0.
Premesse:
la prospettiva epistemologica della riflessione.
Il compito che mi accingo ad eseguire mi offre occasione
di sottolineare il carattere dinamico e insieme comunitario
della ricerca di cui propongo alcuni risultati parziali,
che trova nella specializzazione di Teologia fondamentale
(=d’ora innanzi TF) della Pontificia Università Lateranense
il suo grembo e il suo destinatario privilegiato. Poiché
non sembra più il tempo di espressioni individuali del sapere
teologico, mentre si impone con sempre maggior urgenza il
tentativo di superare la frammentazione che tale sapere
di riflesso sperimenta e che non manca di assumere la forma
di una sorta di disperazione epistemologica, il lavoro di
squadra e il confronto dialettico con prospettive diverse
si impone come uscita di sicurezza quasi obbligata per non
soccombere all’apofatismo e all’individualismo. Sono pertanto
grato per questa ulteriore possibilità di confronto che
mi viene offerta, mentre avverto che quanto propongo pur
essendo il frutto della mia personale riflessione, si nutre
dell’apporto innanzitutto dei colleghi che condividono lo
stesso ambiente di ricerca e di insegnamento e in esso lavorano.
La
prospettiva del mio contributo sarà soprattutto epistemologica
e tuttavia lascerò che lo schematismo soggiacente appaia
piuttosto in filigrana rispetto alla trattazione del tema,
dispensando me stesso e chi mi ascolta dalla elucidazione
previa dello statuto epistemologico, sempre discusso e discutibile,
dell’ambito disciplinare che assumo, ossia la teologia fondamentale.
0.1.
Tentativo di evitare sia una epistemologia formalistica
sia un’epistemologia integralistica e di offrire una prospettiva
dialogica.
L’impegno assunto intende escludere in primo
luogo una epistemologia di tipo formalistico, di cui si
faccia carico una sorta di meta-disciplina (quale appunto
l’epistemologia tout court pretende di essere) chiamata
a disegnare i confini ed attribuire i compiti ai diversi
ambiti del sapere. Non infatti di dover ricorrere ad una disciplina
superiore (che presupporrebbe l'esercizio di strumenti sterili
o di una ragione separata dalla storia e dal reale), cui
sia affidato il compito di disegnare la mappa delle conoscenze
concernenti un determinato oggetto e provenienti da ambiti
scientifici diversificati. Al contrario ciascuna area disciplinare
o ciascuna forma del sapere è chiamata ad elaborare una
propria epistemologia, in cui situare ed organizzare i diversi
approcci sia interni al proprio stesso settore, sia provenienti
dall'esterno. Avremo, come di fatto abbiamo, tante epistemologie
del fatto/fenomeno religioso quante sono le aree disciplinari
e le forme del sapere che se ne occupano e la loro plausibilità
dipenderà dalla capacità di esprimere fedelmente e scientificamente
l'oggetto formale che loro appartiene. Dichiarare in partenza
l'ambito entro cui un lavoro, sia pure interdisciplinare
come il nostro, si situa non è solo questione di buona educazione
nei confronti di chi partecipa ad un Colloquio o legge un
libro e di chi ha dovuto preparare un singolo intervento,
necessariamente settoriale, bensì ci sembra determinante
ai fini della chiarificazione degli intenti e dei ruoli,
necessariamente differenziati, che di fatto vengono attribuiti
agli esiti delle singole ricerche.
In secondo luogo questa
volta a livello contestuale, come si esclude una prospettiva
formalistica, così va accuratamente evitata una impostazione
integralistica del tema. Il fondamentalismo sempre in agguato
– e tuttavia non si può tacere o fare epoché
dell'appartenenza dello studioso ad un contesto culturale,
che, precedendo la sua ricerca, fa sì che essa ne
sia comunque espressione. Nessuno, infatti, può prevedere
di porsi in una situazione di equidistanza rispetto alle
esperienze umane che pretende di decifrare con la propria
ricerca, quasi si trovasse in un laboratorio asettico o
su un qualche satellite, che lo immunizzi da ogni coinvolgimento
storico-culturale. L'ambiente, la lingua, la cultura di
appartenenza costituiscono un background da cui non ci si
può liberare in assoluto e a tale background appartiene
anche la religione. Lo stesso agnosticismo, o ateismo o
indifferenza religiosa del ricercatore non costituiscono
affatto delle garanzie di equidistanza, al contrario valgono,
spesso anche con peso maggiore della stessa appartenenza
credente, a situarlo in un orizzonte particolare: "Oui;
mais il faut parier. Cela n'est pas volontaire, vous êtes
embarqué. Lequel prendrez-vous donc?". La "professione
dei contrari" si declina qui nei termini della corrispondenza
fra appartenenza e coinvolgimento in un'esperienza religiosa
e possibilità di approfondimento critico e speculativo
della stessa. L'amore non esclude, ma precede, accompagna
e invera la conoscenza, senza sovrapporsi ad essa, bensì
fornendole una sorta di grembo nel quale e dal quale esprimersi
vitalmente. La presunta "laicità" di certo
scientismo non è affatto apportatrice di autentica
scientificità. Bisogna pertanto diffidare di dichiarazioni
di neutralità, in nome dell'esercizio di una ragione
(filosofica o scientifica) separate, che precedono o accompagnano
studi sull'esperienza religiosa, anzi è quello il
caso in cui occorre esercitarsi con maggior impegno a smascherare
i presupposti contestuali di quanto ci viene proposto.
Lo stesso Lonergan,
nel suo Method in Theology, sebbene inquadri l’analisi dell’esperienza
religiosa nell’ambito dell’autotrascendersi dell’uomo, allorché
la descrive più dettagliatamente ricorre alla metafora dell’innamoramento
e, riportando il pensiero di Friedrich Heiler, afferma:
“c’è una realtà trascendente; essa è immanente nel cuore
dell’uomo; è suprema bellezza, verità, giustizia, bontà,;
è amore, misericordia, compassione; la via per andare a
lei è il pentimento, il rinnegamento di sé, la preghiera;
questa via importa l’amore del prossimo, anche dei propri
nemici; e ancora questa via consiste nell’amore di Dio,
cosicché la beatitudine è concepita come conoscenza di Dio,
unione con lui, o dissoluzione in lui. Ritengo non sia difficile
vedere come queste sette caratteristiche comuni alle religioni
mondiali sono implicite nell’esperienza di essere innamorati
in modo illimitato. Essere innamorati è essere innamorati
di qualcuno [...]. Ho concepito l’essere innamorati di Dio
come l’adempimento sommo della capacità che l’uomo ha di
autotrascendersi. Questa concezione della religione è sostenuta
quando Dio viene concepito come l’adempimento supremo delle
nozioni trascendentali, cioè come la suprema intelligenza,
verità, realtà, giustizia, bontà”.
Qualora il
precedente riferimento a Pascal (e implicitamente ad Agostino)
ingenerasse il dubbio che qui si intenda proporre una concezione
fideistica del rapporto fra l'esperienza religiosa e le
diverse forme di approccio ad essa, e per ulteriormente
esplicitare il nostro intento, non ci resterebbe che rimandare
alle pagine di Wahrheit und Methode, nelle quali uno dei
mostri sacri del pensiero ermeneutico contemporaneo, nell'esporre
la propria "teoria dell'esperienza ermeneutica",
ribaltando le tesi del neutralismo illuministico, sulla
scia della scoperta heideggeriana della pre-comprensione,
propone il recupero del pregiudizio (ed in particolare dell'autorità
e della tradizione) come elementi costitutivi della coscienza
storica e del sapere che ne deriva. Anche qui convivono
appartenenza e distanza critica come fondamentali condizioni
di possibilità del conoscere: "Il senso dell'appartenenza,
- scrive Gadamer - cioè il momento della tradizione, si
concreta così, nel rapporto storico-ermeneutico, nella forma
del comune possesso di determinati pregiudizi fondamentali
e costitutivi. L'ermeneutica deve muovere dal fatto che
colui che si pone a interpretare ha un legame con la cosa
che è oggetto di trasmissione storica e ha o acquista un
rapporto con la tradizione che in tale trasmissione si esprime.
D'altra parte, la coscienza ermeneutica sa che non vi può
essere, nei confronti dell'oggetto, un legame immediatamente
valido e indiscusso, come quello che si realizza all'interno
di una tradizione non interrotta e sempre accettata. In
realtà, si verifica invece una polarità di familiarità ed
estraneità, ed è su di essa che si fonda il compito dell'ermeneutica
[…]".
