l’atteggiamento sprezzante di chi ritiene
irrilevanti questi dettagli-segmenti-frammenti e si lascia
guidare dalla Parola che non tramonta, non può dimenticare
l’invito rivolto dal Signore ai discepoli in margine allo
strepitoso miracolo della moltiplicazione dei pani: “E quando
furono sazi, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi
avanzati, perché nulla vada perduto»” (Gv 6,12). È il gesto
– tutt’altro che devozionale – che il prete cattolico compie
dopo aver consumato il pane eucaristico nei confronti dei
frammenti di ostia che la fractio
panis ha prodotto, gesto di profonda fede nella presenza
reale e di profonda attenzione verso il mistero celebrato.
È un gesto che mi piace considerare simbolico di un autentico
atteggiamento verso i frammenti di verità che abitano ogni
conoscenza “scientifica”, compresa quella teologica, consentendole
di evocare la pienezza della Verità, da cui i frammenti
provengono e verso cui tendono.
L’insistenza
sul dettaglio e sul frammento intende suggerire – proprio
a livello introduttivo – una opportuna presa di distanza
dalla tentazione di produrre megacostruzioni teoriche, modelli
(“modelli di modelli”) perfettamente simmetrici, più o meno
adattabili, comunque rassicuranti, dai quali il Palomar
di Italo Calvino si allontanerà, dopo essersi convinto “che
ciò che conta è ciò che avviene nonostante
loro”. Con questa presa di distanza tuttavia non riteniamo
di dover necessariamente adottare un atteggiamento rinunciatario
rispetto all’orizzonte di senso e al fondamento dei saperi,
che si compiace della propria debolezza, rassegnandosi,
proprio come Palomar, a “cancellare dalla propria mente
i modelli”, rendendola sgombra e “ammobiliata solo dalla
memoria di frammenti d’esperienza e di principî sottintesi
e non dimostrabili” [3]
. Piuttosto intendiamo accogliere la sfida balthasariana
a saper intravedere il “tutto nel frammento” [4]
, in una prospettiva teologica ed epistemologica
che da un lato accoglie le istanze culturali e filosofiche
del nostro presente, d’altro canto sviluppa una sorta di
profezia critica, distanziandosene e stimolandole col pungolo
della fede e della sua intrinseca certezza.
1.
Il “miracolo” e la teologia
Queste brevi suggestioni
introduttive mi consentono di entrare nel merito del nostro
argomento richiamando – a livello fondativo e a mio avviso
imprescindibile – la “realtà” che la teologia è chiamata
ad “interpretare”, in termini che il comune senso del pudore
proprio della maggior parte dei teologi del nostro secolo
sembra aborrire o quanto meno accuratamente evitare in nome
di un presunto dialogo interculturale, interreligioso, interdisciplinare,
tanto conclamato quanto inconcludente, a spese della propria
identità e col rischio della perdita delle proprie autentiche
radici. Intendo qui richiamare (se si vuole provocatoriamente)
e porre al centro della nostra attenzione epistemologica
la tematica tradizionalmente teologico-fondamentale (non
mi vergogno di dire “apologetica”) del “miracolo”, che, se da un lato
costituisce l’orizzonte proprio del sapere della fede, d’altro
canto risulta a mio avviso paradossalmente feconda proprio
in ordine ad una corretta impostazione del rapporto fra
i saperi qui autorevolmente rappresentati e chiamati a dialogare
senza rinunciare alla propria identità e configurazione
epistemologica.
Il forte richiamo
a questo orizzonte fondamentale del sapere della fede non
deve far dimenticare i rischi che un approccio disinvolto
al tema può comportare in un contesto culturale di post-secolarizzazione
e di “ritorno del sacro”, quale si è prodotto in questo
periodo di transizione dal moderno al cosiddetto “post-moderno”.
La cautela è d’obbligo, ma il timore dei rischi più che
produrre un pressoché radicale abbandono del tema, richiede
al contrario una sua messa a punto teologica rigorosa e
fedele, al riparo dalle tentazioni magico- idolatriche e
dalle cadute devozionistiche. Il pensiero filosofico credente
(non solo cristiano) viene ancora una volta incontro alla
teologia, appropriandosi di un argomento da questa sbrigativamente
eluso e richiamandola ai suoi doveri. Il tema svela così
la propria connotazione di frontiera non solo in relazione
alle interpretazioni delle scienze (fisiche, cosiddette
“umane” ecc.), bensì, e non marginalmente, in rapporto al
sapere filosofico.
L’atmosfera
che si respira nella pagina de La
stella della redenzione, in cui Franz Rosenzweig rivendica,
in theologos, la necessità di “esperire il miracolo” e la sua imprescindibile
e fondante relazione col sapere della fede, è quasi da film
di Alfred Hitchcock. Nella situazione teologica del suo
tempo (e c’è da chiedersi quanto questa analisi sia attuale)
si consuma un dramma, che vedrà il prodursi di un fenomeno
abnorme, quale quello di una Atheistische
Theologie [6], e i cui protagonisti
sono appunto la fede (in funzione di madre), il miracolo
(in funzione di figlio) e la teologia (che fa le parti della
istitutrice): “Se il miracolo è realmente il figlio prediletto
della fede, allora essa, da qualche tempo almeno, ha gravemente
trascurato i suoi doveri di madre. Per la teologia, l'istitutrice
che la madre gli aveva procurato, da almeno cent'anni il
bimbo è stato soltanto occasione di grande imbarazzo ed
essa se ne sarebbe disfatta ben volentieri in un modo o
nell'altro... non l'avesse impedito un certo riguardo verso
la madre, almeno finché questa era ancora in vita. Ma il
tempo porta consiglio. La vecchia non può vivere in eterno.
Ed allora l'istitutrice saprà pur lei che farne del povero
esserino, il quale, con le sue sole forze, non è in grado
né di vivere né di morire. Essa ha già fatto i suoi preparativi”.
Perché
questi preparativi non raggiungano il loro macabro obiettivo
bisogna allora che, mentre la teologia riscopre questo suo
elemento fondativo originario nel suo senso più profondo
e nella maniera più autentica, non dimentichi la valenza
dialogica, in rapporto alle altre forme del sapere, propria
di tale tematica.
1.1.
“Interpretazione” teologico-fondamentale del “miracolo”
Oltre
la valenza numinosa del tremendum
et fascinans,
che caratterizza la sacralità religiosa in senso fenomenologico
ed antropologico (R. Otto)
[9], quando
rapportato alla fede cristologica il tema richiede di essere
pensato nella sua valenza fondamentale, superando il livello
dei miracoli come gesti portentosi, per attingere l’essere
stesso del Miracolo e il suo senso, che sostiene e supporta
i fenomeni. Siamo così alla radice cristologica del Miracolo,
dove prima di compiere dei gesti straordinari, Cristo stesso
è il Miracolo, il mistero della sua Pasqua, evento fondatore
del credere e del suo sapere, è il miracolo fondamentale.
