L’ambito
epistemologico (interno al sapere credente) entro il quale
sembra potersi inscrivere ed adeguatamente istruire la quaestio
de unitate Dei è da un lato quello teologico fondamentale
(sia nella sua accezione di apologetica che in quella di
riflessione sui fondamenti), dall’altro quello della teologia
trinitaria, non senza naturale riferimento alla cristologia.
La riflessione che queste pagine intendono provocare si
colloca piuttosto nel primo dei suddetti settori disciplinari,
inteso da un lato come regione del sapere della fede e dall’altro
come dimensione e attenzione che trasversalmente percorre
le diverse discipline e le informa a partire dall’evento-parola
della rivelazione del Dio uni-trino in Cristo per lo Spirito.
In
quanto “sentinella della teologia”, infatti, la fondamentale
si caratterizza in primo luogo come disciplina di frontiera,
adottando un atteggiamento di ascolto e di interazione con
gli altri ambiti del sapere e ciò sia ad intra che
ad extra della teologia. Per quanto concerne la nostra
questione l’elucidazione del tema della uni-trinità del
Dio cristiano si avvale di fatto e in actu esercito
degli apporti delle scienze delle religioni (e della religione),
in particolare ad esempio della storia delle religioni,
ma non può mancare l’attenzione verso i risultati di discipline
quali la psicologia della religione, la sociologia della
religione e naturalmente la filosofia della religione. Risulteranno
ad esempio particolarmente significativi e li assumiamo
qui come momenti in certo senso paradigmatici:
a) il
dibattito a carattere storico-religioso fra le cosiddette
scuole di Vienna e di Roma e i loro rispettivi rappresentanti
ossia il p. Wilhelm Scmidt (1862-1954) e lo storico Raffaele
Pettazzoni (1883-1959) concernente la genesi del monoteismo
e il suo sviluppo;
b)
la riflessione a carattere psicanalitico che in ambiente
freudiano e junghiano concerne lo stesso problema e le sue
implicanze psicologiche.
Si
tratta indubbiamente di momenti storicamente datati e circostanziati,
in cui la riflessione si è prodotta ed espressa e tuttavia
sembra particolarmente istruttivo una loro rapida rievocazione
in quanto le tematiche suscitate ed affrontate risultano
particolarmente attuali nel dialogo che la teologia non
può disattendere con l’areopago contemporaneo, che vive
una particolare ( e se si vuole certamente strana) stagione
di risveglio della questione di Dio, o, come altrimenti
e meglio detto, un problematico “ritorno del sacro”.
Se il confronto con questi livelli
della riflessione concerne il momento contestuale (o se
si vuole propriamente apologetico) della teologia fondamentale,
sul piano fondativo la quaestio de unitate Dei incrocia
e si genera a partire dalla quaestio de revelatione
e dalle sue articolazioni sia in rapporto all’esercizio
del dialogo interreligioso, sia in relazione alla riflessione
sui fondamenti stessi del credere cristiano e per esempio
al suo originario rapporto con l’ebraismo, le sue strutture
e la sua fede. In questo ambito riflettere teologicamente
sul monoteismo significa chiamare in causa e discutere la
questione dell’esperienza religiosa di Gesù di Nazareth,
ovvero della fides Christi, cui H. U. von Balthasar
a suo tempo ha dedicato un importante saggio.
1.
Riflessione
a carattere contestuale sulla questione del monoteismo
Tra
i caratteri del “ritorno del sacro” nella società e nella
cultura dell’Occidente psotmoderno, che abbiamo altrove
cercato di leggere e interpretare, ci sembra di dover qui richiamare
la dimensione neo-pagana che tale risveglio produce ed alimenta
nella forma, spesso anche speculativamente articolata e
filosoficamente espressa della “nostalgia degli dei”. Ora
se adottassimo l’ipotesi di Pettazzoni, secondo il quale
il monoteismo sarebbe non solo cronologicamente, bensì logicamente
e strutturalmente posteriore al monoteismo, questa nostalgia
sarebbe il sintomo di un sentimento verso qualcosa di originario
e di radicale, dunque andrebbe interpretata positivamente,
anche se nella descrizione della nuova religiosità politeistica
lo storico non manca di rilevare limiti e possibili derive.