La peculiarità dell'"oggetto"
impone, dunque, il coinvolgimento. Nel suo provocatorio
Credere di credere, Gianni Vattimo, da buon seguace ed epigono
del pensiero ermeneutico, esprime così il metodo e il tipo
di scrittura che intende proporre al lettore: "[…]
il tema della religione e della fede sembra richiedere una
scrittura necessariamente «personale» e impegnata",
laddove purtroppo per lui "personale" significa
semplicemente soggettiva, nel senso più radicalmente soggettivistico.
Resta comunque senz'altro condivisibile l'affermazione secondo
cui "nessuno di noi, nella nostra cultura occidentale
- e forse in ogni cultura - comincia da zero nel caso della
questione della fede religiosa". Il sapere credente è riuscito
ad esprimere e teorizzare la dimensione personale e insieme
oggettiva ed universale del discorso sulla religione in
una memorabile pagina della Grammatica dell'assenso di John
Henry Newman: "In fatto di religione un uomo può parlare
a proprio nome, e solo a proprio nome. La sua esperienza
basta ad autorizzarlo a parlare di sé; di farsi portavoce
altrui egli non ha il diritto; non può pretendere di far
legge per tutti, ma solo di conferire la sua esperienza
al cumulo della esperienza psicologica comune. Sa che cosa
lo ha soddisfatto e lo soddisfa, e che se soddisfa lui probabilmente
soddisferà anche altri; se è così, come egli è convinto
che sia, allora ciò che egli ne dice varrà anche per gli
altri: perché la verità è una".
0.2. Oltre il modello “ermeneutico” e verso un
modello fondativo-contestuale della TF in prospettiva sacramentale.
L’articolazione
della tematica del rapporto religione/religioni dal punto
di vista teologico-fondamentale segue lo svolgimento di
quel modello fondativo-contestuale della teologia fondamentale,
che abbiamo avuto modo di teorizzare in altre occasioni
e che si incarica di interpretare la Rivelazione in chiave
e in prospettiva sacramentale.
Senza indulgere più del necessario nella tematizzazione
epistemologico-formale di tale modello ed esibirne in questa
sede esaustivamente le motivazioni, ci preme tuttavia indicarne
schematicamente le coordinate. L’orizzonte o prospettiva
sacramentale, entro cui si inscrive il modello fondativo-contestuale
di teologia fondamentale adottato, nasce dalla convinzione
relativa alla necessità di un serio ed equilibrato superamento
del modello ermeneutico, imperante nel sapere della fede
in età postmoderna.
Sembra a chi scrive che tale modello abbia ormai esaurito
le sue possibilità e la sua espressività in ordine allo
statuto epistemologico della teologia, e ciò nonostante
gli ineludibili guadagni che ha prodotto e che, essi stessi,
spingono ad andare oltre (basterà richiamare qui l’ingresso
della coscienza storica nel sapere della fede e le possibilità
di un fecondo dialogo con il sapere filosofico). Né ci sembra
plausibile una riformulazione della teologia in chiave “fenomenologica”,
se e nella misura in cui il riferimento è interpretato entro
i canoni riconosciuti della fenomenologia di matrice husserliana,
ma che ovviamente si esprime e realizza in una molteplicità
di modi, di scuole, di autori, come del resto l’ermeneutica
filosofica e teologica. L’assunzione della prospettiva sacramentale
presenta a mio avviso il vantaggio per il teologo di non
dover assumere (sul piano beninteso ispiratore) categorizzazioni
filosofiche elaborate al di fuori del contesto cristiano,
ma di far riferimento alla stessa filosofia cristiana, ossia
al pensiero sgorgante dalle viscere della cristiana religione
(espressione rosminiana), anch’essa espressa e consegnata
in una molteplicità di modi e figure. Basterà qui richiamare
il nome di Maurice Blondel perché ci si possa rendere facilmente
conto almeno approssimativamente di quanto qui intendiamo
esprimere. E ciò in linea con la preziosa indicazione contenuta
nella Fides et ratio, secondo cui: “In aiuto alla ragione,
che cerca l'intelligenza del mistero, vengono anche i segni
presenti nella Rivelazione. Essi servono a condurre più
a fondo la ricerca della verità e a permettere che la mente
possa autonomamente indagare anche all'interno del mistero.
Questi segni, comunque, se da una parte danno maggior forza
alla ragione, perché le consentono di ricercare all'interno
del mistero con i suoi propri mezzi di cui è giustamente
gelosa, dall'altra la spingono a trascendere la loro realtà
di segni per raccoglierne il significato ulteriore di cui
sono portatori. In essi, pertanto, è già presente una verità
nascosta a cui la mente è rinviata e da cui non può prescindere
senza distruggere il segno stesso che le viene proposto.
Si è rimandati, in qualche modo, all'orizzonte sacramentale
della Rivelazione e, in particolare, al segno eucaristico
dove l'unità inscindibile tra la realtà e il suo significato
permette di cogliere la profondità del mistero. Cristo nell'Eucaristia
è veramente presente e vivo, opera con il suo Spirito, ma,
come aveva ben detto san Tommaso, « tu non vedi, non comprendi,
ma la fede ti conferma, oltre la natura. E un segno ciò
che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi ». Gli fa
eco il filosofo Pascal: «Come Gesù Cristo è rimasto sconosciuto
tra gli uomini, così la sua verità resta, tra le opinioni
comuni, senza differenza esteriore. Così resta l'Eucaristia
tra il pane comune». La conoscenza di fede, insomma, non
annulla il mistero; solo lo rende più evidente e lo manifesta
come fatto essenziale per la vita dell'uomo: Cristo Signore
«rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche
pienamente l'uomo all'uomo e gli fa nota la sua altissima
vocazione», che è quella di partecipare al mistero della
vita trinitaria di Dio.(19)” (FeR 13).
0.3. La pertinenza teologico-fondamentale della
riflessione sulla religione e sulle religioni.
Riflettere
sui diversi approcci alla religione da un punto di vista
teologico rimanda immediatamente alla connotazione fondamentale
di tale tematizzazione e ciò per almeno un duplice ordine
di motivazioni. In primo luogo in quanto sembra ormai acquisita
la vocazione epistemologica della teologia fondamentale
sia ad intra, ovvero in rapporto al sapere teologico nel
suo complesso e nella sua articolazione, sia ad extra: la teologia fondamentale,
nonostante i ricorrenti tentativi di ridurla ad una sorta
di introduzione alla dogmatica, è e rimane costitutivamente
un’area disciplinare di frontiera, essendo chiamata a riflettere
sui rapporti della teologia con le altre forme del sapere
e a porsi in ascolto delle risultanze contenutistiche provenienti
dagli altri mondi epistemici, in particolare allorché essi
si occupano di tematiche, che anche la teologia affronta
dal proprio punto di vista.
L'esperienza religiosa e il fatto/fenomeno della religione
costituisce indubbiamente uno di questi contenuti fondamentali
per il sapere teologico ed esige, data la particolare complessità
dell'oggetto, un approccio interdisciplinare.
In secondo
luogo, sul piano contenutistico, la problematica della religione
è tipica della teologia fondamentale e ciò ad un duplice
livello. In prima istanza il trattato teologico de religione
appartiene tradizionalmente a tale area disciplinare.
In tale ambito, la teologia, allorché ed in quanto si occupa
della religione, non può esimersi dal compito - comune alle
altre forme del sapere che si occupano dello stesso oggetto
- di definire/descrivere quanto intende studiare,
per verificare e/o falsificare cammin facendo tale ipotesi
di lavoro e per giungere ad una elaborazione plausibile
di tale oggetto dal proprio punto di vista. Ma qui siamo
ancora a livello introduttivo. Ciò che ulteriormente rende
specificamente teologico-fondamentale tale riflessione è
l'ulteriore compito di mostrare la peculiarità dell'esperienza
religiosa, fra le altre esperienze umane fondamentali, per
passare ad ulteriormente descrivere il compiersi ed il trascendersi
di tale esperienza nella fede cristologica e trinitaria.
La sensibilità degli autori e delle scuole potrà (come di
fatto accade) anche impostare il cammino in direzione opposta,
ossia proporsi di diffondere la luce dell'evento fondatore
accolto nell’adesione credente, sulla peculiare esperienza
umana religiosa, che rimanda all'uomo, ai suoi gemiti, alle
sue attese, alle sue gioie e alle sue passioni. Qualunque
percorso si intenda attivare resta per il teologo fondamentale
la riflessione sul rapporto, certamente dialettico, tra
fede cristologica e religione, dove non ci si può esimere
dall'istruire una risposta plausibile alla domanda se e
in che misura il Cristianesimo sia una religione. Questione
ardua e comunque imprescindibile per il dialogo interreligioso.