Azzardandone una definizione-descrizione ci sembra allora
di poter sostenere che il
miracolo è un’irruzione dell’Assoluto trascendente
nella natura e nella storia, tale da sovvertirne le leggi
e sconvolgerne l’ordine
[10].
Ora la teologia è proprio di questo che si occupa, è qui
la sua radice e la sua provenienza: “Stupore
– scrive Karl Barth
- ha a che fare con miracolo [Verwunderung kommt von Wunder].
Ma non ci aiuta a entrare in tema il dire che chi si dedica
alla teologia si imbatte dal primo all’ultimo passo nel
«miracolo», cioè nell’evento della presenza e dell’azione
di ciò che è essenzialmente incoordinabile. La teologia non è soltanto, ma necessariamente è anche
la logica del miracolo. Se si vergognasse di non poter classificare
in alcun modo il proprio oggetto, se si rifiutasse di porsi
il problema che le incombe proprio a motivo dell’inclassificabilità
del suo oggetto, non sarebbe più teologia”.
Come
si vede è qui chiamata in causa la stessa automanifestazione
di Dio in Gesù Cristo nella sua dimensione cosmico-antropologica
e nella sua dimensione storico-escatologica. Siamo provocati
a ripensare radicalmente il nostro linguaggio, per troppo
tento abituato a distinguere, quasi separando, la “rivelazione
naturale” dalla “rivelazione soprannaturale”. Si tratta
invece di due dimensioni altrettanto fondanti e decisive
dell’unica automanifestazione del Dio Unitrino in Cristo.
Oltre che frontiera per il dialogo con gli altri saperi,
il nostro tema porge un prezioso contributo nel tentativo
di tenere insieme, senza naturalmente confonderle, ma anche
senza ingiustamente separarle, le due dimensioni.
Una pagina de
L’Action di Maurice
Blondel, mi sembra a questo proposito particolarmente illuminante,
proprio in questa direzione. Non mi diffondo sulle feconde
possibilità teologico-fondamentali, che non solo, ma soprattutto,
nel suo capolavoro sono dischiuse. Vale però la pena di
ricordare l’intuizione interpretativa di P. Tilliette
[12],
che Mario Antonelli
[13]
ha brillantemente sviluppato nella sua tesi dottorale
circa l’eucaristia come chiave di volta di questo percorso
apologetico e filosofico insieme. Ci viene offerta in questo
testo – posto nel capitolo I della parte V, dove si parla
del “compimento dell’azione” [14]
- una interpretazione davvero stimolante del rapporto Miracolo/miracoli
e della relazione fra “naturale” e “soprannaturale” che
vi è sottesa:
“[…] qui sta il miracolo:
afferrare l’essere sotto le apparenze sensibili; ammettere
che un atto particolare, contingente e limitato, possa contenere
l’universale e l’infinito; prendere, nella serie dei fenomeni,
un fenomeno che cessa completamente di appartenere ad essa.
Le grandezze spirituali non hanno niente di quello sfoggio
[da effetti speciali] che imponendosi ai sensi costringe
all’assenso, niente di quell’evidenza che violenta l’intelligenza
senza salvare la piena libertà del cuore. Ciò che di esse
è visibile agli occhi ed è evidente al pensiero sembra contraddire
e nascondere la loro invisibile bellezza. Sicché sarebbe
quasi più facile credervi senza l’apporto del sensibile
e del ragionevole presente in esse. Questo miscuglio di
luce e di ombra costituisce un singolare indizio dello spirito,
per cui in mancanza della piena luce sembrerebbe che sia
possibile unicamente la piena notte […]. Ecco perché quello
che soggioga e illumina gli uni è anche quello che indurisce
e acceca gli altri. Signum contradictionis”.
Fin qui per quel che concerne
il miracolo, ed ora ecco cosa afferma dei miracoli:
“E
gli stessi miracoli, di cui nessuna scienza può dire che
sono impossibili, dato che la scienza si pronuncia unicamente
sul reale e non sul possibile [questo probabilmente sarebbe
da discutere nel dibattito] gli stessi miracoli possono
essere altro che una sfida alla ragione comune, sempre pronta
a farsi da parte nelle sue consuetudini abitudinarie? Tale
provocazione a sua volta soddisfa o irrita i cuori, a seconda
della loro disposizione. Questi colpi bruschi agiscono solo
in quanto se ne coglie, non certo l’aspetto prodigioso sotto
il profilo sensibile, ma il senso simbolico. E qual è questo
senso? Nessun fatto, per quanto singolare e impressionante,
è impossibile. L’idea di leggi fisse nella natura non è
altro che un idolo. Ogni fenomeno è un caso singolo e una
soluzione unica. Volendo andare a fondo, non c’è dubbio
che nel miracolo non c’è niente di più che nel più insignificante
dei fatti ordinari, ma altresì nel più ordinario dei fatti
non c’è niente di meno che nel miracolo. Ed ecco il senso
di quei colpi bruschi, eccezionali, che inducono la riflessione
a conclusioni più generali. Essi rivelano che il divino
non sta soltanto in ciò che evidentemente trascende le possibilità
ordinarie dell’uomo e della natura, ma ovunque, anche laddove
reputiamo volentieri che l’uomo e la natura siano autosufficienti.
I miracoli quindi sono miracolosi soltanto allo sguardo
di coloro che sono già disposti a riconoscere l’azione divina
negli avvenimenti e negli atti più consueti. La natura è
talmente smisurata e varia da essere ambigua a tutti i livelli,
e quando batte sulle anime dà il suono che si vuole da lei”.
Come
si può notare gli spunti di riflessione e di discussione
per il nostro incontro sono davvero notevoli. Mi limito
qui ad un approccio al testo blondeliano attraverso l’indicazione
e lo sviluppo di alcune keywords, che mi sembrano pertinenti e stimolanti nello stesso tempo
e attraverso le quali muovo oltre il testo per cercare di
argomentare trasversalmente sulla res
e sulla sua interpretazione: Rivelazione/Creazione
– Miracolo-segno –
Assenso.
1.1.1.
Il miracolo nella prospettiva della dimensione storico-salvifica
(escatologica) della Rivelazione
Il
miracolo appartiene alla stessa struttura della rivelazione
cristiana. Le Scritture attestano l’evento del miracolo
e i fatti miracolosi che lo accompagnano
[15] . Da
questo punto di vista va notato come la valenza teologica
dei miracoli sarà dunque diversa nel caso in cui appartengano
alla fase costitutiva della rivelazione stessa o alla sua
fase interpretativa.