A questo proposito mi sembra oltremodo interessante richiamare
un passaggio di una relazione del vescovo Karl Lehmann alla
Conferenza Episcopale Tedesca, dove, a proposito della sete
di religiosità che caratterizzerebbe l’uomo postmoderno,
si cita appunto il Pettazzoni, il quale “parla di «teoplasma»,
intendendo con questo termine una sorta di plastilina a
partire dalla quale l’uomo moderno forma i propri dei e
tenta di adattarli ai suoi mutevoli bisogni. Analogamente
i sociologi parlano di una «biografia del fai da te» nella
quale ci si crea una nuova immagine di Dio, nelle diverse
fasi della vita, partendo da diversi materiali di natura
religiosa. È stupefacente la misura in cui i nuovi movimenti
religiosi sono caratterizzati a livello mondiale da questi
aspetti. Molte iniziative in questo campo non appaiono come
una nuova religione mondiale, con un nome unitario e uno
specifico fondatore, ma l’orientamento verso una vitalistica
divinità della vita in relazione all’esperienza di sé dell’uomo
moderno costituisce una sorta di rete che collega strettamente
gruppi eterogenei”. Da altre parti
comunque il ritorno di una sorta di paganesimo politeistico
sembra potersi salutare positivamente e cogliere come occasione
propizia per un rinnovato ethos planetario. Per questo si
può rimandare alla lettura del volumetto di Salvatore Natoli,
intitolato I nuovi
pagani,
dove il neopaganesimo è interpretato come una nuova etica
per forzare le inerzie del tempo, che può servire in qualche
modo a documentare questo ritorno in un certo senso nel
paganesimo. Non si tratta evidentemente di un ritorno del
paganesimo storico, nel senso di un ritorno ingenuo alle
divinità pagane (non è che la gente vada a venerare Venere,
Marte o Saturno, anche se poi fior di managers interpellano
l’oroscopo prima di recarsi al lavoro o intraprendere delle
inizative), pur tuttavia si dà questo elemento politeistico
che deriva da quella esperienza che è propria della post-modernità
che è la frammentazione dell’esistenza e la frammentazione
del senso.
Nell’ipotesi opposta di P. Schmidt,
che Pettazzoni e i suoi discepoli ritengono piuttosto apologetica
che storicamente documentata, o comunque improntata ad una
visione teologica della storia, se il monoteismo designa
l’originario della religiosità umana, allora il politeismo
storico e quello di cui si intravede il risveglio costituirebbero
una caduta e una deriva certamente preoccupante e non solo
per il teologo bensì per il credente nel Dio unico. Il senso
di questa caduta-deriva è già facilmente riscontrabile nelle
pagine che lo Schmidt dedicava al sorgere del politeismo
nel suo Manuale di storia comparata delle religioni,
dove non dimentica il fascino della fantasmagoria policromia
che emana dall’invadenza politeistica: “Se [..] in seguito,
col crescente splendore e colla crescente ricchezza della
civiltà materiale, anche la religione cominciò a manifestarsi
in forme sempre più ricche e appariscenti, nella sconfinata
molteplicità delle sue figure di deità e di demoni, nella
ricchezza dei suoi templi, santuari e boschi sacri, nell’abbondanza
dei suoi sacerdoti e serventi, dei sacrifici e delle cerimonie,
tutto ciò non può nasconderci che in questa ricchezza ed
appariscenza esteriore è in gran parte scomparsa la vera
religione e si è indebolita la sua forza spirituale. Questi
fatti ebbero una ripercussione molto dannosa nel campo morale
e sociale e condussero, negli eccessi della corruzione,
perfino a divinizzare elementi immorali e antisociali. Ciò
specialmente perché la figura dell’Essere supremo venne
sempre più sostituita dall’invadente quantità di migliaia
e migliaia di deità e di spiriti nuovi. Frattanto l’antica
religione dell’età primitiva si conservò ancora tra i pochi
resti della cultura primitiva, presso i frammenti etnici
respinti nelle plaghe più remote. Ma anche qui l’inerzia,
la povertà e la ristrettezza dell’ambiente le fecero perdere
necessariamente gran parte dell’originaria forza e grandezza,
dimodoché ora anche tra quei popoli non possiamo più rintracciare
neppure approssimativamente il quadro vero della religione
dell’età primitiva vera e propria”.