Ponendosi in
questo ambito, ma non solo in esso, la quaestio de religione
incrocia da un lato la quaestio de veritate e dall'altro
la quaestio de revelatione. Il dialogo col sapere filosofico
risulta quanto mai necessario e ad entrambi i livelli. Il
primo, infatti, richiama, da un lato l'istanza veritativa
del sapere teologico e dei suoi presupposti, dall'altro
la tematica del de vera religione, che il teologo onesto
non può glissare alla maniera del Nathan der Weise, con
una sorta di parabola dei tre anelli,
che nel frattempo si sono notevolmente moltiplicati. Il
secondo livello suggerisce la necessità del confronto non
solo con la filosofia della religione, bensì anche con la
filosofia della rivelazione, o, se si vuole, con la valenza
filosofica e speculativa, nell'orizzonte contemporaneo particolarmente
avvertita, della rivelazione, sempre naturalmente in rapporto
alla verità e al suo donarsi in forma rivelativa.
In seconda
istanza la teologia delle religioni è dal suo sorgere situata
in quel settore del sapere teologico che risponde al nome
di teologia fondamentale. Il documento della Commissione
Teologica Internazionale su "Il Cristianesimo e le
religioni", dell'autunno 1996, dal quale non si può
prescindere nella trattazione di queste tematiche, richiama
una certa indecisione epistemologica concernente lo statuto
di questa disciplina. La sua connotazione fondamentale ci
sembra comunque acquisita sia nel caso in cui si preferisse
impostare la problematica nell'ambito della dimensione cosmica
della rivelazione e dell'alleanza, sia nel caso in cui si
preferisse trattarla in chiave trascendentale, seguendo
una delle due direzioni impresse al trattato nella teologia
pre-conciliare, che tanto rilievo ha avuto nel suggerire
l'impostazione del Vaticano II a riguardo. Ecco come il
documento stesso descrive tali orientamenti: “Nella
teologia cattolica anteriore al Vaticano II si rilevano
due linee di pensiero in relazione al problema del valore
salvifico delle religioni. Una, rappresentata da Jean
Daniélou, Henri de Lubac e altri, ritiene che le
religioni si fondino sull'alleanza con Noè, alleanza
cosmica che comporta la rivelazione di Dio nella natura
e nella coscienza, e che è diversa dall'alleanza
con Abramo. In quanto conservano i contenuti di questa
alleanza cosmica, le religioni contengono valori positivi,
che però, in quanto tali, non hanno valore salvifico. Sono
«segnali di attesa» (pierres d'attente), ma
anche «pietre di inciampo» (pierres d'achoppement),
dovute al peccato. Essi, da soli, vanno dall'uomo a
Dio: soltanto in Cristo e nella sua Chiesa raggiungono il
loro compimento ultimo e definitivo. L'altra linea,
rappresentata da Karl Rahner, afferma che l'offerta della
grazia, nell'ordine attuale, raggiunge tutti gli uomini
e che essi hanno la coscienza certa, non necessariamente
riflessa, della sua azione e della sua luce. A motivo
della caratteristica di socialità propria dell'essere
umano, le religioni, in quanto espressioni sociali della
relazione dell'uomo con Dio, aiutano i propri seguaci ad
accogliere la grazia di Cristo (fides implicita) necessaria
per la salvezza e ad aprirsi all'amore del prossimo che
Gesù identifica con l'amore di Dio. In tal senso,
esse possono avere valore salvifico, sebbene contengano
elementi di ignoranza, di peccato e di perversione”
.
Se
nel prosieguo del documento prevale - come d'altronde è
normale in una presa di posizione quasi magisteriale - la
preoccupazione di evitare atteggiamenti di relativismo,
di pluralismo o di malinteso inclusivismo, cui soggiace
una concezione debolistica della verità e della salvezza
di cui l'evento Cristo è portatore per il mondo intero (altre
religioni comprese), gli stimoli alla elaborazione di una
corretta teologia delle religioni sono certo notevoli, soprattutto
perché tale trattazione, per essere fedele alla propria
vocazione teologica, non può ridursi alla semplice descrizione
delle esperienze religiose e dei valori di cui sono foriere,
senza alcun riferimento al Salvatore unico ed universale.
D'altra parte bisogna anche registrare che il testo del
documento non intende assolutamente riproporre un’impostazione
di tipo ecclesiocentrico ed esclusivista nella trattazione
di una problematica così delicata.
1.
L’Unico
e i molti.
L’intreccio
fra la questione relativa alla religione e quella concernente
le religioni richiama con evidenza la dialettica del rapporto
fra unità/pluralità del fatto/fenomeno religioso, che a
sua volta rimanda alla decisiva questione dell’unicità (singolarità)
/ universalità dell’evento cristologico.
1.1.
L’unità/pluralità del fatto/fenomeno religioso
e l’istanza veritativa ad esso sottesa.
In ordine al primo di questi rapporti
mi piace rimandare a un frammento eracliteo, a mio avviso
particolarmente significativo e suggestivo al tempo stesso:
Ð qeÕj ¹mšrh eÙfrÒnh,_____________________________
il dio [è] giorno notte,
ceimën qšroj,_____________________________________
inverno estate,
pÒlemoj e„r»nh,___________________________________
guerra pace,
kÒroj limÒj,______________________________________
sazietà fame,
¢lloioàtai de Ókwj pàr,___________________________
e si altera nel modo in cui
il fuoco,
ÐkÒtan summigÁi
quèmasin,_________________________ ogni volta che divampi mescolato
a spezie,
Ñnom£zetai kaq'¹don¾n ˜kV£stou____________________
riceve nomi secondo il piacere
di ciascuno
[Eraclito,
frammento 14 (A 91)]
Il
frammento sia nel testo di Eraclito che
nell'ermeneutica che ce ne offre il Colli mi sembra interpellare
in maniera forte e non estrinseca la tematica del presente
Convegno: 1) tutta la molteplicità del mondo, la sua “illusionistica
corposità”, la sua esaltante policromia, è un intreccio
di enigmi, un'apparenza del dio [= la pluralità delle esperienze
religiose e dei culti (esalazioni diverse)], 2) allo
stesso modo che un intreccio di enigmi sono le parole dei
sapienti, che tentano di nominare le manifestazioni del
sacro [= gli approcci e i settori del sapere che si occupano
della/e religione/i], manifestazioni del sensibile che costituiscono
le orme del nascosto. “Ma l'enigma si formula contraddittoriamente.
Eraclito non soltanto usa la formulazione antitetica nella
maggioranza dei suoi frammenti, ma sostiene che il mondo
stesso che ci circonda non è altro che un tessuto - illusorio
- di contrari. Ogni coppia di contrari è un enigma, il cui
scioglimento è l'unità = il dio che vi sta dietro”.
Alla sapienza presocratica farà eco a secoli
di distanza il filosofo della coincidentia oppositorum (ancora
la contraddizione) e della docta ignorantia (sapienza trascendente),
al quale si deve la formula dell' una religio in rituum
varietate. Non si tratta come una interpretazione
letterale potrebbe suggerire di una sorta di meta-religione,
che trascende ed include le più diverse espressioni cultuali
e religiose, né di un lessinghiano “cristianesimo della
ragione”, tanto riconciliato e conciliatore
da annullare le differenze e le appartenenze. Una corretta
interpretazione del De pace fidei non consente alcuna deriva
sincretistica, piuttosto suggerisce un inclusivismo cristologico
capace di abbracciare ogni espressione particolare di autentica
religiosità. Anche qui svolgono un ruolo importante i sapienti,
sebbene l'esito delle loro Vorlesungen risultai alla fine
decisamente improbabile.
1.2.
L’unicità (singolarità)/universalità
dell’evento cristologico e l’istanza soteriologica ad esso
sottesa.
Se la questione relativa alla unità/pluralità
del fatto/fenomeno religioso sottende una profonda istanza
veritativa la versione cristologica della stessa dialettica
in cui viene alla luce il rapporto dinamico fra singolarità e universalità dell’evento Cristo,
sottende a sua volta una altrettanto ineludibile istanza
soteriologica. E tuttavia bisogna pur riconoscere che le
due questioni con le relative sottese istanze si intrecciano
e si rincorrono vicendevolmente.
1.2.1.
La pretesa escatologica del Regno come fondamento
della singolarità/universalità.