La
dimensione storico-salvifica dei segni miracolosi trova
la sua espressione teologica più pertinente in rapporto
al regno di Dio, nel cui annuncio si inquadrano: “Giovanni
intanto, che era in carcere, avendo sentito parlare delle
opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli:
«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?».
Gesù rispose: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi
udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi
camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano
l'udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona
novella, e beato colui che non si scandalizza di me»” (Mt
11, 2-6 | Lc 7, 18-23)
[16] . Senza
dimenticare il carattere “ambiguo” dal punto di vista della
cristologia neotestamentaria dei segni miracolosi operati
da Gesù: l’attestazione marciana dal canto suo mostra come
questi gesti prodigiosi “diminuiscono man mano che ci si
avvicina alla croce. I miracoli muoiono sulla croce ed è
qui che vanno compresi […]. I gesti di potenza di Gesù confermano
che Dio è con lui e rendono perciò credibile la croce, ma
la croce, a sua volta, rivela che il volto di Dio è diverso
da come gli uomini sono soliti tratteggiarlo partendo dai
miracoli”[17]
e fermandosi
al loro aspetto prodigioso. E se l’ambiguità di questi segni
fa sì non solo che non servano a convincere i capi del popolo,
ma anzi provoca addirittura delle reazioni contrarie (cf
Mc 3,22: “Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme,
dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni
per mezzo del principe dei demòni»”), bisogna pur aggiungere
che “essi manifestano perlomeno la coscienza di Gesù, ciò
che egli pensava di sé compiendo simili atti […]. In buona
sostanza possiamo dire che la valenza cristologica dei miracoli
si scorge solo ponendosi dal punto di vista di chi li compie,
non di chi li osserva. Solo in questo senso essi rivelano
ciò che Gesù pensa di se stesso. E dalle risposte, sia alla
delegazione del Battista, sia nella controversia su Beelzebul,
ricaviamo la doppia dimensione della sua coscienza: di operare
a compimento delle Scritture […], e soprattutto di agire
come strumento dell’irruzione escatologica del regno di
Dio, al cui servizio sa di essere posto [“Se io scaccio
i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno
di Dio” (Lc 11,20 | Mt 12,28)]. E si tratta
di un tratto di originalità gesuana in quanto “queste componenti
mancano tanto negli antichi profeti Elia ed Eliseo quanto
nei taumaturghi esorcisti del tempo operanti in Israele”.
E per quanto riguarda Gesù i gesti prodigiosi “non sono
tanto delle prove (estrinseche) della venuta del regno quanto
piuttosto uno dei modi con cui il regno stesso già viene!
«I miracoli di Gesù, pertanto, parlano la stessa lingua
della sua proclamazione verbale: il regno di Dio è qui»”.
Bisogna
anche riconoscere che essi svolgono un importante ruolo
di frontiera, in quanto suscitano la domanda intorno alla
identità di chi li compie. Un esempio tipico e pertinente
per la connotazione dialogica che vogliamo conferire alla
nostra discussione è il brano della tempesta sedata (triplice
tradizione), che già nella redazione marciana contiene l’espressione
finale: “E furono presi da grande timore e si dicevano l’un
l’altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e
il mare obbediscono?” (Mc
4,41 | Mt 8,27|Lc 8,25).
Il
miracolo, in quanto evento fondatore trova la sua espressione
propria nel mistero pasquale e nei segni che l’accompagnano:
il sepolcro vuoto e le apparizioni. Non è qui il caso di
offrire una disanima teologico-fondamentale di questo dato
centrale della nostra fede cristologica. Mi limiterò a ricordare
come, dal punto di vista dell’automanifestazione del Dio
Unitrino in Cristo, la resurrezione costituisca il reale
punto di Archimede metastorico (o se si vuole escatologico),
con valenza storica, in grado di conferire un senso alle
storie degli uomini, ai loro drammi, alla loro ricerca di
verità, di bontà e di bellezza. Evento prodigioso, ma al
tempo stesso invisibile e non sperimentabile, se non da
parte dello stesso Signore, e, quoad
nos, se non nelle sue conseguenze. In relazione alla
dimensione storico-escatologica della rivelazione ciò significa
che «Rivelazione è
orientamento. Dopo la rivelazione nella natura c'è un
“alto” e un “basso”, reale, non più relativizzabile: “cielo”
e “terra” [...] e nel tempo c'è un “prima” e un “dopo”,
reale, stabile. Quindi nello spazio naturale e nel tempo
naturale il centro è sempre il punto in cui io in quel momento
sono (anthropos metron apanton); nello spazio-tempo-mondo
rivelato il centro è invece un punto fisso inamovibilmente,
un punto che non sposto se io stesso mi trasformo o mi allontano:
la terra è il centro del mondo e la storia universale
si estende prima e dopo Cristo (Theos kai logos autou metron
apanton)» [19].
Senza
riferimento a questo punto archimedico, che sarà necessariamente
storico e meta-storico insieme, non è per chi crede nel
Dio di Gesù Cristo possibile pensare e di conseguenza agire
nella storia in maniera sensata. Lo stesso pensiero filosofico,
se vuole andare oltre il nichilismo e tentare di superare
la sua, certo non congenita, debolezza, deve in qualche
modo riferirsi alla rivelazione. I segni di questo ritorno
sono già visibili: la filosofia della rivelazione comincia
a far di nuovo capolino nei dibattiti e nei convegni e a
ridestare l’interesse verso questa tematica di grande fecondità
anche per la ragione filosofica.
La
possibilità reale di conferire un senso ai nostri segmenti
di storia passa attraverso il riferimento all’evento fondatore,
che è insieme storico e metastorico, o meglio che è anzitutto
metastorico, ma non manca di rilevanza storica. L’attestazione
di questo evento fondatore imprescindibile, capace di dare
senso alle nostre esistenze smarrite, è quella che annuncia
la morte-resurrezione di Gesù di Nazareth. Il fallimento
di ogni teodicea razionalmente, elaborata e pensata a tavolino,
rimanda alla necessità di rapportare il dolore del mondo
non ad una teoria ben congegnata, ma ad un evento, nel quale
la sofferenza innocente risulta penultima rispetto alla
negazione della morte e al trionfo della vita. E tutto questo
accade all’uomo-Dio, ossia a colui che ha reso presente
il soprannaturale nella storia in maniera unica ed irripetibile,
facendosi mediatore fra le nostre insensate microstorie
e l’assoluto che trascende ogni storia ed ogni vicenda mondana.
Questa peculiarità dell’evento Cristo, il metastorico che
diventa storia, fa sì che esso possa davvero costituire
il punto archimedico da cui muovere per non restare in preda
all’insensatezza radicale. Cogliendo in profondità questa
valenza orientativa dell’automanifestazione di Dio, la Fides
et ratio, quasi parafrasando Rosenzweig, così si esprime:
“La verità della Rivelazione
cristiana, che si incontra in Gesù di Nazareth, permette
a chiunque di accogliere il «mistero» della propria vita.