Lo studio della vicenda di Amenhotep
IV (Echnaton) in chiave psicanalitica di marca freudiana,
prodotto da Karl Abraham, mentre tende a mostrare come l’idea
monoteista attinga a impulsi provenienti dai meandri più
profondi della psiche, sebbene offra una interpretazione
riduzionistica della genesi del monoteismo, in realtà sembra
ulteriormente istruttiva per la teologia cristiana, chiamata
a interpretare alla luce della fede l’espressione religiosa,
così come si esprime anche al di fuori dell’ambito strettamente
rivelativo, o meglio attinente alla dimensione storico-escatologica
della rivelazione. “Si può oltrepassare – scrive Abraham
– la dottrina di Flinders Petrie, che considera Echnaton
come il precursore del monoteismo. La dottrina di Echnaton
contiene non soltanto elementi del monoteismo giudaico,
dell’Antico Testamento, ma va più lontano soto molti aspetti.
E capita lo stesso quando confrontiamo le idee di Echnaton
con il primo cristianesimo, di tredici secoli più giovane
[…] la concezione teologica di Echnaton è più vicina al
cristianesimo che alla religione mosaica”. E ciò a causa
del prodursi in quella occasione di una visione meno antropomorfa
del divino rispetto a quella attestata nell’A. T.
A
parte la precomprensione teologica, che la scuola romana
attribuisce alla dottrina viennese dell’Urmonotheismus,
interpretando in senso meramente negativo tale precomprensione,
e tralasciando la suggestiva tematica dell’enoteismo, di
mülleriana memoria, che potrebbe essere introdotta come
chiave euristica e dirimente l’alternativa, nel tentativo
di fornire una categoria di mediazione fra i termini antitetici
del politeismo e del monoteismo, la problematizzazione in
ambito storico-religioso e religionistico in generale della
questione del monoteismo risulta comunque istruttiva per
il teologo, che da essa non può non lasciarsi interpellare
a diversi livelli.
In primo luogo se è vero che l’istanza
apologetica, di cui certa teologia fondamentale sembra ancora
vergognarsi, non può essere delegata e riversata sulla scienze
della religione, allora essa va reimpostata e ripensata
a partire dalla dialettica (non necessariamente contrappositiva)
di matrice barthiana tra fede e religione, alla luce della
quale, come recenti indagini sociologiche hanno tentato
di mostrare, il risveglio del sacro in forma politeistica
di fatto costituisce una dirompenza dell’elemento religioso
su quello credente, sicché non sembra casuale che oggi si
parli, anche in ambito sociologico, di “debolezza della
fede e la forza della religione”. Di qui una prima
indicazione di metodo, non meramente formale e aprioristica,
ma attinente il contenuto stesso del nostro discorso sul
monoteismo: l’ambito teologico della discussione anche in
chiave apologetica e contestuale dell’unitrinità del Dio
cristiano non potrà non conservare il proprio riferimento
fondamentale alla fede e all’esperienza di fede di cui la
religione e l’esperienza religiosa costituiscono l’espressione
e la manifestazione psicologica,
empirica, storica, strutturale… Sembra, in tale contesto
di riflessione a carattere teologico-fondamentale, potersi
sostanzialmente condividere la tesi proposta in un recente
convegno dell’Associazione teologica italiana, che sostiene
la “necessità relativa del religioso” riportandola, con
R. Marlé alla dialettica parola/sacramento.
In questa prospettiva e
alla luce dell’analisi religionistica, risultano percorribili
sia l’interpretazione del nuovo politeismo in chiave di
“deriva nella dissolvenza o nella frammentazione” che quella
più ottimistica in chiave di “nostalgia dell’originario”.