Una prima interessante indicazione a livello
cristologico la rinveniamo nella impostazione del rapporto
singolarità/universalità, peraltro coerente con la sua prospettiva
generale, offertaci da Marcello Bordoni. In un suo saggio,
il teologo lateranense così si esprime: “Il motivo fondamentale
della singolarità-universalità di Gesù Cristo va ricercato
nella sua pretesa anticipatoria del Regno di Dio nella prassi
di Gesù e nella sua predicazione. [...] Ora questa pretesa
prolettica per cui il Regno di Dio inizia la sua azione
anticipatrice nella storia oggettiva, coinvolge la persona
di Gesù, le sue azioni e parole [orizzonte sacramentale
della rivelazione], mostrando così una chiara, anche se
implicita, valenza cristologica [...]. Questa considerazione
mi porta ad affermare, con W. Pannenberg, che l’enfasi posta
da Gesù sulla «presenza anticipatoria del Regno di Dio»
nella sua attività, nella sua valenza cristologica, legata
al coinvolgimento della sua persona ed opera, fonda sostanzialmente
quanto «in seguito venne reso esplicito dal linguaggio dell’incarnazione
e da titoli quali ‘Figlio di Dio’». Certamente questa pretesa
di Gesù ha trovato la sua definitiva conferma nell’evento
della risurrezione, ma non si può negare che l’affermazione
della Chiesa apostolica nel tempo post-pasquale circa la
singolarità-unicità dell’evento cristologico fondata sulla
dottrina dell’incarnazione che ne definisce pure le dimensioni
universali, era una verità appartenente già alla prassi
e predicazione dell’inizio del Regno da parte di Gesù: «Poiché,
attraverso lui, l’imminente futuro di Dio era divenuto presente,
non v’è spazio per altri approcci alla salvezza oltre lui»”.
1.2.2.
La ritualità nell’orizzonte
gesuano e della prima comunità credente.
Il forte
richiamo al Gesù storico e il rimando al livello gesuano
della singolare universalità cristologica pone il problema
dell’esperienza religiosa di Gesù, che il biblista Romano
Penna ci aiuta ad interpretare nel senso di una vera e propria
novità rispetto all’ambiente giudaico, eppure la “religione
di Gesù” si deve “giudaicamente comprendere” nella linea
suggerita dal termine ebraico aramaico che sta a designare
il “timore del Signore”, “soprattutto nel senso di quei
testi biblici in cui esso ha perso ogni connotazione puramente
emotiva di paura e diventa una cifra teologica molto alta,
coniugandosi ai concetti forti di servire Dio, amarlo e
aderire a Lui, sicché esso diventa «principio di sapienza»”.
Per quanto attiene il nostro tema va da un lato rilevato
come la religione di Gesù non possa in nessun modo essere
lessinghianamente intesa alla stregua della religione dell’umanità,
né dialetticamente contrapposta alla religione cristiana
e d’altra parte bisogna pur notare come essa cultualmente
si esprima nel senso della partecipazione ai riti ebraici,
al battesimo di Giovanni (peraltro gesto rituale posto in
polemica con l’ambiente sacerdotale) e soprattutto nella
preghiera. Gesù non pone dei riti propri ma compie dei gesti
e dice delle parole. La questione dell’eucaristia situata
nel grembo della ritualità della cena ebraica, qualora tale
ipotesi fosse accertata, consente di rilevare ulteriormente
questa differenza, senza tuttavia autorizzare una sorta
di demonizzazione del rito e del culto.
Sintomatico evidentemente risulta anche l’atteggiamento
della prima comunità cristiana. A riguardo così si esprime
il Penna: “A seguito della critica pur parziale condotta
da Gesù, la prima comunità di Gerusalemme prese le distanze
dalle liturgie sacrificali del Tempio, apparendo in ciò
piuttosto vicina agli esseni e ai battisti. Il Tempio resta
luogo di preghiera e tutt’al più luogo deputato per lo scioglimento
di un voto. Ma per Stefano e il suo gruppo è fatto oggetto
di forte critica [...]. Questo superamento del concetto
di luogo sacro, deputato ai riti di espiazione, raggiungerà
il suo culmine in Paolo, che definirà sorprendentemente
la comunità stessa ‘tempio di Dio’”.
1.2.3.
Salvezza e verità.
L’intreccio fra istanza veritativa
e istanza soteriologica che la duplice relazione unità/pluralità
del fatto/fenomeno religioso e unicità (singolarità)/universalità
dell’evento cristologico sottendono viene richiamata esplicitamente
nel già citato documento della Commissione teologica internazionale,
e posta in relazione alla tematica più propria della TF,
ossia alla rivelazione: “La questione della verità comporta
seri problemi di ordine teorico e pratico, tanto che in
passato ebbe conseguenze negative nell'incontro tra le religioni. Di qui la tendenza a sminuire o a relativizzare
tale problema, affermando che i criteri di verità valgono
soltanto per la propria religione. Alcuni introducono una
nozione più esistenziale di verità, considerando soltanto
la condotta morale corretta della persona, senza dare importanza
al fatto che le sue convinzioni religiose possano essere
condannate. Si crea così una certa confusione tra «essere
nella salvezza» ed «essere nella verità»: bisognerebbe piuttosto
collocarsi nella prospettiva cristiana della salvezza come
verità e dell'essere nella verità come salvezza. Tralasciare
il discorso sulla verità conduce a mettere superficialmente
sullo stesso piano tutte le religioni, svuotandole in fondo
del loro potenziale salvifico. Affermare che tutte sono vere equivale a dichiarare
che tutte sono false: sacrificare la questione della verità
è incompatibile con la visione cristiana”.
E, a proposito della rivelazione, ecco come si esprime il
documento: “La specificità e l'irripetibilità della rivelazione
divina in Gesù Cristo si fonda sul fatto che soltanto nella
sua persona si dà l'autocomunicazione del Dio trino.
Perciò, in senso stretto, non si può parlare di rivelazione
di Dio, se non in quanto Dio dà se stesso: così Cristo è
insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione
(Dei Verbum, n. 2). Il concetto teologico di rivelazione
non si può confondere con quello della fenomenologia religiosa
(sono religioni di rivelazione quelle che si considerano
fondate su una rivelazione divina).
Solamente in Cristo e nel suo Spirito, Dio si è dato
completamente agli uomini; quindi soltanto quando questa
autocomunicazione si fa conoscere, si dà la rivelazione
di Dio in senso pieno. Il
dono che Dio fa di se stesso e la sua rivelazione sono
due aspetti inseparabili dell'evento di Gesù”.
La teologia fondamentale si sentirà interpellata a mettere
a tema il rapporto fra verità come adaequatio e verità come
revelatio in modo che non venga semplicemente dissolta la
prima istanza nella seconda e senza d'altra parte tornare
su posizioni neoscolastiche ormai superate.
Tralasciando i risvolti pneumatologici della
questione e limitandoci all'ambito cristologico,
risulta evidente come sullo sfondo della tematica religiosa
affrontata in prospettiva teologica debba comunque restare
il riferimento alla unicità e universalità della salvezza
cristiana, di cui l'evento Cristo è portatore. Anche nel
caso in cui tale affermazione non viene affrontata esplicitamente,
il riferimento ad essa è per il teologo davvero imprescindibile
ed irrinunciabile. Lo richiede da un lato l'appartenenza
ad una comunità credente, che costituisce il grembo del
suo teologare, dall'altro la necessità di accogliere le
istanze e i contributi provenienti dai diversi ambiti del
sapere in un orizzonte unitario e caratterizzato nel senso
della teologia fondamentale, perché le singole esposizioni
non restino allo stato di frammenti non riconducibili ad
alcuna unità e l'iniziativa non contribuisca soltanto ad
aumentare il proprio bagaglio di nozioni, ma diventi momento
di crescita di un autentico sapere.
2.
La dimensione
contestuale della riflessione sulla/e religione/i: auditus
temporis ed intellectus fidei.
Nell’intento di mostrare la
dimensione contestuale della riflessione teologico-fondamentale
sulla/e religione/i mi preme richiamare, sul piano epistemologico
la necessità per una disciplina di frontiera quale appunto
quella che cerchiamo di praticare di affiancare all’auditus
fidei l’auditus temporis (culturae o religionum) in modo
da poter adeguatamente affrontare la questione della credibilità
della rivelazione cristiana nell’areopago contemporaneo.
Tre mi sembrano gli elementi contestuali che esigono attenzione
in ordine alla nostra tematica e cioè: 1) il cosiddetto
ritorno del sacro; 2) il paradosso della globalizzazione
e 3) la sfida del pluralismo religioso.
2.1.
L’emergenza del
“nuovo sacro” e la postsecolarizzazione.