Come verità suprema, essa, mentre rispetta l'autonomia della
creatura e la sua libertà, la impegna ad aprirsi alla trascendenza.
Qui il rapporto libertà e verità diventa sommo e si comprende
in pienezza la parola del Signore: «Conoscerete la verità
e la verità vi farà liberi» (Gv 8, 32). La Rivelazione cristiana è la
vera stella di orientamento per l'uomo che avanza tra i
condizionamenti della mentalità immanentistica e le strettoie
di una logica tecnocratica; è l'ultima possibilità che viene
offerta da Dio per ritrovare in pienezza il progetto originario
di amore, iniziato con la creazione. All'uomo desideroso
di conoscere il vero, se ancora è capace di guardare oltre
se stesso e di innalzare lo sguardo al di là dei propri
progetti, è data la possibilità di recuperare il genuino
rapporto con la sua vita, seguendo la strada della verità”
(FeR 15).
1.1.2.
Il miracolo nella prospettiva della dimensione cosmico-antropologica
della Rivelazione
Il tema del “miracolo”
invita a pensare la creazione sotto un duplice punto di
vista: da un lato in quanto atto intelligente e libero di
un Dio persona che dà origine all’universo (e in esso all’uomo),
d’altra parte nei termini del “legame” creaturale, che tale
atto stabilisce e che quindi consente di superare il modo
cartesiano-deistico di intendere il rapporto Dio/mondo,
irriso in maniera magistrale in un famoso frammento di Pascal:
“Non posso perdonare a Cartesio: egli avrebbe pur voluto,
in tutta la sua filosofia, poter fare a meno di Dio; ma
non ha potuto esimersi di fargli dare un colpetto, per mettere
il mondo in movimento; dopo di che non sa più che farsene
di Dio”. [20]
In
entrambi le prospettive la creazione stessa va pensata come
rivelazione, ossia automanifestazione del Dio Unitrino,
che è Signore non solo della storia e del tempo, bensì anche
della natura e dello spazio. Anche qui il “miracolo” della
creazione va interpretato e distinto in rapporto ai gesti
prodigiosi che in essa si verificano. Questi ultimi rivelano
appunto la signoria del Dio di Gesù Cristo sul cosmo ed
esprimono al tempo stesso la sua radicale libertà nei confronti
delle stesse cosiddette “leggi della natura”. È infatti,
nella concezione biblica ebraico-cristiana, proprio a partire
da questa libertà originaria che l’universo è venuto all’esistenza
e, se il suo rapporto coll’Assoluto trascendente nasce dall’esercizio
di un’assoluta libera volontà, ciò significa che esso fonda
al tempo stesso l’autonomia e l’alterità del cosmo rispetto
a Dio. Sicché la “creazione” non può essere intesa né nel
senso della generazione (metafora che riguarda il rapporto
Padre/Figlio), né nel senso della emanazione. In quanto
radice della alterità del cosmo la creazione può essere
a ragione pensata come il fondamento e l’orizzonte proprio
di un autentico atteggiamento “scientifico”, certamente
precluso a chi si ostinasse a considerare il mondo dotato
di una sacralità tale da costituirlo come un prolungamento
del divino o da misticamente pensarlo come il “corpo di
Dio”.
D’altra
parte in quanto rivelazione del Dio Unitrino “la creazione
non è opera di un Dio che agisca secondo l’unità indistinta
della propria divinità: essa dipende dal Padre che agisce
nel proprio Figlio, suppone il mistero trinitario”
[21]. Come
sostiene giustamente Wolfhart Pannenberg la “ragione ontologica”
della distinzione fra Assoluto trascendente e mondo creato
va trinitariamente intravista nella “autodistinzione del
Figlio eterno dal Padre”, infatti “se fin dall’eternità,
quindi anche alla creazione del mondo, il Padre non è mai
senza il Figlio, allora il Figlio eterno non è soltanto
la ragione ontologica dell’esistenza di Gesù nella sua autodistinzione
dal Padre quale unico Dio, ma anche la ragione della diversità
e dell’esistenza autonoma di ogni realtà creaturale”
[22] . L’ontologia
trinitaria ha storicamente svolto e per il nostro tempo
ha ancora da svolgere proprio nell’ambito cosmologico il
difficile compito di raccordare le tesi della dogmatica
trinitaria con quelle della metafisica cristiana, attraverso
l’itinerario accennato da Giovanni Paolo II, allorché nell’ultima
enciclica afferma che:
“Se l'intellectus
fidei vuole integrare tutta la ricchezza della tradizione
teologica, deve ricorrere alla filosofia dell'essere. Questa
dovrà essere in grado di riproporre il problema dell'essere
secondo le esigenze e gli apporti di tutta la tradizione
filosofica, anche quella più recente, evitando di cadere
in sterili ripetizioni di schemi antiquati. La filosofia
dell'essere, nel quadro della tradizione metafisica cristiana,
è una filosofia dinamica che vede la realtà nelle sue strutture
ontologiche, causali e comunicative. Essa trova la sua forza
e perennità nel fatto di fondarsi sull'atto stesso dell'essere,
che permette l'apertura piena e globale verso tutta la realtà,
oltrepassando ogni limite fino a raggiungere Colui che a
tutto dona compimento. Nella teologia, che riceve i suoi
principi dalla Rivelazione quale nuova fonte di conoscenza,
questa prospettiva trova conferma secondo l'intimo rapporto
tra fede e razionalità metafisica (FeR 97).
Il
tema teologico fondamentale del “miracolo” consente a nostro
avviso di gettare un ulteriore ponte fra le dimensioni di
libertà e di gratuità
della creazione, termini che Mons. Scola ci invita ad accostare
senza confondere, quando afferma che “la nota della gratuità
non è soltanto una ulteriore sottolineatura della libertà
assoluta della creazione, ma permette di mettere in luce
un aspetto, altrettanto importante, presente nella riflessione
che cerca di assumere fino in fondo un orizzonte cristocentrico.
Con essa, infatti, si vuole indicare che l’opera creatrice
di Dio è l’obiettiva attuazione della predestinazione degli
uomini in Gesù Cristo”.
Ma
chi è capace di “cogliere” questo piano? Quali le implicanze
metafisiche e “scientifiche” di questa teologia della creazione?