Non si tratta tanto di proclamare una sorta di equidistanza
del monoteismo trinitario cristiano rispetto alle due prospettive
ermeneutiche sopra esposte, quanto di sostenere che la concezione
cristiana del Dio unitrino è capace di interpellarle e superarle
entrambe. Non solo, ma qui entra in gioco, e da questo punto
di vista il lavoro di scavo teologico diventa particolarmente
impegnativo, l’orizzonte protologico entro cui iscrivere
le due interpretazioni, dove l’originario può essere pensato
storicamente e realisticamente nella prospettiva amartiologica,
che vede l’uomo storicamente gettato e condannato alla frammentazione,
oppure nella prospettiva creaturale, dove appunto si realizza
un rapporto con la trascendenza difficilmente pensabile
a partire dal nostro contesto esistenziale, ma attestato
nei racconti biblici delle origini. Sebbene oggi sia teologicamente
acquisita la visione storico-salvifica, essa non può non
implicare riflessioni che dal descrittivo esperienziale
sporgano sullo speculativo e l’ipotetico.
In terza istanza l’approccio religionistico
risulta istruttivo per il teologo in quanto esige una vera
e propria problematizzazione del tema monoteistico in rapporto
ad esempio all’esperienza religiosa dell’Israele veterotestamentario.
Il tema del monojahwismo e le sue implicanze, che l’esegesi
più avvertita ormai accoglie e suggerisce, impone un’articolazione
molto più complessa e meno ingenua del singolare rapporto
fra Israele e il suo Dio, mentre la compresenza di tentazioni
politeistiche e di espressioni religiose che ad esse si
ispirano e del nocciolo duro monojahwistico, nello stesso
ambiente storico-culturale-religioso, penso introduca interessanti
prospettive anche per una illuminata valutazione del presente.
Ciò comporta un paio di conseguenze che non mi sembra fuori
luogo richiamare all’attenzione del lettore: 1) la tentazione
politeistica non si può mai ritenere definitivamente debellata,
insieme al fascino dell’Uno, l’uomo non cessa mai di subire
anche quello proveniente dalla fantasmagoria policromatica
del molteplice, che stenta a lasciarsi omologare e ridurre
in un orizzonte rigidamente unitario; 2) la questione della
fede ebraica nel Dio unico non va confusa con l’adesione
quantitativa di persone e gruppi presenti in Israele, quasi
che si tratti di un popolo di duri e puri al riparo da ogni
compromesso e da ogni cedimento.
In quarto luogo ed infine l’attenzione
religionistica suggerisce al teologo un approccio alla quaestio
de unitate Dei nei termini che gli sono propri, ossia
posta e risolta nell’orizzonte del sapere della fede, a
partire da una lettura dell’unicità di Dio in termini di
pecularietà di un’esperienza credente (che si esprime naturalmente
in termini religiosi) di volta in volta indagata nell’ambito
dell’Israele veterotestamentario, della “fede di Cristo”
e di quella della comunità apostolica, momenti paradigmatici
e discriminanti, capaci di offrire elementi imprescindibili
per una valutazione propriamente teologica del cosiddetto
“nuovo sacro” emergente e delle sue espressioni postmoderne.
2.
Linee per
una riflessione a livello fondativo sul tema del monoteismo
cristiano
Una scelta tematica tutt’altro
che indifferente rispetto al nostro tema del monoteismo
è quella che pone al centro della riflessione il carattere
peculiare e in certo senso profondamente originale caratterizzante
la fede d’Israele e la cosiddetta “fede di Cristo”. Come
è arcinoto il livello della riflessione e dell’elaborazione
teoretica della dottrina su Dio, sia in ambito ebraico che
cristiano, è sempre comunque ulteriore rispetto al vissuto esperienziale e storico di un popolo o di una comunità,
che in primo luogo esperisce a salvezza che il Dio trascendente
dona e realizza. Si tratta di una disposizione inclusiva
che risulta di fatto sia nel primo che nel secondo testamento.