Il
cosiddetto “nuovo sacro”
sembra potersi interpretare nel quadro della “post-secolarizzazione”,
cioè sembra che come il moderno dovrebbe significare ormai
il passato, perché siamo nel post-moderno, così se il moderno
è uno dei nomi della secolarizzazione, il “post-moderno”
può essere descritto nei
termini della post-secolarizzazione, cioè di un superamento
della secolarizzazione stessa, con naturalmente tutta la
problematica che deriva dal venire dopo, che può significare
anche un essere figlio di tutto ciò, un figlio che porta
nel suo D.N.A. certamente la modernità e la secolarizzazione,
ma porta anche delle peculiarità e delle diversità addirittura
delle contrapposizioni. Spesso il post-moderno è sinonimo
anche di anti-moderno e in questo guazzabuglio che è il
cosiddetto nuovo sacro a me sembra che si possano individuare
un paio di dimensioni o di componenti, attraverso le quali
possiamo in qualche modo riflettere intorno alla nostra
presenza e al nostro lavoro.
A questo proposito mi sembra oltremodo interessante richiamare
un passaggio di una relazione del vescovo Karl Lehmann alla
Conferenza Episcopale Tedesca, dove a proposito della sete
di religiosità che caratterizzerebbe l’uomo postmoderno si cita l’italiano R. Pettazzoni, studioso
delle religioni, il quale “parla di «teoplasma», intendendo
con questo termine una sorta di plastilina a partire dalla
quale l’uomo moderno forma i propri dei e tenta di adattarli
ai suoi mutevoli bisogni. Analogamente i sociologi parlano
di una «biografia del fai da te» nella quale ci si crea
una nuova immagine di Dio, nelle diverse fasi della vita,
partendo da diversi materiali di natura religiosa. È stupefacente
la misura in cui i nuovi movimenti religiosi sono caratterizzati
a livello mondiale da questi aspetti. Molte iniziative in
questo campo non appaiono come una nuova religione mondiale,
con un nome unitario e uno specifico fondatore, ma l’orientamento
verso una vitalistica divinità della vita in relazione all’esperienza
di sé dell’uomo moderno costituisce una sorta di rete che
collega strettamente gruppi eterogenei”.
Il
sacro così come oggi si presenta, nel suo carattere anche
di novità, rispetto a quello che poteva essere il sacro
dell’antichità si propone secondo due componenti o dimensioni
fondamentali.
2.1.1. In primo luogo esso
esprime una componente neo-pagana, o di nostalgia degli
dei.
Risulta presente nell’universo culturale nell’orizzonte
culturale contemporaneo con una molteplicità di riferimenti
che vengono utilizzati di volta in volta a seconda delle
diverse situazioni di vita nelle quali l’uomo si trova.
Sarebbe ingenuo pensare che siamo di fronte ad un ritorno
del paganesimo storico, pur tuttavia si dà questo elemento politeistico
(di cui è espressione il prospettivismo a livello veritativo
ed etico) derivante da quella esperienza che è propria della
post-modernità che è la frammentazione dell’esistenza e
la frammentazione del senso.
Su questo aspetto ci rende particolarmente edotti la Fides
et ratio, quando scrive: “La settorialità del sapere,
in quanto comporta un approccio parziale alla verità con
la conseguente frammentazione del senso, impedisce l'unità
interiore dell'uomo contemporaneo. Come potrebbe la Chiesa
non preoccuparsene? Questo compito sapienziale deriva ai
suoi Pastori direttamente dal Vangelo ed essi non possono
sottrarsi al dovere di perseguirlo” (FeR 85).
2.1.2.
L’altro elemento o l’altra componente del nuovo sacro su
cui mi vorrei maggiormente soffermare è la componente
neognostica. Come giustamente nota il già citato Filoramo,
autore peraltro ben avvertito sul debito che l’affermazione
di un ritorno della gnosi deve pagare all’approccio storico-critico:
«[…] sembra un dato oggettivo quello del ritorno del sacro
in questo decennio. E tra le varie forme del sacro vi sono
anche quelle legate alla gnosi o al mito con le sue dimensioni
simboliche […]. E davanti ad una situazione del genere parlare
di secolarizzazione rischia di diventare quasi anacronistico
[…]. In un certo senso la situazione richiama quella della
tarda antichità o del Rinascimento, epoche di grandi esplosioni,
di incroci tra tante tradizioni e culture, in cui si affermano
tante forme religiose spesso neanche facilmente etichettabili».
L’individuazione
di un “ritorno o “risveglio” della tentazione (parlare di
eresia significa già immediatamente condividerne le origini
cristiane) gnostica sia in relazione ad alcune figure (es.
Hegel gnostico e/o Hegel mistico?) ed esperienze (religiosità
massonica - die Zauberflöte) della cultura moderna, sia
come componente non marginale delle cosiddette nuove forme
di religiosità, che il “ritorno del sacro” produce nell’età
della post-secolarizzazione, richiede da un lato un corretto
esercizio dell’analogia storica, che consenta di evitare
il ricorso a facili assimilazioni e di smetterla di etichettare
con eccessiva disinvoltura fenomeni strutturalmente complessi,
d’altro lato esige l’assunzione di una prospettiva (non
da tutti gli storici condivisi) di uno gnosticismo trasversale,
quindi non solo come producentesi all’interno del Cristianesimo,
e tale da travalicare il periodo storico circoscritto in
cui il fenomeno è emerso e si è affermato. Sicché il nome
viene non solo a designare, certamente e in primo luogo,
lo “gnosticismo perenne”, che riemerge in epoche e culture
diverse, attraverso alcuni connotati fondamentali, che costituiscono
gli elementi su cui poggia l’aspetto unificante dell’analogia
storica.
Dal
nostro punto di vista e in relazione agli aspetti sopra
descritti, se da un lato il neopaganesimo viene a designare
la dimensione estetica nella ricerca della salvezza chiamando
in causa la famosa espressione de L’idiota di Dostoevskji,
secondo cui la bellezza salverà il mondo, e d’altra parte
il neo-ebraismo (pur presente in settori non marginali della
filosofia contemporanea) si fa portatore di una profonda
e irrinunciabile istanza etica, il ritorno della gnosi sta
ad indicare e chiamare in causa il dinamismo della conoscenza,
capace di liberare l’io dalla corruzione e dall’angoscia
che il mondo gli procura. In tal senso la “tentazione gnostica”
di un sapere assoluto e totale, liberante dalla angosce
legate ai saperi parziali e conflittuali, è dunque inscritta
in certo senso nella logica stessa del nostro sistema culturale.
Il carattere esoterico di questa conoscenza dice la necessità
di aderire a un gruppo particolare in cui essere iniziati
alla penetrazione di misteri preclusi alle masse e che costituiscono
la quintessenza del sé e dei suoi rapporti con la natura
e con la storia.
In
questa prospettiva la dimensione radicalmente immanente,
propria già della cultura neo-pagana, viene espressa nella
formula relativa al conseguimento di una “salvezza senza
redentore”, in quanto il cammino di questo sapere ha come
protagonista nessun altro se non l’io, che attraverso le
tecniche più sofisticate e di derivazione più diversa deve
tentare di ricostruire la propria armonia interiore ed esteriore
(gli altri, il cosmo, la storia). Naturalmente la complessità
del fenomeno risiede nella sua diffusione all’interno delle
forme di esperienza religiosa e filosofica più diverse e
non manca di tentare di coinvolgere le religioni cosiddette
istituzionali, proponendo una loro interpretazione alternativa
rispetto a quelle ufficiali e oggettivamente date nelle
diverse situazioni storiche. Gli eventi fondatori, compreso
quello cristiano, vengono in tal modo interpretati all’interno
di un quadro simbolico-mitico, che tende a destoricizzarli,
con la pretesa di penetrarne il messaggio essenziale.
Siamo
così alla riproposta di quell’elemento caratterizzante la
tentazione gnostica, che abbiamo denominato “sincretismo”
e che nelle forme meno elaborate si presenta come mera e
approssimativa giustapposizione delle prospettive, in quelle
più consapevoli e avvertite propone una sorta di meta-religione,
nella quale sono chiamate a confluire, col meglio che propongono
di sé, le differenti proposte religiose. Esemplare significativo
ed inquietante di questa dimensione sincretistica è il pensatore
francese, convertitosi all’Islam, René Guénon. Qui la contrapposizione
alla modernità risulta radicale e dichiarata in un contesto
che evoca le invettive del più esasperato tradizionalismo,
dove andare alle radici uniche (l’olismo è una delle componenti
della mentalità neo-gnostica) della cultura e della religiosità
significa recuperare la loro più profonda, naturalmente
presunta, dimensione tradizionale. A fronte di uno sviluppo
meramente materiale della civiltà moderna, viene rivendicato
il senso della ricerca intellettuale e spirituale: «intendiamo
qui parlare - scrive Guénon - della vera e pura intellettualità,
che si potrebbe anche chiamare spiritualità, e ci rifiutiamo
di dare questo nome a ciò a cui si sono specialmente applicati
i moderni: la cultura delle scienze sperimentali, in vista
delle applicazioni pratiche alle quali esse sono suscettibili
di dar luogo. Un solo esempio potrebbe permettere di misurare
la portata di tale regresso: la Somma teologica di san Tommaso
d’Aquino era, al suo tempo, un manuale a uso degli studenti:
dove sono oggi gli studenti in grado di approfondirla e
assimilarla?».