Quello che Pascal chiamava l’“ordine della carità” è destinato
a restare nel segreto della divina conoscenza o ne possiamo
in qualche modo avere accesso? Rintracciamo alcuni elementi
di risposta a questi interrogativi in un dialogo fra lo
storico Jean-Jacques Antier e il compianto filosofo Jean
Guitton, che in una intervista, pubblicata recentemente
da Liberal aveva
affermato che “ogni problematica filosofica ruota intorno
alla domanda se Dio sia distinto dalla natura o meno”. Nel
dialogo raccolto nel volume Poteri misteriosi della fede il pensatore cattolico, così si esprime:
“J.G. Certuni, però, in
particolare i mistici, sono capaci di cogliere questo «ordine»
[della carità], questo Spirito di Dio, una facoltà che avrebbe
analogie con l’atto di amare. Il miracolo sarebbe un segno da Spirito a spirito, un messaggio
di Dio all’uomo, destinato a risvegliarlo e a farlo passare
in una sfera di pensiero e di vita completamente nuova,
sottraendolo al costume, alla «natura», convertendolo a
questo universo il cui centro e fine è Gesù. Così la non
comprensione del miracolo è soltanto provvisoria e dipende
dalla nostra imperfezione. Se il miracolo non è illuminato,
è però sempre illuminante, e questo è il suo scopo.
J.J.A. Agli occhi dell’uomo
di scienza razionalista, il miracolo, come realtà incomprensibile,
è assurdo. Per questo, se non riesce a spiegarlo secondo
la natura, lo nega. Agli occhi del credente, il miracolo
è semplicemente misterioso,
e la radice di questa parola si trova in mistico.
J. G. Quando l’uomo si
trova a scegliere tra due realtà incomprensibili, l’una
assurda e l’altra misteriosa, è quest’ultima che deve prendere
in considerazione. Solo essa, alla fine, è feconda e nasconde
una intelligibilità superiore, alla quale il nostro spirito
è invitato ad elevarsi sottomettendovisi. L’uomo percepisce
allora che non ha rischiato nulla, non ha rinunciato alla
ragione. Al contrario ritrova ciò che ha creduto di perdere.
Il miracolo è come la grazia, è una nuova creazione che
penetra e trasforma la prima, è un innesto di eternità nel
tempo. Immagini nel tempo dei punti privilegiati della pedagogia
divina, dove la relazione segreta che lega una particella
di questo tempo ad un atto discreto della volontà divina,
si rivela all’improvviso sensibilmente. Questi punti esistono:
sono i miracoli. […] Il fatto che siano rari forza l’attenzione
e ci costringe, nostro malgrado, a diventare metafisici:
il miracolo è un fatto visto, per così dire, in profondità,
nel suo svolgersi, nella sua origine, nel suo significato.
È un fatto pienamente intelligibile e che appare come l’effetto
di una volontà singolare di Dio situata nello spazio e nel
tempo. Il velo della natura si è squarciato su un punto
e noi vediamo l’organizzazione interna. Questo basta. […]
Il miracolo ci aiuta, in particolare a comprendere come
l’eternità può intervenire nel tempo e come un ordine inferiore
può essere utilizzato da un ordine superiore.
J.J.A. Tuttavia il miracolo non è una specie di colpo di
stato e un’invasione arbitraria della volontà divina nella
natura?
J.G. Questa azione si riduce
a un punto dell’universo; e in questo stesso punto si limita
a imprimere una direzione a energie preesistenti. Questa
direzione inoltre non è uova, dato che era già prevista fin dall’origine. J.J.A.
Riassumiamo la definizione di miracolo, in rapporto ai fenomeni
inspiegabili di cui la vita abbonda: il miracolo è un fenomeno
inspiegabile che non dipende da nessuna legge, né conosciuta,
né sconosciuta.
J.G. È così. Di conseguenza
credere al miracolo è accettare in anticipo che l’ordine
della natura non è sottomesso a una necessità matematica,
e che Dio è libero di intervenire nel cosmo per realizzare
fini più alti. J.J.A. Lei è già stato testimone
di un fenomeno inspiegabile, che potrebbe essere qualificato
come miracolo?J.G. Sì, Marthe Robin. Nutrirsi
della sola Eucaristia per cinquant’anni è più che un fenomeno
inspiegabile”.
L’ultimo riferimento ci
consente di riprendere il filo rosso eucaristico che attraversa
la nostra trattazione,
mentre ci apre al passaggio successivo.
2.
Risultanze “epistemologiche”
2.1.
Il miracolo-segno
La
natura e la struttura del “miracolo” in entrambi le prospettive
assunte è in ogni caso quella del “segno”. Scrive ancora
Rosenzweig: “Il miracolo è essenzialmente «segno». È perfettamente
giusto [...] che il singolo miracolo non potrebbe sorprendere
né essere percepito come tale in un mondo pieno di portenti,
totalmente privo di leggi e in qualche misura incantato.
Ed esso non balza agli occhi perché è qualcosa di inconsueto
(questo non è il nucleo, bensì soltanto l'«apertura», anche
se spesso è altamente necessario all'effetto), ma per essere
stato predetto. Che un uomo sia in grado di sollevare il
velo che di solito è steso sul futuro, questo è il miracolo,
non già che egli annulli la determinazione preesistente.
Miracolo e profezia sono strettamente connessi”
[25] . Ma
segno di cosa? Il pensatore ebreo non ha pudore di rispondere
che qui si tratta della “provvidenza di Dio”, solo il ricorso
alla figura del Dio provvidente può aiutarci a superare
la visione dei pagani e a oltrepassare “la loro magia che
esegue un imperativo proprio dell’uomo. Di qui la gioia
legata al miracolo. Quanto maggiore il miracolo, tanto più
grande la provvidenza. E proprio la provvidenza illimitata,
il fatto che realmente non cade un capello dal capo dell’uomo
senza che Dio lo voglia, è il nuovo concetto di Dio che
la rivelazione ci reca: è il concetto mediante il quale
il suo rapporto con il mondo e l’uomo viene stabilito e
fissato con una univocità ed una assolutezza totalmente
estranee al paganesimo. Il miracolo dimostrava a quel tempo
proprio ciò su cui la sua credibilità pare oggi naufragare:
l’essere il mondo regolato da leggi predeterminate” [26].
La
struttura profondamente simbolica della realtà, sottesa
alla possibilità del “miracolo”, mentre apre uno spazio
inedito di confronto fra il sapere teologico e non solo
le scienze naturali, bensì anche quelle matematiche e –
ci sembra di poter dire per l’oggi e il futuro – informatiche,
comporta la necessità del discernimento e appunto della
“interpretazione”. Ma, prima di addentrarci in alcune a
nostro avviso significative implicanze gnoseologiche ed
epistemologiche del simbolismo, dobbiamo riflettere sul
rapporto fra l’irruzione del soprannaturale e il quotidiano,
fra l’eterno e il tempo, nell’esistenza concreta di chi
non ha mai avuto la possibilità di “esperire” il miracolo-portento.