Nel primo, Israele sperimenta innanzitutto la presenza salvifica
e liberatrice di Jhwh e solo in un secondo momento attribuisce
al Dio che l’ha salvato la creazione del cosmo, nel secondo,
la comunità credente incontra e attesta in primo luogo il
mistero della passione-morte-risurrezione del Cristo, per
riconoscerlo in un secondo momento come elemento costitutivo
dell’attività creatrice di Dio. E questa modalità di percezione-apprendimento
dell’auto-manifestazione di Dio risulta di fatto confermata
nell’esperienza credente di ogni generazione: a ciascuno
di noi Dio si è fatto incontro, manifestandosi, anzitutto
attraverso un gesto salvifico come il battesimo, l’inserimento
in una comunità di fede e la sua testimonianza, solo in
un secondo momento ci si apre alla riflessione intorno,
ad esempio, alla sua esistenza e al suo carattere fondativo
rispetto al cosmo e all’uomo. Basti pensare che gli argomenti
addotti come vie e sentieri della ragione per affermare
l’esistenza dell’Assoluto trascendente verranno nella storia
elaborati da maestri del pensiero che riflettono e vivono
un’esperienza di fede, spesso autenticata dalla santità.
L’incontro esperienziale e vissuto col Dio di Gesù Cristo
precede ed include le affermazioni speculative relative
all’Assoluto trascendente, alla sua esistenza e alle sue
perfezioni.
Intrecciando
sia il momento esperienziale che quello riflessivo, mi sembra
utile per il nostro discorso intorno alla pecularietà del
rapporto che Israele percepisce col suo Dio il richiamo
alla metafora sponsale, elaborata come è noto in maniera
tutta particolare nei testi profetici di Osea. Qui “l’amore
umano diventa il paradigma per parlare dell’amore di Dio
per l’uomo e della risposta umana a Dio che è amore”,
con un cambio di paradigma che sostituisce alla simbolica
di tipo politico, prevalente nella esposizione classica
della categoria sinaitica dell’alleanza, una “analogia psicologica”.
L’esperienza dell’unicità di Dio in questa prospettiva attiene
dunque all’esperienza dell’unicità dell’amore uomo/donna,
per cui come nell’esperienza dell’innamoramento l’amato
è un unicum per l’amata (e naturalmente viceversa),
così Dio è unico per il credente. Le tentazioni dell’idolatria
e del politeismo (che il NT richiama per es. in quel passaggio
di At 17, 16, dove Paolo freme di sdegno al vedere
la città di Atene piena di idoli) possono dunque essere
lette alla luce della metafora stessa nella linea della
prostituzione e dell’adulterio, mentre l’unicità di Dio
(e qui il collegamento del testo profetico con l’alleanza
sinaitica è evidente) si esprime attraverso l’antropomorfismo
della gelosia: “[…] io, il Signore, sono il tuo Dio, un
Dio geloso” (Es 20,5). Se situato e interpretato
in questa prospettiva, il monoteismo veterotestamentario
intanto si carica di un orizzonte agapico che apre ala novità
del Dio di Gesù Cristo, mentre d’altra parte la sua acquisizione
religiosa prima e teologica poi non risulta provenire da
una mera contrapposizione rispetto al politeismo dominante
nelle culture e nelle religioni vicine e contemporanea a
quelle dell’Israele biblico. Del resto in quel magnifico
testo che è il suo commento al simbolo apostolico, Tommaso
d’Aquino, nel descrivere i doni della fede, richiama in
primo luogo appunto la metafora sponsale, per cui “mediante
la fede l’anima si unisce a Dio, per quella sorta di matrimonio
spirituale descritto da Osea: «Ti fidanzerò con me in un
patto fedele» (Os 2,22)”.