Così, come disinvoltamente si appropria del riferimento
a figure magistrali del pensiero cattolico, Guénon non manca
di catturare anche simboli della devozione e della spiritualità
proprie del cattolicesimo, come l’emblema del Sacro Cuore,
in pagine che se non vengono lette con adeguato spirito
critico rischiano davvero di produrre risultati fuorvianti
in incauti lettori: «Una simile riforma della mentalità
moderna, con tutto quel che implica, e cioè la restaurazione
dell’intellettualità vera e della tradizione dottrinale,
che per noi non sono separate l’una dall’altra, costituisce
certo un’impresa considerevole: ma è questa una ragione
per cui non sia intrapresa? Al contrario, a noi pare che
un tale compito costituisca uno degli scopi più elevati
che si possano proporre all’attività di una società come
quella dell’Irradiamento intellettuale del Sacro Cuore,
tanto più che tutti gli sforzi che saranno fatti in questo
senso saranno necessariamente orientati verso quel Cuore
del Verbo incarnato, Sole spirituale e Centro del Mondo,
“nel quale sono nascosti tutti i tesori della saggezza e
della scienza” - non di quella vana scienza profana che
sola è conosciuta dalla maggior parte dei nostri contemporanei,
ma della vera scienza sacra che apre a coloro che la studiano
come si conviene orizzonti insospettati e veramente illimitati».
Al
di là dei fraintendimenti si tratta dunque del conseguimento
di una salvezza gnosticamente intesa, in quanto producentesi
all’interno di un cammino di conoscenza cui i diversi settori
del sapere possono contribuire a condizione di inverarsi
in una prospettiva olistica e totalizzante, che toglie verità
e consistenza al particolare, cioè all’elemento storico,
che al contrario risulta essenziale in una prospettiva cristiana
teologicamente autentica. La figura di Apollonio, che Soloviëv
evoca nel suo Racconto dell’Anticristo, può a giusto titolo
rappresentare il profeta di questa rigenerazione, di fronte
alla quale non resta ai cristiani che ripetere la loro professione
di fede nel Cristo morto e risorto e nella realtà della
incarnazione del Verbo, così come già a suo tempo Ireneo
ebbe modo di esprimere con le categorie teologiche proprie
della grande Chiesa.
La
Fides et ratio al n.37, quando parla della gnosi dal punto
di vista storico, invita a riflettere anche su questo ritorno
della gnosi nella cultura contemporanea ritenendo che questa
tentazione è emergente e va tutt’altro che presa sottogamba
o ritenuta soltanto di facciata: “Nell'accennare a questo
movimento di avvicinamento dei cristiani alla filosofia,
è doveroso ricordare anche l'atteggiamento di cautela che
in essi suscitavano altri elementi del mondo culturale pagano,
quali ad esempio la gnosi. La filosofia, come saggezza pratica
e scuola di vita, poteva facilmente essere confusa con una
conoscenza di tipo superiore, esoterico, riservato a pochi
perfetti. E senza dubbio a questo genere di speculazioni
esoteriche che san Paolo pensa, quando mette in guardia
i Colossesi: «Badate che nessuno vi inganni con la sua filosofia
e con vuoti raggiri ispirati alla tradizione umana, secondo
gli elementi del mondo e non secondo Cristo» (2, 8). Quanto
mai attuali si presentano le parole dell'Apostolo, se le
riferiamo alle diverse forme di esoterismo che dilagano
oggi anche presso alcuni credenti, privi del dovuto senso
critico. Sulle orme di san Paolo, altri scrittori dei primi
secoli, in particolare sant'Ireneo e Tertulliano, sollevano
a loro volta riserve nei confronti di un'impostazione culturale
che pretendeva di subordinare la verità della Rivelazione
all'interpretazione dei filosofi”.
2.2.
Il paradosso della
globalizzazione
Il secondo
elemento contestuale entro cui si inquadra la trattazione
teologico-fondamentale relativa alla/e religione/i è costituito
dal paradosso della globalizzazione. Nel contesto mediatico generalmente la
teologia viene guardata con sospetto e considerata alla
stregua di un sapere che non riesce ad esprimersi se non
in un gergo intraducibile per i non addetti, né i teologi
sarebbero in grado di fugare il sospetto che l’utilizzo
di un linguaggio da altri pressoché incomprensibile costituisca
il segnale da un lato di una forte autoreferenzialità del
sapere da loro coltivato, dall’altro di una categorizzazione
obsoleta e avulsa dal contesto culturale contemporaneo,
verso il quale si adotta un atteggiamento di fondamentale
arroccamento. Tale ambito del conoscere riceve così l’etichetta
non sempre inappropriata di un sapere concettuoso ed intellettualistico,
destinato a rimanere fuori dai grandi circuiti comunicativi
che hanno contribuito al costituirsi dell’attuale contesto
di globalizzazione
e che lo alimentano e lo sostengono nel suo sviluppo inarrestabile.
E tuttavia, nonostante tali reciproche
diffidenze, un fecondo rapporto fra l’ambito del sapere
teologico e quello delle nuove espressioni culturali, sostenute
dalle nuove tecnologie, sembra auspicabile e, se correttamente
impostato, potrebbe risultare oltremodo fruttuoso per entrambi
i partners. Da questo punto di vista aveva certamente ragione
Hermann Hesse, quando, nel suo romanzo Das Glasperlenspiel,
ammoniva circa i possibili disastri di una tecnologia dimentica
della speculazione: «Si sa o si intuisce che quando il pensiero
non è puro e vigile, quando la venerazione dello spirito
non è più valida, anche le navi e le automobili incominciano
presto a non funzionare, anche il regolo calcolatore dell’ingegnere
e la matematica delle banche e della borsa vacillano per
mancanza di valore e di autorità, e si cade nel caos. Certo
ci volle del tempo prima che si arrivasse a comprendere
che anche il lato esteriore della civiltà, anche la tecnica,
l’industria e il commercio e via dicendo hanno bisogno del
comune fondamento di una morale e di un’onestà spirituali».
Ma d’altro canto è anche vero che le strutture comunicative
della fede non possono prescindere dall’ascolto e dal confronto
con il sapere che la fede stessa suscita e promuove.
La portata culturale e, se si vuole,
formativa ed educativa della rivoluzione cibernetica, ispirata
al mito golemico,
è stata descritta, in un recente saggio di Giuseppe O. Longo,
intitolato Il nuovo Golem. Come il computer cambia la nostra
cultura,
in termini che, sia pure oggettivamente descrittivi, rimarcano,
a mio avviso e qualora ce ne fosse bisogno, la decadenza
e la deriva proprie del nostro tempo: «In questo mondo informatizzato,
i concetti vengono sottoposti a una revisione continua e
asistematica di tipo non più globale, ma locale, e s’intrecciano
in una complessa e multiforme ecologia che tende ad appiattire
e disperdere le informazioni, a spezzettare le idee in un
mosaico dove quasi tutte le tessere sono interessanti, ma
nessuna è importante. La conoscenza viene investita da questa
trasformazione animata dal mito dell’onniscienza e attuata
dai sistemi informazionali: da sistematica e organica, la
cultura diviene pletorica e frammentaria, si alimenta dell’enorme
capacità delle banche dati e dell’illimitata velocità degli
elaboratori. Non più apprendere, dunque, ma documentarsi,
non più studiare, ma consultare, non più organizzare il
sapere intorno a concetti e idee di fondo, ma accumulare
dati relativi a parole chiave. L’idea della documentazione
ruota intorno al mito dell’enciclopedia universale, della
biblioteca completa, e costituisce l’essenziale e sensibilissimo
punto di contatto tra sapere individuale e sapere collettivo,
il tramite per cui le conoscenze accumulate dal mondo possono
riversarsi sul singolo per abbeverarlo indefinitamente».
La
teologia fondamentale non solo deve essere chiamata ad interagire
con l’universo mediatico nel momento della messa a punto
dei contenuti, che si intendono di volta in volta veicolare,
bensì – essa non può non incaricarsi di proporre le modalità
costitutive del rivelarsi-comunicarsi di Dio agli uomini
in Cristo, che – a livello appunto fondativo – rappresentano
il paradigma di ogni autentica comunicazione.
