| Il
senso della storia in prospettiva teologico-fondamentale
La
storicità in frantumi - Il punto
di Archimede - Oltre il frammento
La
storicità in frantumi
La
"libera e bella storicità", vagheggiata da Hegel in un
momento di entusiastica ammirazione per il mondo greco, sembra
ormai poco più che un ricordo. Gli ingenui, ma affascinanti,
racconti che l'Ottocento ha tentato di far passare per interpretazioni
scientificamente fondate, hanno rivelato i loro piedi di argilla
e il loro crollo ci ha lasciato soltanto dei suggestivi frammenti.
Non sembra ormai più esserci posto per onnicomprensive
filosofie della storia, il cui senso, tutto immanente, risulti
ancora significativo per grandi movimenti di massa. Ognuno ritrova
nelle proprie mani niente più che un segmento, nel quale
non riesce a percepire alcun rimando al tutto, alla globalità,
all'orizzonte di senso. Possono in qualche modo questi segmenti
costituire una linea, disegnare una figura, inserirsi in un
contesto? Nel "tempo della povertà" e della "perdita
del centro", nel quale "persino il profeta e il sacerdote vagano
per il paese senza capirci niente" è possibile un qualche
orientamento? Oppure il nostro sarà sempre e comunque
un "eterno precipitare"?
Le
risposte negative non mancano di esercitare una notevole presa
sui nostri contemporanei. Concludendo un articolo di commento
alla recente rappresentazione della Walkiria alla scala,
mentre segnalava la concezione ciclica del tempo presente in
tutta la tetralogia wagneriana e metaforicamente espressa da
quell'oggetto simbolico che è l'anello [L'anello dei
Nibelunghi è il titolo dell'intero ciclo], un articolista,
colto e ben informato, cercava di decifrare il sistema tonale
dell'intero ciclo, rilevando come Das Rheingold [= L'oro
del Reno, titolo della prima opera] inizi in mi bemolle
maggiore, mentre Götterdämmerung [Il crepuscolo
degli dei, ultima opera del ciclo] si chiuda in re bemolle
maggiore, sostenendo che con questo abbassamento di tono Wagner
è come se dicesse: "Tutto ritorna all'origine, ma ad
un gradino più basso di decadenza rispetto all'origine",
e terminava il pezzo con queste parole: "Ma soltanto Wagner,
chiudendo il ciclo ad anello, ci ha insegnato che la storia
è un'illusione, e gliene siamo grati" (Il Sole-24
ore del 4 dic. 1994).
Non
si tratta, come si può facilmente constatare, di posizioni
nichilistiche espresse solo in ambito intellettuale ed accademico,
bensì di mentalità e modi di pensare diffusi,
che il teologo, in quanto credente che cerca di pensare, non
può ignorare o facilmente sorvolare. La domanda di senso
che il segmento di storia consegnato a ciascuno di noi certamente
contiene esige anche delle risposte plausibili e significative,
anche se non sempre facili da esprimere e comunicare.
Il
punto di Archimede
Nell'epoca
del disorientamento e dello smarrimento di un orizzonte di senso
per la storia di ciascuno e di tutti, la possibilità
di un punto di riferimento fondamentale a partire dal quale
avviare la ricerca del senso perduto o ignorato è contenuta
in una risposta di Eugen Rosenstock a Franz Rosenzweig, riportata
da quest'ultimo nella cosiddetta Urzelle: "Rivelazione
è orientamento. Dopo la rivelazione nella natura c'è
un "alto" e un "basso", reale, non più relativizzabile:
"cielo" e "terra" [...] e nel tempo c'è un "prima" e
un "dopo", reale, stabile. Quindi nello spazio naturale e nel
tempo naturale il centro è sempre il punto in cui io
in quel momento sono; nello spazio-tempo-mondo rivelato
il centro è invece un punto fisso inamovibilmente, un
punto che non sposto se io stesso mi trasformo o mi allontano:
la terra è il centro del mondo e la storia universale
si estende prima e dopo Cristo". Senza riferimento a questo
punto archimedico, che sarà necessariamente storico e
meta-storico insieme, non è quindi possibile pensare
e di conseguenza agire nella storia in maniera sensata. Lo stesso
pensiero filosofico, se vuole andare oltre il nichilismo e tentare
di superare la sua, certo non congenita, debolezza, deve in
qualche modo riferirsi alla rivelazione. I segni di questo ritorno
sono già visibili: la filosofia della rivelazione comincia
a far di nuovo capolino nei dibattiti e nei convegni e a ridestare
l'interesse verso questa tematica di grande fecondità
anche per la ragione filosofica.