La dinamica sponsale qui richiamata consente, all’interno
della rivelazione veterotestamentaria una vera e propria
reinterpretazione dell’altra metafora teologica, quella
concernente la paternità di Dio: “Secondo l’intuizione di
Paul Ricoeur, dobbiamo toccare il «grado zero» della figura
del padre per osare infine invocare Dio come padre. È questo
l’itinerario di pensiero che si manifesta nei profeti (Osea,
Isaia e Geremia). Ma, in tal caso, il Dio Padre non è più
solamente l’antenato, la figura dell’origine [come accadrebbe
nell’esperienza di Echnaton]. Egli è il padre di una nuova
creazione, di una nuova alleanza. Inoltre, Dio è invocato
come Padre con una sorta di linguaggio indiretto […]. Ed
al fine di evitare di identificare la figura del Padre con
quella di un genitore o di un dominatore, essa viene completata
in Osea da quell’altra figura parentale: quella di
sposo”.
Ma
questa prospettiva della pecularietà declinata questa volta
in chiave paterna consente di aprire il passaggio al tema
dell’esperienza religiosa di Gesù ovvero della “fede di
Cristo”. La problematicità di questa seconda formulazione
è ben posta in rilievo già da von Balthasar, che nel suo
famoso saggio di Sponsa Verbi, sottolinea che il
ritegno anche neotestamentario a parlarne deriva dal fatto
che “questo atteggiamento prototipico è stato nel suo foro
interiore così perfetto e quindi così inesprimibile che
il designarlo con lo stesso termine in uso per l’imitazione
che ne facciamo noi, rischia di sopprimere la distanza fra
l’uno e l’altra. Per l’atteggiamento fondamentale del Figlio
dell’uomo di fronte a Dio il Nuovo Testamento non ha un
vocabolo globale e preciso. Esso è una luce così fulgida
che noi possiamo sopportarla e darle un nome solo dopo averla
decomposta nei suoi aspetti particolari e guardandola nel
riflesso che ha in noi”.
La scomposizione prismatica dell’esperienza di Dio che la
lettura e l’interpretazione del vissuto di Gesù offrono
mostra sul piano esegetico, a partire dalla distanza rispetto
all’orizzonte religioso del Battista, particolari sviluppi
rispettivamente nell’ottica della regalità di Dio, della
sua scelta per i poveri, della sua dimensione escatologica
e della sua orazione.
Sotto
quest’ultimo profilo va notato che il
tema della paternità divina nel Nuovo Testamento può essere
indagato a partire dai i tre luoghi in cui alla parola greca
patèr si affianca il termine aramaico
abbá [= Mc 14,36 – Rm 8,15 – Gal 4,6]. In particolare
il testo di Mc 14,36, che appartiene alla preghiera del
Getsemani, da un lato mostra il contesto eucologico il cui
la metafora di Dio Padre si esprime, dall'altro impedisce
un'interpretazione dell'amore paterno di Dio in termini
di languore romantico, che darebbero adito alla sacrosanta
critica di Sequeri al romanticismo teologico. Il rapporto
col padre dice insieme confidenza e tenerezza, ma anche
la necessità di compiere il suo volere, sicché il volto
paterno di Dio è anche quello della sua volontà, che si
esprime e va attuata spesso nell'asprezza (termine böhmiano)
e nella fatica della croce. Come sostiene J. Gnilka nel
suo commento al testo marciano, quella che in origine era
una forma espressiva infantile (= abbá), all'epoca di Gesù
veniva usata già come allocuzione sia per lo status enphaticus
(= il Padre), come pure per la formula "mio e nostro
padre", ma solo in rapporto al padre terreno. “L'allocuzione
Abbá deve però essere vista come un elemento specifico del
linguaggio di Gesù, non limitata solamente a una particolare
preghiera. Se l'Abbá si incontra esclusivamente in questo
passo della passione, ciò depone a favore dell'immagine
di Gesù che la prima comunità ha conservato. Essa potrebbe
corrispondere all'atteggiamento con cui egli è entrato nella
passione” e quindi indicare insieme
confidenza e difficoltà nell'accingersi a compiere la volontà
del Padre.