Ebbene,
nella prospettiva teologico-fondamentale adottata, il miracolo,
spogliato della sua valenza e visibilità portentosa, è di
fatto il “sacramento”. È ancora una volta la Parola di Dio
che sospinge la nostra riflessione e ci consente di accedere
ad un livello più profondo di penetrazione nella struttura
del miracolo-segno: “Veduta la loro fede, disse: «Uomo,
i tuoi peccati ti sono rimessi». Gli scribi e i farisei
cominciarono a discutere dicendo: «Chi è costui che pronuncia
bestemmie? Chi può rimettere i peccati, se non Dio soltanto?».
Ma Gesù, conosciuti i loro ragionamenti, rispose: «Che cosa
andate ragionando nei vostri cuori? Che cosa è più facile,
dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati, o dire: Alzati e cammina?
Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il
potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico esclamò
rivolto al paralitico alzati, prendi il tuo lettuccio e
va’ a casa tua». Subito egli si alzò davanti a loro, prese
il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando
Dio. Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni
di timore dicevano: «Oggi abbiamo visto cose prodigiose»”
[Lc 5,20-26, dove il testo greco di quest’ultimo versetto
recita: kai
ekstasis elaben hapantas kai edoxazon ton Theon, kai eplesthesan
phobou legontes hoti eidomen paradoxa semeron].
Avremo compreso il senso sacramentale del miracolo, allorché
saremo in grado di esprimere questa esclamazione dinanzi
al pane consacrato o alle parole, concretamente, cioè
sacramentalmente, pronunciate: “Ti sono rimessi i
tuoi peccati!”.
La
sacramentalità fondamentale di Cristo e quella radicale
della Chiesa, che la teologia del Novecento ci insegna a
pensare come orizzonte entro cui correttamente situare ed
“interpretare” i sette segni, denominati appunto “sacramenti”,
richiedono (a livello antropologico) una riflessione adeguata
sulla valenza corporea, anzi carnale, della salvezza che
il Cristianesimo propone e, subordinatamente (a livello
gnoseologico) una non indifferente fatica di elaborazione
intorno ai verbi con cui si designa il nostro rapporto col
miracolo-sacramento (“percepire” – “esperire”). La teologia
in questo campo ha molto da imparare sia dalla fenomenologia
della percezione che dalla gnoseologia dell’esperienza,
né mancano i tentativi di riprendere questi approcci all’interno
della stessa epistemologia del sapere della fede e non solo
nelle proposte più recenti.
2.2.
Quale assenso?
Le
categorie di percezione e di esperienza in rapporto al sapere
della fede ci inducono ad almeno accennare alla problematica
dell’“assenso”, la cui valenza religiosa e teologica è stata,
come è noto, mirabilmente messa in luce in quel testo fondamentale
per la gnoseologia (e non solo teologica) che è La grammatica dell’assenso del Card. John Henry Newman. In quanto cultori di discipline accademicamente organizzate,
abbiamo quotidianamente a che fare con la dimensione nozionale
dell’assenso, che siamo chiamati ad esercitare nei confronti
di tesi, ipotesi, teorie, prospettive, attinenti il nostro
ambito di competenza. E ciò vale anche per la teologia,
che, in quanto scienza, “è sempre nozionale” [27]. Ma
qualora il nostro lavoro e il nostro dialogo
restassero sul piano del “nozionale”, dimenticando la dimensione
“reale” dell’assenso stesso, andremmo incontro almeno a
due conseguenze nefaste non solo per la nostra scienza,
ma per la nostra stessa vita.
In
primo luogo si produrrebbe la convinzione, che purtroppo
dobbiamo registrare come tendente a diventare mentalità
diffusa, circa il carattere meramente convenzionalistico
e funzionalistico del nostro sapere e del linguaggio attraverso
cui si esprime, dove appunto il simbolo non avrebbe altro
riferimento reale che il nulla: “Un segno noi siamo che
nulla indica”, recita un verso di Hölderlin, molto caro
a Martin Heidegger. Il nostro mestiere e, quel che è peggio,
la nostra esistenza, verrebbero così condannati al supplizio
sisifico di un “eterno rimando”, nome che il pensiero decostruttivo
assume e declina come corrispettivo del nietzscheano “eterno
ritorno”.
In secondo luogo
l’abbandono della dimensione reale dell’assenso comporterebbe
l’impossibilità di un autentico dialogo interdisciplinare
e lo scacco di ogni iniziativa in tal senso, condannando
i nostri approcci settoriali alla autoreferenzialità e al
solipsismo. Tentare di esprimere, in termini comprensibili
anche ai non addetti ai lavori, la dimensione di realtà
soggiacente il proprio campo nozionale è uno sforzo a volte
improbo, ma che penso dal quale non ci possiamo sottrarre
nel momento in cui intendiamo intraprendere un vero confronto
tra appartenenze e competenze diverse. La differenza fra
il sembrare ed
essere profondi si misura anche con la
capacità di chiarire a se stessi in primo luogo, e quindi
agli altri, l’argomento che si intende affrontare: “Chi
si sa profondo, si sforza d’essere chiaro; chi vorrebbe
sembrar profondo alla moltitudine, si sforza d’essere oscuro.
La moltitudine infatti prende per profondo tutto quello
di cui non può vedere il fondo” (Gaia
scienza 173). Se in questa sede ciascuno si esprimesse
nei termini tecnici propri della sua appartenenza epistemologica
non solo riprodurremmo accademicamente l’esperienza della
torre di Babele, ma rischieremmo di perdere il riferimento
(= “referenza” come dice Ricoeur) al reale che nelle nozioni
siamo chiamati ad esprimere.
Rispetto
al miracolo-sacramento l’assenso reale del teologo è costituito
dalla fede nella rivelazione che in esso si esprime: “Religione
è sempre stato un sinonimo di Rivelazione. La religione
non è mai stata una deduzione dal noto ma, sempre, un’asserzione
di qualcosa che era da credere. Non si è mai espressa in
una conclusione, ma in un messaggio, in una narrazione,
una visione. Mai un legislatore od un prete ha sognato d’educare
l’uomo etico con la scienza o la dialettica. […] A Mosé
non fu ordinato di ragionare a partire dalla Creazione ma
di fare miracoli. Il Cristianesimo è impostato su una storia
soprannaturale e in certo senso teatrale: ci descrive il
suo Autore narrandoci i suoi atti”
[28]. Questo
assenso reale della fede costituisce l’orizzonte comune
per il dialogo con gli altri saperi, qualora esercitati
da persone credenti, in caso contrario si dà comunque, nella
concezione cattolica del rapporto fede/ragione, lo strumento
e l’esercizio della “ragione creata”, capace di costituirsi
come prezioso elemento di mediazione interculturale, interreligiosa,
interdisciplinare.
2.3.