La
possibilità reale di conferire un senso ai nostri segmenti
di storia passa attraverso il riferimento ad un evento fondatore,
che è insieme storico e metastorico, o meglio che è
anzitutto metastorico, ma non manca di rilevanza storica. La
necessità di questo evento fondatore imprescindibile,
capace di dare senso alle nostre esistenze smarrite, è
la morte-resurrezione di Gesù di Nazareth. Il fallimento
di ogni teodicea razionalmente elaborata e pensata a tavolino,
rimanda alla necessità di rapportare il dolore del mondo
non ad una teoria ben congegnata, ma ad un evento, nel quale
la sofferenza innocente risulta penultima rispetto alla negazione
della morte e al trionfo della vita. E tutto questo accade all'uomo-Dio,
ossia a colui che ha reso presente il soprannaturale nella storia
in maniera unica ed irripetibile, facendosi mediatore fra le
nostre insensate microstorie e l'assoluto che trascende ogni
storia ed ogni vicenda mondana. Questa peculiarità dell'evento
Cristo, il metastorico che diventa storia, fa sì che
esso possa davvero costituire il punto archimedico da cui muovere
per non restare in preda all'insensatezza radicale.
Oltre
il frammento
Ma
come le microstorie individuali e le singole epoche della nostra
storia intramondana possono rapportarsi a questo evento e ricevere
da esso senso e direzione? Sembra ormai debba ritenersi superato
un modo forse ingenuo di rapportare la concezione della storia
propria della rivelazione ebraico-cristiana con quella elaborata
dal mondo greco-pagano, nel senso che questa adotti un modulo
lineare, contrapponendosi all'altra che faceva proprio una modalità
ciclica di pensare la storia. Riteniamo infatti molto più
congruo pensare cristianamente la storia attraverso la metafora
della spirale: ogni evento salvifico comprende il passato e
lo supera aprendo al futuro. L'incontro fra eschaton
e storia si ripropone nella storia della salvezza ogni
qualvolta Dio interviene in essa a per la salvezza del suo popolo.
Il nostro tempo va così inserito in questo dinamismo
storico salvifico come il tempo compreso tra l'evento fondatore
e gli ultimi tempi. È il tempo della Chiesa o tempo dello
Spirito nel quale ciascuno è chiamato a ri-attualizzare
la salvezza e a trasmetterla agli altri.
L'atto
di fede che ciascuno di noi è chiamato a compiere e nel
quale risulta coinvolta tutta la persona, nella sua intelligenza,
volontà libera e affettività, costituisce la possibilità
reale di riportare il frammento di storia affidato a ciascuno
al contesto che gli dona un senso, di inserire il proprio segmento
nel disegno salvifico da Dio predisposto e voluto. Quest'atto
è anch'esso storico e meta-storico insieme: misteriosamente
in esso convergono la grazia, che fa della fede un dono prezioso,
e la libertà chiamata ad accogliere, custodire e diffondere
questo dono. In esso si realizza nell'esperienza di ciascuno
quel passaggio dalla morte alla vita che rimanda all'evento
fondatore e lo rende presente oltre il suo tempo, così
che esso non sarà mai per i credenti soltanto un fatto
verificatosi nel passato e da apprendere intellettualisticamente
su dei libri di storia. Di conseguenza le Scritture che lo annunciano
e lo contengono non saranno mai soltanto un libro di storia
o di storiografia: anche in esse si realizza l'incontro fra
la storia e la meta-storia, fra le vicende umane, determinate
nello spazio e nel tempo, e l'eschaton divino che è
fuori dello spazio e del tempo ed irrompe in essi per redimerli
e conferire loro un senso.