Quanto
al contenuto dell’esperienza di Dio-padre va comunque altresì
precisato che il linguaggio teologico dovrà aver premura
di operare un adeguato discernimento, onde escludere l'applicazione
di fuorvianti meccanismi di sostituzione o di proiezione rispetto alla paternità divina. Piuttosto si tratta, ancora
una volta spinti dalla parola di Dio, di attivare la dinamica
della fondazione così come viene suggerita dalle parole
della lettera agli Efesini cap. 3 in cui si trova
(unica volta nel NT) il termine paternità, termine che ci
viene suggerito di tradurre con “stirpe”. L’esperienza della paternità
divina, nel contesto della rivelazione neotestamentaria,
e quindi in primo luogo sulla bocca di Gesù (Mc 14, 36:
“E diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana
da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò
che vuoi tu»”) e subordinatamente su quella dei discepoli (Rm 8,15: “E voi
non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella
paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per
mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!»” e Gal 4,6: “E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio
ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che
grida: Abbà, Padre!”) suggerisce ed impone un discernimento
teologico, non tanto nella linea dell'analogia di attribuzione
e di proporzione, bensì soprattutto nella direzione dell’analogia
proportionalitatis, dove in primo piano è posto
il rapporto fra i termini rispetto ai contenuti cui i termini
rimandano. Sviluppata sia in un orizzonte trinitario che
in prospettiva ontologica, come nell'interpretazione di
Eberhard Jüngel, l’analogia proportionalitatis diventa
così analogia relationis.
Eccoci dunque ad un punto cruciale della
nostra interpretazione teologica del monoteismo cristiano.
Se “con il suo Dio Aton, Echnaton ha in comune un tratto
particolare: quello di essere un solitario”,
non è certo questa la condizione di Gesù e del cristiano,
nonostante l’esperienza kenotica dell’abbandono di Dio:
“la dottrina cristiana di Dio è caratterizzata dal fatto
che, per amore di Cristo, essa parla e deve parlare del
Dio trinitario. La dottrina trinitaria è lo specifico
cristiano nel concetto di Dio”. In quanto tale
il cristianesimo si pone al di là e oltre ogni monarchismo
totalizzante, ma anche supera ogni tendenza all’esasperazione
della pluralità e alla sua deriva frammentaria. Per queste
sue fondamentali caratteristiche il monoteismo cristiano
è in grado di esercitare il duplice atteggiamento della
simpatia e della profezia in rapporto alle forme politeistiche
storicamente ed attualmente date e al ritorno del sacro
neopagano, ma anche in rapporto ad ogni tendenza monarchiana,
che finisce col proporre un Dio solitario e dispotico, cui
l’uomo occidentale si è già vigorosamente opposto elaborando
forme atee di pensiero e di prassi, prodotte spesso dalla
percezione di avere di fronte un Dio nemico dell’uomo.
3.
Conclusioni: la valenza speculativa
del monoteismo trinitario
Senza
alcuna pretesa di esaustività mi preme concludere richiamando,
o meglio semplicemente evocando, attraverso il ricorso a
due maestri del pensiero credente, la valenza speculativa
del mistero del Dio unitrino, secondo un duplice percorso:
a) quello che mostra, attraverso quella che ritengo essere
stata l’elaborazione più compiuta dell’ontologia trinitaria
ossia la teosofia rosminiana, la congruenza “razionale”
del dogma trinitario e b) il carattere paradossale, ovvero
antinomico della fede cristiana nel Dio unitrino, così come
è stato espresso nel capolavoro di Pavel Florenskij.
La
rivelazione dell'essenza di Dio come uno e trino ha per
Rosmini una ricaduta filosofica di enorme portata. Egli
ad esempio accenna alla mirabile soluzione del problema
dell'uno e del molteplice, che il Cristianesimo propone:
“Escluso dunque il sistema degli unitarî, come impossibile,
rimane che ci sia qualche molteplicità coeterna all'essere.