Oltre il “modello ermeneutico”
La struttura sacramentale
della realtà che la teologia indaga a partire dalla propria
appartenenza credente e il fatto che il teologo sia chiamato
ad “interpretare” una “realtà” che si costituisce nei termini
di una “eccezione” fisica e storica, paradossalmente, lungi
dal precludere il dialogo col pensiero filosofico e le scienze,
lo esige e lo impone. In questo senso non ci sembra possa
valere una pretesa esclusivista del sapere della fede, che
farebbe volentieri a meno del confronto e del dialogo con
le altre forme del sapere, arroccandosi dietro il pretesto
secondo cui la realtà di cui la teologia si occupa appartiene
ad un’altra sfera ontologica o ad un altro orizzonte epistemologico
rispetto a quella con cui hanno a che fare le altre scienze.
La sapienza della Chiesa Cattolica ha qualcosa da insegnare
ai teologi proprio nel settore del discernimento del “miracolo”,
dove l’apporto delle scienze è considerato fondamentale
per esempio nell’istruzione di quei processi nei quali si
deve esprimere un giudizio di autenticità in ordine alle
manifestazioni del “soprannaturale” nella natura e nella
storia. Certo non è il perito che deve pronunciare la parola
“miracolo”, ma il suo lavoro prepara la strada e fornisce
elementi indispensabili perché il giudizio dell’Autorità
ecclesiastica competente possa essere espresso.
Neppure
ci sembra possa valere a precludere il dialogo della teologia
con le altre forme di sapere il pregiudizio, che non di
rado teologi contemporanei assumono acriticamente dal pensiero
heideggeriano, brutalmente espresso nella sentenza: “la
scienza non pensa” [30],
pregiudizio che finisce col riguardare la stessa concezione
heideggeriana della teologia come scienza ontica in rapporto
all’ontologia fondamentale, cui si attribuisce una sorta
di monopolio del pensiero, ovvero di quel “pensiero meditante”,
opposto al “pensiero calcolante” proprio delle altre forme
del sapere, in particolare di quelle comunemente denominate
scientifiche e tecniche. A tale istanza critica si può senz’altro
replicare che neppure la filosofia e l’ontologia pensano:
è il soggetto che esercita l’una o l’altra forma del sapere
che è chiamato a pensare ciò che è oggetto del suo studio
e della sua ricerca, compito che neppure può delegare al
club dei filosofi o dei liberi pensatori.
E,
a proposito di deleghe, ci sembra oltremodo improponibile
il ricorso ad una sorta di meta-scienza, quale sarebbe appunto
l’epistemologia, chiamata a fissare i confini tra le varie
regioni del sapere con le relative “pulizie epistemiche”
e le corrispondenti enfatizzazioni che tale ruolo (solo
apparentemente neutrale) può finire col perpetrare. Neppure
nutriamo molta fiducia nelle possibilità di un discorso
epistemologico previo rispetto al sapere che ci si avvia
ad esercitare, ossia che si assuma il compito, prescindendo
dall’oggetto, di descrivere le coordinate e prescrivere
le metodologie dell’ambito scientifico in questione. Tale
compito può essere plausibilmente assunto solo da chi ha
a lungo esercitato la scienza e quindi ha dimestichezza
col suo oggetto e le modalità di approccio ad esso più consone.
Al
formalismo neutralistico della meta-scienza o della epistemologia
previa si contrappone non di rado una sorta di integralismo
cripto-fideistico, cui è sottesa la convinzione secondo
cui l’unica ragione plausibile ed abilitata ad “interpretare
il miracolo sarebbe quella interna all’atto del credere
e al mistero che tale atto liberamente ed affettivamente
accoglie. La “castalia” teologica, spesso ricca di riferimenti
culturali e filosofici, rischia così il completo isolamento,
ancora più profondo nella misura in cui di fatto esclude
l’atteggiamento e le categorie della “mediazione” proprie
della fede cristologica correttamente intesa. Quasi che
da un lato l’evento stesso del Verbo incarnato, crocifisso
e risorto, non si costituisse in quanto tale come evento
di mediazione e d’altro canto si potesse attingere tale
evento fondatore “immediatamente”, in una sorta di kierkegaardiana
contemporaneità [31]
, che, quando non liturgicamente e misticamente assunta,
dischiude una sincronia tanto suggestiva quanto improbabile.
Superando
sia una prospettiva formalistica, sia una impostazione integralistica
dell’epistemologia teologica, il rapporto del sacramento-miracolo
con la creazione, nonché la valenza rivelativa di quest’ultima,
consente il superamento in chiave appunto “sacramentale”
del “modello ermeneutico”, che ha ispirato e improntato
la teologia tra la fine della modernità e il suo oltrepassamento.
La crisi di tale modello risulta evidente dalla incapacità
di muovere in un orizzonte non solo ontologico, ma autenticamente
metafisico, quale quello che il “sapere della fede” esige.
A questo riguardo resta - a nostro avviso - di grande stimolo
il monito di Salvatore Natoli, che concludendo il suo libro
su I nuovi pagani,
ha scritto:
“Da molti anni in discussioni
private o pubbliche noto che l'ermeneutica è sempre di più
applicata alla fede. Questa prassi è antica e ben consolidata.
Più arrischiato è invece quell'atteggiamento, non so quanto
volontario o intenzionale che fa valere o tratta la fede
come un'ermeneutica. La mentalità ermeneutica mette in moto
una circolarità infinita. Essa, creando un ambito costante
di rinvii, elude il punto fermo. Nel senso che il punto
fermo non è più un principio, ma è una decisione, vuoi della
comunità, vuoi dei soggetti. In tale modalità si dissolve
la fede. È sempre più difficile trovare il credente. Tutti
i credenti stanno diventando ermeneutici. Quando dicono
a me che io sono credente comincio a capire che non sono
credenti loro. Sostanzialmente non c'è più un'origine che
non sia la decisione
dell'interpretazione” [32]
.
Senza
voler affatto ignorare i meriti che il modello ermeneutico
ha acquisito proprio nella misura in cui è stato capace
di innestarsi in un orizzonte ontologico, sembra che ormai
i tempi stiano diventando maturi perché il teologare compia
dei passi in avanti in ordine al proprio statuto epistemologico,
senza per questo coltivare anacronistiche nostalgie, ma
anche senza cedere alle mode che l’areopago culturale e
filosofico di volta in volta propone. La Fides et ratio ci stimola proprio in questa direzione. Pur contrapponendo
alla mentalità storicistica “un’ermeneutica aperta all'istanza
metafisica, in grado di mostrare come, dalle circostanze
storiche e contingenti, in cui i testi sono maturati, si
compia il passaggio alla verità da essi espressa, che va
oltre questi condizionamenti” (FeR 95), l’enciclica avverte
che “la fede presuppone con chiarezza che il linguaggio
umano sia capace di esprimere in modo universale — anche
se in termini analogici, ma non per questo meno significativi
— la realtà divina e trascendente. Se non fosse così, la
parola di Dio, che è sempre parola divina in linguaggio
umano, non sarebbe capace di esprimere nulla su Dio. L'interpretazione
di questa Parola non può rimandarci soltanto da interpretazione
a interpretazione, senza mai portarci ad attingere un'affermazione
semplicemente vera; altrimenti non vi sarebbe rivelazione
di Dio, ma soltanto l'espressione di concezioni umane su
di Lui e su ciò che presumibilmente Egli pensa di noi” (FeR
84).