Ci
si potrebbe obiettare che il quadro ora disegnato di rapporto
tra le nostre microstorie e la storia dell'uomo-Dio vale unicamente
per chi ha il dono della fede e riesce a cogliere, attingendo
alle proprie radici religiose e culturali, il senso della storia.
È vero una teologia fondamentale e una teologia della
storia non possono costruirsi se non all'interno della fede:
la teologia è fides quaerens intellectum, ossia
approfondimento della dimensione intellettuale dell'atto di
fede e dei suoi contenuti. Ma neppure possiamo relegare la fede
e la teologia in un ghetto storico e culturale: ce lo impedisce
la stessa storia del pensiero moderno e contemporaneo. L'evento
Cristo e la sua accoglienza da parte della comunità credente
ha una valenza filosofica di enorme portata. La rivelazione
feconda non solo il pensiero teologico, bensì anche quello
filosofico e diremmo le culture umane storicamente determinate.
Se è vero che senza la categoria della storicità
e l'ingresso della ragione storica non si può spiegare
buona parte della vicenda filosofica moderna e post-moderna,
è anche vero che il grembo originario del pensiero storico
va indicato nella rivelazione ebraico-cristiana. A sottolineare
questo dato di fatto, che basterebbe da solo a consentirci di
uscire da complessi di inferiorità culturale e dal ghetto
nel quale il laicismo vorrebbe relegarci, è non un teologo
o un uomo di Chiesa, bensì uno storico del pensiero di
notevole levatura, i cui testi sono ormai considerati dei classici:
"Il concetto di storia è una creazione del profetismo...
Quest'ultimo è riuscito a creare ciò che l'intellettualismo
greco non poteva produrre. Per la coscienza greca l'istorìa
si identifica senz'altro con il sapere. Così per i greci
la storia è e rimane volta esclusivamente al passato.
Il profeta invece è il veggente... La sua visione ha
prodotto il concetto della storia in quanto essere del futuro...
Il tempo diviene il futuro... e il futuro è il contenuto
principale di questa riflessione storica... Il creatore del
cielo e della terra non basta per questo essere del futuro.
Egli deve cercare "un nuovo cielo e una nuova terra"... Al posto
di un'età dell'oro in un passato mitologico si pone la
vera esistenza storica sulla terra in un futuro escatologico"
(Karl Löwith).
Continuare
a riflettere sulla rilevanza storica e filosofica dell'evento
Cristo sarà dunque un compito, certamente arduo e che
richiede rigore e disciplina mentali, ma imprescindibile per
il nostro continuare a credere nel tempo del frammento, per
poter proporre risposte sensate alle domande che questa realtà
complessa racchiude e che aspettano di essere correttamente
decifrate. Non siamo chiamati, infatti, a cestinare frettolosamente
questi brandelli di esistenza con cui spesso abbiamo a che fare
e che fanno parte di noi stessi, bensì ad esercitare
verso di essi una sorta di pietas, che ci consenta di
leggerli con attenzione per cogliere le tracce di vero, di bene
e di bello che vi sono racchiuse.

Mi
permetto di segnalare alcuni miei scritti, nei quali ho avuto
modo di dedicare una riflessione più articolata a questo
tema e che forse possono essere utili a chi intende approfondire
l'argomento:
G.
Lorizio, Eschaton e storia nel pensiero di Antonio Rosmini.
Genesi e analisi della Teodicea in prospettiva teologica
("Aloisiana" 21), Roma-Brescia, Gregoriana-Morcelliana 1988,
358pp.
Idem,
"Dalla storicità alle storie. Nihilismo, ermeneutica
e debolezza del pensiero", in E. Cattaneo (ed.), Il Concilio
venti anni dopo. L'ingresso della categoria "storia", Roma,
AVE 1985, 154-166.
Idem,
"Prospettive teologiche del postmoderno", in Rassegna di
Teologia 30 (1989) 539-559.
[Testo
pubblicato in Religione - Scuola - Città 1 (1995)
fasc. 2, 56-61]
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