Ma questa non deve togliere la perfetta unità e semplicità
dell'essere; e quindi la difficoltà di quell'antinomia,
che ha fatto delirare, se mi si permette di così esprimermi,
la filosofia di tutti i secoli, a cui Cristo ha soddisfatto,
ma rivelando il mistero. Dal qual mistero però venne un
rinforzo di luce alla stessa intelligenza umana, che si
mise all'opera di rispondere in qualche modo a quel problema
più istrutta e cautelata contro gli errori”. Il mistero dell'amore trinitario non
può lasciare indifferente il filosofo, al quale anche “convengono
quelle nobilissime e verissime parole, che diceva Gregorio
della Triade augustissima: «Mi sforzo di comprenderne l'unità,
e già i raggi ternari splendono intorno a me: tento di distinguerli,
e già mi hanno ricacciato nell'unità». Questo sublime mistero
- continua il Roveretano - dunque è il profondo e immobile
fondamento, su cui si possa innalzare l'edificio non solo
della dottrina soprannaturale, ma anche della Teosofia razionale,
ond’è veramente tÁj cristianîn œfore qeosof…aj come fu chiamato da un Padre
della Chiesa [Dionigi nella Teologia mistica]. Dal
che, essendo dimostrato, se ne avrà questa conseguenza importante,
che alla divina rivelazione la stessa Filosofia dovrà la
sua perfezione, l'inconcussa sua base, e il suo inarrivabile
fastigio".
Giustamente il Roveretano cita in greco il famoso testo
dello Pseudo-Dionigi, dato che anche qualche recente traduzione
italiana preferisce rifugiarsi nella più rassicurante "sapienza
divina", rinunciando all'esoterismo che la parola “teosofia”
certamente contiene. Ed è davvero sorprendente che in questo
contesto venga richiamato l'autore che, a detta di Étienne
Gilson, ha elaborato una dottrina delle idee che costituisce
"una delle tentazioni permanenti del pensiero medievale",
e diremmo noi non solo della cristianità filosofica, bensì
della filosofia cristiana. Vale la pena riportare a questo
punto il breve testo dell'invocazione alla Trinità, preludio
della Teologia mistica, con la quale il Rosmini della
Teosofia si sente particolarmente in sintonia: “Trinità
sovrasostanziale superdivina e superbuona, custode della
teosofia dei cristiani, conduci noi direttamente al vertice
superinconoscibile e splendido e altissimo delle Scritture
occulte, là dove i misteri semplici e assoluti e immutabili
della teologia sono svelati, nella caligine luminosissima
del silenzio che insegna in modo arcano; caligine che fa
risplendere in maniera superiore nella massima oscurità
ciò che è splendidissimo, e che in maniera esuberante riempie
le intelligenze prive di occhi di splendori meravigliosi,
nella piena intangibilità e invisibilità”.
L’elucidazione
della valenza speculativa (addirittura teosofica o razionale)
del monoteismo trinitario non deve tuttavia illudere circa
il carattere, che in Rosmini si dice “misterioso”, in Florenskij
antinomico e che noi chiameremmo paradossale del dogma in
cui si esprime la fede cristiana nel Dio unitrino. Scrive
il teologo russo: “Il raziocinio deve esigere la trinità
nell’unità, ma non la può comprendere e così condanna se
stesso. Per poter sentire nell’esperienza questa
esigenza, questo postulato della ragione (sempre che sia
possibile averne l’esperienza!), la ragione deve pensarlo,
deve costituirsi una forma nuova e per giungervi
deve vincere il raziocinio, l’unica cosa che c’è in noi
di ingiustificato. Perciò la ragione non sarebbe mai potuta
arrivare da sé a questa combinazione; solo l’autorità
«di Colui che ha il potere» può costituire il punto d’appoggio
per questo sfozo”. La fede nel Dio unitrino esige dunque
un “nuovo pensiero” o se si vuole un “pensare altrimenti”
e stimola una speculazione che, senza nulla togliere all’autonomia
del filosofare, anzi la esalta e le consente di raggiungere
vertici insperat.