2.3.
La sfida del pluralismo religioso.
Il terzo
elemento contestuale che ovviamente non va disatteso è la
sfida del pluralismo religioso. “Dinanzi alla nuova situazione
creata dal pluralismo religioso, si ripropone la domanda
sul significato universale di Gesù Cristo anche in relazione
con le religioni e sulla funzione che queste possono avere
nel disegno di Dio di ricapitolare in Cristo tutte le cose
(Ef 1, 10)”.
Di fronte a questa sfida non solo la teologia, bensì anche
il Magistero ecclesiale recentemente è stato coinvolto,
con indicazioni, che, se comprese in profondità, possono
di fato risultare feconde per la ricerca teologica in genere
e teologico-fondamentale in particolare. La reiterata insistenza
sull’unicità dell’evento Cristo e sulla salvezza che da
esso promana mi sembra possa correttamente interpretarsi
alla luce di un passaggio, suggestivo e insieme profondo,
del famoso Racconto dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv,
dove all’imperatore universale, che domanda ai cristiani:
“Cosa posso fare ancora per voi,? Strani uomini! Che volete
da me? Io non lo so. Ditemelo dunque voi stessi, o cristiani
abbandonati dalla maggioranza dei vostri fratelli e capi,
condannati dal sentimento popolare; che cosa avete di più
caro nel cristianesimo?”. Lo starec Giovanni, “simile a
un cero candido”, rispose: “Grande sovrano! Quello che noi
abbiamo di più caro nel Cristianesimo è Cristo stesso. Lui
stesso e tutto ciò che viene da Lui, giacché noi sappiamo
che in Lui dimora corporalmente tutta la pienezza della
Divinità. Da te, o sovrano, noi siamo pronti a ricevere
ogni bene, ma soltanto se nella tua mano generosa possiamo
riconoscere la santa mano di Cristo. E alla tua domandache
puoi fare tu per noi, eccoti la nostra precisa risposta:
confessa, qui ora davanti a noi, Gesù Cristo Figlio di Dio
che si è incarnato, che è risuscitato e che verrà di nuovo;
confessalo e noi ti accoglieremo con amore”. Di fronte
ad ogni intervento globalizzante e ad ogni tentativo di
pensare e interpretare il pluralismo religioso la Chiesa
non potrà che ripetere questa professione di fede ed esigerla
da quanti credono in Cristo, ossia non potrà che rimandare
all’evento fondatore e alla sua dinamica soteriologica.
3. La dimensione fondativa della riflessione
sulla/e religione/i: L’evento fondatore e il suo carattere
escatologico.
L’elaborazione del momento fondativo della
teologia fondamentale non può prescindere dalla riflessione
sull’evento fondatore e dalla sua dinamica. Il carattere
dirompente della risurrezione del Signore sembra fuori discussione
sia in rapporto al contesto culturale e religioso ebraico
sia a quello pagano. La struttura antinomica (rilevabile
dalla stessa analisi del testo più antico attestante tale
evento 1Cor 15,1-11) rinvia al carattere escatologico dell’evento
stesso, inteso come
evento metastorico con valenza storica, ossia come evento
strutturalmente escatologico. La fede, come atto meta-storico,
svincolato e libero sia dagli artifizi della ragione speculativa
come dalle erudizioni storiche e storiografiche, e solo
essa, consente la “contemporaneità” col paradosso che è
Cristo stesso. L’unica via possibile per tentare una risposta
sensata alla domanda di Lessing risiede in questa antinomia
dell’evento pasquale e della fede che lo accoglie.Ma appunto
in quanto soprannaturale e metastorico l’atto di fede richiede
un vero e proprio salto nel buio un vero e proprio sacrificio
dell’intelletto e della ragione.
È proprio
la prospettiva teologico-fondamentale a consentire l'unità
del sapere e a far sì che lo storico non resti irretito
nella frammentarietà dei segmenti che indaga e che il suo
apporto alla comprensione del fatto/fenomeno religioso non
si esaurisca nel momento - pur necessario - dell'erudizione
e della documentazione. La storia delle religioni
- interpellata in questa prospettiva teologico-fondamentale
- non può non incrociare la teologia della storia.
Se da un lato il nostro tempo risulta refrattario
ad ogni tentativo di elaborare una filosofia della storia,
temendo il rischio di una deriva ideologica di tali meta-narrazioni,
il teologo (e - diremmo - lo studioso credente) non ci sembra
possa esimersi dal compito di pensare unitariamente la storia
ed i suoi percorsi. Nell'epoca del disorientamento e dello
smarrimento di un orizzonte di senso per la storia di ciascuno
e di tutti, la possibilità di un punto di riferimento fondamentale
a partire dal quale avviare la ricerca del senso è contenuta
in una risposta di Eugen Rosenstock a Franz Rosenzweig,
riportata da quest'ultimo nella cosiddetta Urzelle: "Rivelazione
è orientamento. Dopo la rivelazione nella natura c'è un
«alto» e un «basso», reale, non più relativizzabile: «cielo»
e «terra» [...] e nel tempo c'è un «prima» e un «dopo»,
reale, stabile. Quindi nello spazio naturale e nel tempo
naturale il centro è sempre il punto in cui io in quel momento
sono; nello spazio-tempo-mondo rivelato il centro è invece
un punto fisso inamovibilmente, un punto che non sposto
se io stesso mi trasformo o mi allontano: la terra è il
centro del mondo e la storia universale si estende prima
e dopo Cristo".
Senza riferimento a questo punto archimedico, che sarà necessariamente
storico e meta-storico insieme, non è quindi possibile pensare
e di conseguenza agire nella storia in maniera sensata.
Lo stesso pensiero filosofico, se vuole andare oltre il
nichilismo e tentare di superare la sua, certo non congenita,
debolezza,
deve in qualche modo riferirsi alla rivelazione. I segni
di questo ritorno sono già visibili: la filosofia della
rivelazione comincia a far di nuovo capolino nei dibattiti
e nei convegni e a ridestare l'interesse verso questa tematica
di grande fecondità anche per la ragione filosofica.
La possibilità reale di conferire un senso
ai nostri segmenti di storia passa attraverso il riferimento
ad un evento fondatore, che è insieme storico e metastorico,
o meglio che è anzitutto metastorico, ma non manca di rilevanza
storica. La necessità di questo evento fondatore imprescindibile,
capace di dare senso alle nostre esistenze smarrite, è la
morte-resurrezione di Gesù di Nazareth. Il fallimento di
ogni teodicea razionalmente elaborata e pensata a tavolino,
rimanda alla necessità di rapportare il dolore del mondo
non ad una teoria ben congegnata, ma ad un evento, nel quale
la sofferenza innocente risulta penultima rispetto alla
negazione della morte e al trionfo della vita.
E tutto questo accade all'uomo-Dio, ossia a colui che ha
reso presente il soprannaturale nella storia in maniera
unica ed irripetibile, facendosi mediatore fra le nostre
insensate microstorie e l'assoluto che trascende ogni storia
ed ogni vicenda mondana. Questa peculiarità dell'evento
Cristo, il metastorico che diventa storia, fa sì che esso
possa davvero costituire il punto archimedico da cui muovere
per non restare in preda all'insensatezza radicale.
Ma come le microstorie individuali e le singole
epoche della nostra storia intramondana possono rapportarsi
a questo evento e ricevere da esso senso e direzione? Sembra
ormai debba ritenersi superato un modo forse ingenuo di
rapportare la concezione della storia propria della rivelazione
ebraico-cristiana con quella elaborata dal mondo greco-pagano,
nel senso che questa adotti un modulo lineare, contrapponendosi
all'altra che faceva proprio una modalità ciclica di pensare
la storia. Riteniamo infatti molto più congruo pensare cristianamente
la storia attraverso la metafora della spirale: ogni evento
salvifico comprende il passato e lo supera aprendo al futuro.
L'incontro fra eschaton e storia si ripropone nella storia
della salvezza ogni qualvolta Dio interviene in essa a per
la salvezza del suo popolo. Il nostro tempo va così inserito
in questo dinamismo storico salvifico come il tempo compreso
tra l'evento fondatore e gli ultimi tempi. È il tempo della
Chiesa o tempo dello Spirito nel quale ciascuno è chiamato
a ri-attualizzare la salvezza e a trasmetterla agli altri.