Tra
l’altro il “modello ermeneutico”, affondando le sue radici
nella contrapposizione radicale fra scienze della natura
e scienze dello spirito
[33], rischia di
precludere al sapere della fede (inquadrato naturalmente
all’interno di questa seconda prospettiva) il dialogo con
le altre forme di sapere attinenti piuttosto all’ambito
delle scienze della
natura, delle scienze matematiche o informatiche ecc.,
un dialogo non meramente di circostanza o formale, ma capace
di fecondare la stessa intelligenza della fede, soprattutto
invitandola a riprendere la tanto bistrattata tematica dei
praeambula fidei
[34],
in una prospettiva e con categorie adeguate al nostro tempo
e alle sue istanze. Certo, se si considerano dal punto di
vista genetico, i praeambula restano frutti maturi dell’intellectus fidei e in tale orizzonte si generano, dal punto di vista
invece della loro destinazione non va sottovalutato il fatto
che essi vengono elaborati e proposti alla stregua di ponti
attraverso i quali la ragione redenta interpella la ragione
creata, i credenti invitano i non-credenti, a percorrere
delle vie, o dei sentieri, attraverso i quali iniziare a
scorgere e intravedere il mistero della salvezza che il
Cristianesimo propone. La fiducia nella ragione che la Chiesa
cattolica da sempre coltiva e custodisce incoraggia questa
ricerca e questo cammino, sia nella direzione della fides
quaerens intellectum che in quella dell’intellectus
quaerens fidem.
Introducendo
il volume di Jean Guitton Dio
e la scienza, dove il “grande vecchio del pensiero cattolico”
dialoga con Igor e Grichka Bogdanov (rispettivamente fisico
teorico e astrofisico), Giulio Giorello evoca molto opportunamente
la tematica della “teologia naturale”
[35], contrapponendo
un modo probatorio della stessa al suo costituirsi in forma
piuttosto di sapere intuitivo, nel senso che sarebbe chiamata
a produrre “intuizioni”, attraverso le quali mostrare il
mistero dell’Assoluto trascendente. Tesi davvero suggestiva,
soprattutto se si pensa allo sviluppo dell’argomento ontologico
(cui peraltro Giorello fa riferimento) nel pensiero moderno
e alle sue vicende, ma anche tesi stimolante per chi intenda
svolgere una ricerca sul valore gnoseologico dell’“intuizione
intellettuale”
[36] e sulle
sue possibilità di attingere il reale. Si può forse discutere
se tra questi due estremi gnoseologici “argomentazione probante”
e “intuizione” non possano individuarsi altre figure attraverso
le quali i praeambula fidei non solo possono, ma sono stati di fatto messi in
atto nel pensiero cattolico. Già l’aggettivo “intellettuale”
posto accanto al termine “intuizione” ci sembra indicare
una strada, né possiamo dimenticare la famosa distinzione
tommasiana, posta come premessa delle sue “cinque vie” (non
prove) fra “demonstratio propter quid” e “demonstratio quia”
(S. Th. I, 2, 2c), dove il carattere impervio e accidentato
del percorso di questa seconda figura, che il maestro adotta,
suggerisce una cautela epistemologica e linguistica, che,
senza nulla togliere al valore veritativo della ricerca,
lascia ampio spazio alla libertà e all’affettività.
Prima
di attestarsi intorno ad un nuovo “modello teologico”, il
sapere della fede dovrà probabilmente compiere un lungo
cammino ed avvalersi di molteplici competenze. La struttura
sacramentale del reale che è chiamato ad interpretare e
pensare impone il dialogo con le scienze cosiddette naturali
e con le scienze matematiche, informatiche e della comunicazione,
nonché col sapere filosofico, nel tentativo di inventare
nuove modalità di rapporto fra “ragione creata” e “ragione
redenta” e in modo che l’orizzonte rivelativo (= verità
come revelatio), che la teologia non può non
assumere come proprio grembo gnoseologico, abbia ad includere
l’istanza realista della verità come adaequatio
rei et intellectus, la prospettiva del “meta-realismo”,
che Guitton ha indicato, può risultare significativa almeno
come termine di confronto nell’elaborazione di tale nuovo
modello.
Condizione
comunque primaria ed irrinunciabile di ogni autentico dialogo
interdisciplinare è la capacità di ogni ambito scientifico
di trascendersi in un orizzonte sapienziale, capace di porre
ed esigere una risposta vera alla domanda di senso e alla
ricerca del fondamento e di conferire unità ai dettagli-segmenti-frammenti
di conoscenza che le ricerche settoriali perseguono, perché
non si disperdano e davvero “nulla vada perduto”.
“Tra le grandi intuizioni
di san Tommaso – scrive la Fides
et ratio - vi è anche quella relativa al ruolo che lo
Spirito Santo svolge nel far maturare in sapienza la scienza
umana. Fin dalle prime pagine della sua Summa
Theologiae l'Aquinate volle mostrare il primato di quella
sapienza che è dono dello Spirito Santo ed introduce alla
conoscenza delle realtà divine. La sua teologia permette
di comprendere la peculiarità della sapienza nel suo stretto
legame con la fede e la conoscenza divina. Essa conosce
per connaturalità, presuppone la fede e arriva a formulare
il suo retto giudizio a partire dalla verità della fede
stessa: « La sapienza elencata tra i doni dello Spirito
Santo è distinta da quella che è posta tra le virtù intellettuali.
Infatti quest'ultima si acquista con lo studio: quella invece
“viene dall'alto”, come si esprime san Giacomo. Così pure
è distinta dalla fede. Poiché la fede accetta la verità
divina così com'è, invece è proprio del dono di sapienza
giudicare secondo la verità divina»” (FeR 44).
Quanto
Tommaso ha realizzato nel suo tempo e con le sue categorie,
noi siamo chiamati a compiere nel nostro, senza risparmio
di energie e sospinti dal fascino che la verità comunque
esercita su chiunque sinceramente la cerca. L’inveramento
sacramentale del modello ermeneutico passa, per il teologo,
attraverso la profonda convinzione, celebrata e vissuta,
prima ancora che riflessa ed espressa, secondo cui “solo
l’eucaristia compie l’ermeneutica […]. Se [infatti] il Verbo
interviene in persona solo nel momento eucaristico, l’ermeneutica
(e quindi la teologia fondamentale) avrà luogo, avrà il
proprio luogo solo nell’eucaristia”.