L'atto di fede che ciascuno di noi è chiamato a compiere
e nel quale risulta coinvolta tutta la persona, nella sua
intelligenza, volontà libera e affettività, costituisce
la possibilità reale di riportare il frammento di storia
affidato a ciascuno al contesto che gli dona un senso, di
inserire il proprio segmento nel disegno salvifico da Dio
predisposto e voluto. Quest'atto è anch'esso storico e meta-storico
insieme: misteriosamente in esso convergono la grazia, che
fa della fede un dono prezioso, e la libertà chiamata ad
accogliere, custodire e diffondere questo dono. In esso
si realizza nell'esperienza di ciascuno quel passaggio dalla
morte alla vita che rimanda all'evento fondatore e lo rende
presente oltre il suo tempo, così che esso non sarà mai
per i credenti soltanto un fatto verificatosi nel passato
e da apprendere intellettualisticamente su dei libri di
storia. Di conseguenza le Scritture che lo annunciano e
lo contengono non saranno mai soltanto un libro di storia
o di storiografia: anche in esse si realizza l'incontro
fra la storia e la meta-storia, fra le vicende umane, determinate
nello spazio e nel tempo, e l'eschaton divino che è fuori
dello spazio e del tempo ed
irrompe in essi per redimerli e conferire loro un senso.
Conclusione:
il rito frontiera del sacramento.
La
conoscenza di fede non annulla il mistero; solo lo rende
più evidente e lo manifesta come fatto essenziale per la
vita dell'uomo: Cristo Signore «rivelando il mistero del
Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo all'uomo
e gli fa nota la sua altissima vocazione», che è quella
di partecipare al mistero della vita trinitaria di Dio”
(FeR 13). Ma è nel grembo di questo rapporto – nella giuntura del rovescio
degli specchi – che prende corpo il rito come “interfaccia”
tra il sacro e sacramento, come soglia degli aneliti umani
e dell’eccedenza dell’estasi trinitaria: “c’è un dolore
nel tendere a Dio; – scrive il Kierkegaard di Esercizi di
Cristianesimo – non
riguarda nulla di terreno e temporale, non la tua situazione
esteriore, non il tuo futuro; esso è nel tendere a Dio”.
Il
“tendere a Dio” dell’uomo e la sua “fissazione rituale”
ri-propone la complessa struttura rivelativa dell’evento
(gesto)-parola non nei termini dell’accostamento e della
sovrapposizione, bensì in tutta la complessa pregnanza che
questa polarità esprime. Il rito tenendo insieme e distinti
gesto e parola si pone tra il sacro e il sacramento a mo’
di stipite che separa e unisce. Possiamo così abbozzare
la funzione comunicativa del rito che, come dice Humboldt,
«l’oggettivazione appare compiuta solo quando l’Io può percepire
la propria rappresentazione realmente oggettivata al di
fuori di sé, il che è possibile solo nel Tu».
Ma quando il rito è davvero la soglia del sacramento?
La
metafora dello specchio, grembo e orizzonte del pensiero
speculativo e della conoscenza per speculum it aenigmate
(1Cor 13,12
- di' ™sÒptrou ™n a„n…gmati), suggerisce la necessità
del “rovesciamento”. Quello che lo specchio
dell’intelligenza e la rappresentazione concettuale produce
ed esprime non sarà che un “mondo rovesciato”,
se si vuole un negativo della realtà, che la di¿wcij
dell’anima tenta di raggiungere e possedere. In questo
contesto il “pensiero iconico” con il rovesciamento
della prospettiva incrocia il “pensiero rappresentativo”
e lo inchioda alle proprie insuperabili aporie, senza tuttavia
annullarlo. Se infatti è vero che l’idea del
“rovesciamento” ha nutrito e continua a nutrire
le figure del pensiero decostruttivo di marca francese (penso
Deleuze e Guattari e alla loro metafora botanica del rizoma
= pianta rovesciata), non bisogna dimenticare la radice
platonica della metafora stessa, che in chiave antropologica
richiama l’idea dell’uomo, albero rovesciato
(Timeo 90a), che ha le sue radici in cielo, per cui risulta
tutt’altro che vana la ricerca del fondamento, nella
misura in cui si ha ancora la capacità di volgere
lo sguardo verso l’alto.
Il
tendere a Dio qui si connota come volgere lo sguardo verso
l’alto-Altro, come un vedere ad essere visto. Prendiamo
in prestito da Niccolò Cusano
la metafora dell’Icona Dei. Ai destinatari dello scritto
De Visione Dei, i monaci del convento di Tegernsee, il filosofo
cardinale manda una «icona Dei» che tramite l’evidenza e
la certezza di un’esperienza sensibile deve condurre all’analogo
intelligibile. Questa immagine di Dio pur fissando lo sguardo
in un luogo segue con lo sguardo ogni osservatore che è
rivolto ad essa; anche quando questi muta di posizione.
Rimanda direttamente all’atto fondamentale di Dio:
il vedere. Questo è un vedere assoluto che si confina nel
vedere dei singoli osservatori, i quali proprio per questa
contractio sono in grado di vedere. L’immagine rimanda anche
al fatto che il vedere assoluto è in-finito (completo) rispetto
a quello limitato, è uno sguardo sincronico. Suggestivo
è inoltre la valenza teoretica di questa icona, per il fatto
che lo sguardo di Dio nell’immagine rimane anche in colui
che muta la sua prospettiva rispetto a lui: è l’unità paradossale
di immutabilità e mutamento, di movimento e stato di calma
come movimento permanete o permanenza mossa. Allo sguardo
finito quello assoluto sembra mutarsi, tuttavia rimane in
sé ciò che è, nonostante il suo essere-esterno-a-sé. Nell’immagine
traspare l’incrocio di trascendenza e immanenza.
Nel vedere di Dio non viene isolato
il suo sguardo ma è colto nel contesto del volto: visus
tuus… est facies tua. La suggestione che ci permette
di delineare gli “spazi” del sacro ci può essere
suggerita dal Marion del Dio senza Essere,
quando definisce l’idolo: “l’idolo si presenta allo sguardo
dell’uomo per accaparrarsene in tal modo la rappresentazione
e, quindi, la conoscenza. L’idolo si erge solo là dove non
si può fare a meno di vederlo: la statua monumentale di
Atena, che sfolgorava dall’Acropoli, poteva essere avvertita
nel suo splendore persino dagli sguardi dei marinai del
Pireo, e se l’oscurità di un naos ombreggiava la
statua criselefantina, ciò faceva sì che a forza di immaginarsela
il fedele finisse per subirne ancor più profondamente il
fascino, quando, avvicinandosi, poteva innalzare finalmente
verso di lei lo sguardo. […] Lo sguardo fa l’idolo e non
l’idolo lo sguardo”.
L’idolo riempie tutto lo sguardo polarizzandolo si di sé;
fermandolo e fissandolo gli impedisce di superarsi e trapassarsi:
“l’idolo svolge così il ruolo di uno specchio, non quello
di un ritratto: specchio che rinvia allo sguardo la sua
immagine o, più esattamente l’immagine della sua mira”.
L’idolo non ammette nessun invisibile e togliendo il velo
al mistero con lo splendore della propria luce impedisce
ogni rivelazione essendo egli stesso la ri-velazione, non
dell’invisibile, ma semplicemente del non-mirabile.
Il rito, qualora lasci individuare
il gioco degli specchi in cui il sacro si cela e rimane
re-velato, si fa
segno del possibile passaggio “dal sacro al Santo”, rimanendo
a sostegno – proprio come uno stipite – del confine tra
il limite e l’illimitato in cui si innalza lo sguardo dell’uomo
a Dio. E ciò perché “la liturgia cristiana si radica nell’incarnazione,
la cui logica è la combinazione di corpo e comunità, differenza
e alterità, testimonianza e indicibilità. Ci si può avvalere
dell’epistemologia della testimonianza, riservandole il
non facile compito di coniugarsi con la disciplina dell’arcano,
dove l’intersoggettività non produce mai un confronto del
tutto trasparente. Tanto la semantica della comunicazione
rituale, ossia i suoi messaggi e i suoi codici, quanto la
pragmatica della comunicazione rituale, ossia gli scambi
tra i suoi mittenti e destinatari, devono rimanere fedeli
alla dinamica interna tra corpo, alterità e indicibilità”.
E ciò accade in sintonia e in rapporto con l’evento fondatore,
storico e metastorico insieme, capace di calamitare le nostre
esistenze e le nostre microstorie, da e per esso unicamente
e definitivamente redente. Il rapporto rito/sacramento mi
sembra possa costituire in questa prospettiva un luogo paradigmatico
del rapporto religione(i)/fede cristiana in una tensione
non più dialetticamente intesa, ma paradossalmente vissuta,
celebrata e pensata come orizzonte di un autentico dialogo.